CASTELLO MONTECHIARO (Palma di Montechiaro)

Alto in superba solitudine, sopra un colle roccioso nella brughiera, è uno dei tanti bei castelli chiaramontani ma il solo di essi edificato sul mare che si infrange sulla scogliera sottostante.
Costruito da Federico Chiaramonte nel XIV sec., fu di grande importanza nella storia della lotta contro i pirati.
Dopo la tragica morte di Andrea Chiaramente nel 1392 e relativa confisca di tutti i suoi beni, il castello pervenne a Guglielmo Raimondo Moncada e fu chiamato “di Montechiaro” con una inversione di nome certamente dovuta all’intento di cancellare anche il ricordo dei precedenti signori.
In seguito lo ebbe Giovanni de Grixo ed alla sua morte, per concessione di rè Martino (1400), Palmerio Caro alla cui famiglia rimase per oltre due secoli.
Verso il 1638 passò, per linea femminile, alla famiglia Tomasi un componente della quale, Carlo Tornasi Caro, venne onorato da Filippo III di Sicilia, del titolo di duca di Palma.
Questi, fattosi poi frate, cedette i suoi beni al fratello che fu anche il primo principe di Lampedusa.
Ben poco di notevole rimane all’interno di questo castello nel quale si notano caratteri catalani e successive opere del 1600 e che appare, da lungi, quale fiabesca dimora.
Assai interessante è la leggendaria storia della Madonnina che trovasi nella cappella, venerata quale Maria di Montechiaro.
Di questa famosa statua, che il dotto studioso palmese G. Caputo attribuisce ad opera di A. Gagini, si narra sia stata un tempo rapita dai vicini abitanti di Agrigento con i quali il popolo di Palma, andato a riprenderla, dovette sostenere una furibonda lotta.
Castello di Montechiaro – Palma di MontechiaroDa qui l’usanza di custodire gelosamente la Madonna affinchè non venga mai più sottratta alla sua gente e poiché ogni anno essa viene trasferita per un mese nella cattedrale di Palma, durante il rituale trasporto è seguita da numerosi spari in memoria del bellicoso episodio.
Ad avvalorare la tramandata preoccupazione popolare si vuole che già verso il 1553, al tempo in cui il famoso corsaro Drahut sacheggiava le coste di Sicilia, questa Madonnina abbia subito un altro rapimento da parte dei turchi i quali però sarebbero stati poi costretti a gettarla in mare, per un miracoloso straordinario aumento del suo peso, cosicchè i castellani del tempo poterono recuperarla. Sul piedestallo della statua, di mirabile fattura si vede scolpito, assieme a leggiadri serafini, lo stemma dei Caro inquartato, per reale privilegio, con quello d’Aragona.
Nel 1913 furono eseguiti al castello alcuni lavori di restauro che, come bene auspica il Caputo, dovrebbero essere ripresi per salvarlo da completa, inevitabile rovina.

Il restauro e la manutenzione di strutture di importanzaarcheologica è un compitochedovrebbeesserefatto con estremacura.  Trattareimanufatti con sostanzechimichedurepuòdanneggiare le strutturefragili.  Si tratta di un lavorocostoso da fare con granderesponsabilità di proteggere la cultura antica. Clicca qui per maggioridettagli.  Continuando con la storia.

L’attuale proprietario, Giuseppe Tomasi Mastrogiovanni principe di Lampedusa, in omaggio alla tradizione ed al sentimento popolare, assicura la costante vigilanza della sacra statuetta tuttora custodita nel castello.

Castello di Luna Visto: 125
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CASTELLO DI LUNA (Sciacca – Agrigento)

Castello di Luna (Sciacca – Agrigento)Detto anche «Castel Nuovo» fu costruito nel 1393 da Guglielmo Peralta, sposo di quella Eleonora d’Aragona il cui busto famoso, scolpito 62 anni dopo la sua morte da Francesco Laurana, ornò un tempo la tomba di lei ed ora si ammira nel Museo di Palermo.
I Luna (ai quali pervenne dai Peralta) vi si trincerarono per combattere gli odiati nemici, i Perollo, proprietari dell’altro munito castello chiamato «Castel Vecchio», del quale rimangono soltanto pochi ruderi.
I sanguinosi episodi di queste acerrime lotte tra le due famiglie più illustri del luogo, durate molti anni, passarono alla storia come «i casi di Sciacca» ed ebbero origine dall’odio di Giovanni Perollo, perdutamente innamorato della bella Margherita Peralta, per Artale conte di Luna il quale, per volere di rè Martino, l’ebbe in isposa.
La storia funesta ha inizio con la morte di Nicolo Peralta nel 1399, il quale lasciò tutori delle sue figlie, Giovanna, Margherita e Costanza, ben sette illustri personaggi, primo dei quali rè Martino.
Questi, morto Nicolo, si recò a Sciacca insediandosi da padrone nel castello e quale tutore principale decise, per ragioni di stato, di dare Margherita in moglie ad Artale di Luna, fratello della propria madre, e nel 1400 le nozze vennero solennemente celebrate nel castello alla presenza del rè.
L’odio di Giovanni Perollo, di antica nobiltà siciliana, per il rivale catalano, fu anche un odio di razza che nulla potè spegnere e si tramandò, per lunghi anni, di padre in figlio.
Alla morte del conte Artale, nel 1412, seguì, nel 1418, anche quella del Perollo, ma i loro figli Pietro Perollo e Antonio Luna ereditarono il triste retaggio e i due castelli continuarono ad essere muti testimoni di lotte ed intrighi funesti.
Il 1 aprile 1459, durante la processione della tradizionale festa pasquale «la sacra spina», Pietro aggredì il nemico e credutolo morto fuggì nascondendosi in luogo sicuro. Il Luna appena rimesso dalle ferite, ansioso di vendetta non riuscendo a trovare il suo aggressore sfogò la sua ira sui parenti e amici di lui uccidendone «più di cento».
Dopo questa tremenda strage, definita «il primo caso di Sciacca», venne inflitto l’esilio ad entrambi i nemici.
In seguito essi vennero graziati e costretti da rè Giovanni a far pace (1460).
Per più di mezzo secolo regnò nel castello ed in tutta la città una pace apparente che non era però nel cuore di quegli uòmini, ormai troppo avvelenati da profondi rancori, e che fu rotta dai figli quando nel 1529 Sigismondo Luna, che avea sposato Luisa Salviati figlia di Jacopo e di Lucrezia dei Medici, deciso a finirla col provocante avversario Giacomo Perollo, attaccò con i suoi fidi il castello vecchio e dopo aspra e lunga lotta riuscì ad espugnarlo.
Il Perollo fuggì ma raggiunto venne ucciso ed il cadavere, legato alla coda di un cavallo, trascinato a lungo ed abbandonato poi sulla via, trovò pietosa sepoltura nella tomba di famiglia. Tragico episodio detto «il secondo caso di Sciacca».
In seguito alle atrocità commesse, Sigismondo fu posto al bando e si vuole che recatesi a Roma ed avendo avuta negata la grazia, si uccise gettandosi nel Tevere.
Tutti i beni dei Luna furono confiscati e quando ai figli di Sigismondo venne restituito il castello di Caltabellotta questo di Sciacca rimase al Demanio.
I terremoti del 1727 e 1740 lo scossero fortemente ed oggi rimane di esso la cinta delle mura che ci tramandano soltanto il fosco ricordo della sua antica potenza.

Castello di Chiaramonte – Naro Visto: 124
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CASTELLO DI CHIARAMONTE (Naro – Agrigento)

Castello di NaroPer antica tradizione viene anche chiamato castello di Cocalo poiché si vuole edificato sopra una antichissima rocca del tempo di quel rè dei sicani.
Le sicure notizie che abbiamo di quello attuale risalgono alla guerra del Vespro che anche qui compì la sua strage poiché tutti i francesi che lo presidiavano, assieme al loro governatore Turpiano, furono uccisi ed i loro cadaveri appesi alle mura.
Sul 1297, al tempo della incoronazione di Federico II d’Aragona rè di Sicilia, ne era signore Pietro Lancia la cui figlia Eleonora lo portò in dote ad Artale Alagona figlio di Blasco.
Lo stesso rè Federico poi, che molto apprezzava l’incantevole luogo, vi soggiornò a lungo nel 1324.
In seguito, con privilegio di rè Federico III, nel 1366 Matteo Chiaramonte ricevette la terra ed il «castro» di Naro, che restaurò ampliandolo notevolmente.
Con la spoliazione dei beni di Andrea Chiaramonte, rè Martino lo assegnò a Raimondo Moncada suo fido partigiano (1392) ma successivamente trasformò in demaniale terra e castello imponendovi come castellano Mazziotta di Alagona (1397).
Castello di NaroUn anno dopo lo stesso rè, con la sposa regina Maria, vi si stabilì per lungo periodo durante il quale decise che gli ebrei di Naro non fossero molestati ma che dovessero «scopare e pulire una volta al mese le sale del Castello».
Al tempo del vicariato della regina Bianca e delle sue famose vicende col Cabrera questi, in odio alla città di Naro che come quasi tutta la Sicilia parteggiava per la regina, non potendo espugnare il castello molto ben difeso vi penetrò a tradimento.
Nella lotta che ne seguì il castellano del tempo, Lop di Leone, perì nel nome della sovrana ed il Cabrera, dopo averne fatto «tagliare a pezzi il cadavere» fece anche murare viva nel castello una abadessa, solo colpevole di essere parente del castellano (1411).
Sotto rè Filippo III di Sicilia, nel 1645 circa, pervenne in proprietà alla «Università» di Naro.
Oggi la parte bassa viene adibita a carcere.
Isolato sopra una piccola altura il bel castello conserva intatto il grosso muraglione e mentre è vecchissima la torre cilindrica l’altra, quadrata e di molto posteriore alla prima, sarebbe stata edificata da Federico II d’Aragona nel 1330. All’interno notevole una porta trecentesca ed un salone altissimo diviso da un costolone ad arco acuto sorretto da mezze colonne e capitelli.
Nel cortile un’ampia cisterna usata, a volte, anche quale prigione.
Al tempo normanno è attribuita la romantica storia di Madonna Giselda, la castellana dalle chiome nere e gli occhi color del mare, che invaghitasi del proprio paggio, Bertrano, ebbe un assai triste destino. In una notte lunare mentre egli le cantava sul liuto il suo amore, sorpresi dal geloso marito, Pietro Calvello, il giovane amante fu ucciso e gettato dall’alto della torre.
Giselda, rinchiusa in una fredda cella, si lasciò morire di dolore e la commossa fantasia popolare narra di un bianco fantasma di donna che, nelle notti chiare, vaga perdutamente per la terrazza fatale.
Sul suggestivo castello, detto chiaramontano da colui che per primo gli dette l’attuale imponente aspetto, incombe tuttora questa tragica storia d’amore ed il viandante, che a notte vi passa accanto, si segna e affretta il passo…

Castello di Caltabellotta Visto: 150
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CASTELLO DI CALTABELLOTTA (Caltabellotta – Agrigento)

Chiamato in arabo «Qal at al ballut» (la rocca delle querce) venne riedificato dai normanni nel 1090 e fu al centro di lunga e notevolissima storia.
Nel 1194, morto rè Tancredi a cui successe il figlio Guglielmo III ancora fanciullo, la regina madre Sibilla cercò di organizzare la resistenza dell’isola contro lo svevo Arrigo VI avanzante alla conquista del regno di Sicilia. Per prima cosa si preoccupò di mettere in salvo il giovane rè e le altre tré figlie, in questa sicura ed inaccessibile rocca. Successivamente anch’essa dovette fuggire da Palermo e seguita dai fedeli baroni riuscì a raggiungere i figli.
Di queste vicende il poeta Pietro da Eboli (fine XII sec.), avverso ai normanni e riferendosi alla presenza del giovanissimo rè in Caltabellotta, così scrisse: «RADICEM COLUBRI CATABELOTTUS URBEM ALIT» (Caltabellotta alimenta questa radice di serpente).
Tornati a Palermo dopo un trattato con l’usurpatore svevo, il 29 Dicembre 1194 Sibilla e i suoi figli vennero arrestati e poi condotti in Germania dove, quattro anni dopo, il piccolo Guglielmo fu barbaramente accecato, martoriato ed ucciso.
Secondo alcuni storici si vuole che nel Novembre del 1270, sia stato tenuto al castello un famoso banchetto da Guido di Dampierre conte di Fiandra il quale, di ritorno dalla crociata fatta con rè S. Luigi IX di Francia (che in quella impresa trovò la morte), volle festeggiare i suoi compagni d’arme, assieme a rè Carlo d’Angiò; tutti sbarcati a Trapani. Ed il solitario castello avrebbe così vissuto poche ore del fasto di quei cavalieri e della poesia dei menestrelli che ne allietavano la mensa.
In una novella del Boccaccio (Decamerone giom. 10, nov. 7) è narrato che, verso il 1282, la giovane Lisa Puccini invaghitasi perdutamente di rè Pietro d’Aragona, quasi a morirne, pregò un valente trovatore di raccontare in versi la sua pena al rè ed eccone le prime rime:
«Muoviti, amore, e vattene a Messere,
E contagli la pena ch’io sostegno:
Digli che a morte vegno,
Celando per temenza il mio volere».
Rè Pietro commosso da tanto amore si recò da lei (che dalla gioia fu subito guarita) e le diede in sposo il nobile giovane Perdicene e in dote il castello e le terre di Caltabellotta.
Dopo meno di un secolo dalla uccisione dell’ultimo rè normanno, la subentrante dominazione sveva era scomparsa e le armi di Aragona e di Francia si scontravano da tempo per la conquista della Sicilia.
E qui, nel castello, il 19 aprile 1302 venne firmata la famosa «pace di Caltabellotta» tra Federico II e Carlo di Valois.
Pace memorabile poiché concluse la guerra del Vespro lasciando la Sicilia a Federico. In quel tempo era signore del castello tale Abate Barresi e poi, sotto Pietro II, lo divenne Federico d’Antiochia il quale ne fu spogliato per la sua adesione alla causa angioina.
Ebbe quindi la concessione del castello Raimondo Peralta, ammiraglio del regno, che ottenne da rè Pietro il titolo di conte di Caltabellotta (1338).
Da Nicolo Peralta che nel 1396 ebbe da rè Martino confermata la signoria sul castello, questo pervenne alla figlia Margherita moglie di Artale di Luna.
In seguito il loro figlio, Antonio Luna, temendo a Sciacca una aggressione da parte del suo acerrimo nemico Pietro Pèrollo, venne a rifugiarsi in questa sua munita dimora finché se ne dovette allontanare in occasione delle feste pasquali che, per tradizione di famiglia, lo richiamavano a Sciacca dove fu dal Perollo aggredito e ferito. Un discendente del Luna, Sigismondo, al suo matrimonio con Luisa Salviati (1523) ricevette dal padre la contea di Caltabellotta.
Egli di natura tranquilla e malinconica ma, rivelatesi poi capace di eccezionale ferocia, amava moltissimo soggiornare in questo isolato castello piuttosto che in quello, tanto più sfarzoso ed animato, di Sciacca sua residenza abituale.
Nel 1528 circa, vi si tenne una adunanza fedeli con a capo il vecchio Giovanni Luna padre di Sigismondo, per tendere a Sciacca un agguato all’odiato nemico Giacomo Perollo. E qui tornò Sigismondo, autore della strage (secondo caso di Sciacca) per raggiungere il padre e prepararsi alla fuga.
Dopo questi fatti, che tanto cupamente gravarono su tutta la Sicilia, la rocca caltabellese venne confiscata alla famiglia Luna ed attribuita al regio demanio, ma successivamente rè Carlo V la restituì ai figli di Sigismondo, innocenti delle colpe paterne.
Nel 1673 ne era castellano Ferdinando d’Aragona Moncada e per successive eredità passò ad Antonio Alvares Toledo duca di Bivona (1754).
Il castello oggi è interamente distrutto.
Ma salendo per l’erto sentiero scavato nella roccia, verso la rupe altissima ove esso sorgeva, in un paesaggio dantesco irto di picchi troviamo in piedi «quasi a miracol mostrare» un pezzo di alto muro nel quale si conserva intatto il particolare più significativo di tutto il castelli: LA PORTA.
Con il suo bell’arco (sul quale, dal lato interno, è ancora visibile una nicchia), essa rappresenta ormai la sola viva e preziosa testimonianza di così grande e palpitante storia.

Castello di Chiaramonte – Favara Visto: 126
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CASTELLO DI CHIARAMONTE (Favara – Agrigento)

Castello di FavaraFondato da Federico II Chiaramente nel 1270, questo elegante castello, dopo alcuni passaggi ereditari, divenne proprietà di Luchina Chiaramonte che andò sposa ad Arrigo II Rossi.
Nel 1355, essendo questi dichiarato ribelle e spogliato di tutti i suoi beni, il castello tornò ai suoi primi proprietari e verso il 1390 ne fu signore Andrea Chiaramonte.
Ancora una volta ritroviamo qui notizia di questo discendente della nobilissima stirpe chiaramontana, così barbaramente ucciso dinanzi al suo castello Steri di Palermo e la cui morte segnò la fine della grande potenza di una tra le più illustri famiglie dell’isola.
Questo suo bene venne confiscato insieme a tutti gli altri da rè Martino e assegnato a Guglielmo Raimondo Moncada (1392) quale premio alla sua impresa di Catania dove liberò da Castello Ursino la giovane regina Maria, futura moglie di Martino stesso.
Pochi anni dopo, nel 1398, essendo stato il Moncada dichiarato a sua volta ribelle, il castello tornò alla corona.
Nello stesso anno, per concessione del rè, ne fu signore Emilio Parapertusa e venne elevato a baronia in virtù della decisione presa dal rè e della regina, nel Parlamento tenutosi a Siracusa il 3 ottobre 1398, per cui i feudi e relativi castelli venivano costituiti in baronìe.
Dopo alcune successioni, nel 1486, il castello venne venduto a Guglielmo Aiutamicristo ma poco dopo il Parapertusa, valendosi di un diritto di ricompra, ne ritornò in possesso.
Castello di FavaraSuccessivamente nel 1509 con investitura reale pervenne ai Marino e poi alle famiglie Silva, Aragona, Tagliavia, Pignatelli e nei primi del 1800 ne fu ultimo feudatario Diego Pignatelli.
Dei mirabili pregi di un tempo si conservano all’esterno deliziose finestre, bifore e dal quadrato cortile ha inizio la bella scala, in parte scoperta, che conduce ad un vasto pianerottolo con grande finestra bifora dalla grossa colonna centrale e sedili ai lati.
Notevolissimo il ricco portale della cappella, divisa da un arco acuto con colonne e capitelli.
Nel primo androne d’ingresso del castello una strana iscrizione, su lapide, appare assolutamente indecifrabile, tanto che da una credenza popolare è stata considerata la misteriosa chiave di un nascosto tesoro.
Con molta pazienza è stato possibile decifrarne il seguente testo:
«CUI LEGI SI VOLIA VANTARI DI GLORIOSO.
A LI XX DI GINARO VII INDICIORE 1488 FORO FATI LI SUPRARI PER MAGISTRU BIRNARDU SITINERI,
PER COMANDAMENTO DI NON PERPERIUS».
(E chiaro che essa vuoi ricordare i lavori fatti, nel piano superiore, dal Parapertusa quando egli rientrò in possesso del castello).
Purtroppo però nessuna indicazione di… «tesoro», anche se ancora si narra che una lunga galleria sotterranea si partisse un tempo dal castello ed al termine di essa dovesse trovarsi la famosa leggendaria «chioccia coi pulcini d’oro»…

Castello di Menfi Visto: 120
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CASTELLO DI MENFI (Menfi)

La poderosa torre ancora esistente basta da sola a darci l’idea dell’imponente complesso del tempo in cui il castello fu costruito. (Da Federico II di Svevia, 1239 circa, o forse prima ancora dai normanni).
Di forma irregolare, rivela impronte di stile saraceno e fu chiamata «Torre di Borgetto» da Burgio Millusio antico nome di Menfi.
Re Manfredi di Svevia, al tempo della sua incoronazione (agosto 1258), trovandosi al castello, confermò in favore dei palermitani alcuni privilegi precedentemente concessi dal fratello Corrado.
Verso il 1287 rè Giacomo I d’Aragona ne creò signore Coraldo Emmanuele, venuto al seguito di rè Pietro. In eredità pervenne poi ad Eufemia Emmanuele ed al suo matrimonio con Francesco Ventimiglia conte di Geraci, il castello pervenne a questa nobile famiglia (1408 circa) ed ancora, quale dote della loro figlia Pina, alla casa Tagliavia.
Dopo qualche secolo, verso il 1663, divenne proprietà di Ettore Pignatelli, conte di Borello, per matrimonio con Giovanna Tagliavia.
Gli angioini, nell’aprile del 1313, al tempo di Federico II d’Aragona, tentando di riprendere la Sicilia, sbarcarono a Castellammare del Golfo al comando dell’ammiraglio Tommaso Marziano conte di Squillace.
Dopo aver saccheggiato Salemi e Castelvetrano, recandosi a Sciacca, l’otto Agosto si trovarono a dover combattere contro questa munitissima rocca (in quel tempo della famiglia Emmanuele) i cui difensori, malgrado fossero in pochi, rifiutarono di arrendersi e subirono con eroismo il forte assedio del nemico.
Dopo alcuni giorni questi fu costretto a desistere dalla impresa e da allora, in susseguenti invasioni, nessuno osò più attaccare l’imprendibile castello rimasto così inviolato. Sul 1638 Diego Tagliavia Aragona, facendosi riconoscere un antico privilegio del 1536, al posto del diruto castello edificò un palazzo contiguo alla vecchia torre la quale, da quel tempo, venne adibita a carcere cosiddetto «baronale».
Ad essa è legato il racconto di una raccapricciante vicenda: nel 1748 tale Pietro Calia di diciannove anni e Maria Amoroso di trenta vennero condannati alla forca per avere egli ucciso su istigazione della donna, la propria madre che si opponeva al loro illecito amore. Rinchiusi nella torre e giustiziati, la testa e le mani di lui furono recise ed appese alle mura quale terrificante esempio.
Il vetusto torrione, con varie stanze sovrapposte, delle quali una dalla bella volta ad «ombrello», è assai originale con il suo interessante cornicione che, staccato e sostenuto da grosse mensole, appare costituito da un susseguirsi di archetti.
Dal 1869 è destinato a carcere mandamentale mentre nel palazzo adiacente (che successivamente deturpato non conserva più nulla dello stile secentesco) sono la pretura e l’abitazione dell’attuale proprietario Nicolo Aragona Cortes principe Pignatelli.

Vedi anche…

CASTELLO DI DONNAFUGATA (Donnafugata – Ragusa)

La sua prima costruzione sembra dovuta ai Chiaramonte, verso il 1300, e dopo aver subito la signoria del gran giustiziere del regno Bemardo Cabrerà (XV sec.) pervenne a Francesco Maria Arezzo de Spuches barone di Donnafugata.
Di tale nobilissima famiglia romana (chiamata Aretia) sarebbe stato capostipite, secondo il Mugno, un Aldo Arezzo che nel 1130 fu al servizio di rè Ruggiero, dal quale avrebbe ricevuto molti feudi.
Da Francesco Maria Arezzo attraverso successioni dirette giunse a Clementina Paternò Castello.
Da essa, vedova del visconte Gaetano Combes de Lestrade, baronessa di Donnafugata, principessa di Sperlinga, ereditò la figlia Clara vedova del conte Testasecca, attuale proprietaria.

In alcunetradizioni, glieredidella donna hannoavutiglistessidirittiereditanti di quellodegliuomininell’era passata.  Ma quando una donna o un bambino eredita la regola, era stato difficile da continuare come righello.  Hanno persoilpotere a causa di frequenti guerre da governanticircostanti.  Il Web ha moltestorie di talitentativi di colpo di stato.  Tornaallastoriadeirestiarcheologici.

Riedificato in varie epoche e quindi con molti corpi aggiunti, il castello è tuttavia tra i più ricchi e sontuosi di Sicilia e certamente l’unico, delle sue grandiose dimensioni, in perfetta efficienza.
La parte più antica di esso si compone di due piccole torri rotonde mentre altre due, alte e quadrate, sono di epoca molto posteriore e la facciata presenta nella parte centrale una bella loggia con colonnine, creata nei primi del secolo.
Castello di Donnafugata – DonnafugataI preziosi arditi ed i pregevoli quadri (molti del quali ritratti di famiglia) arricchiscono l’elegante castello nel quale figura una grande sala d’armi con antiche portantine e complete armature.
Bello il salone degli specchi e l’appartamento chiamato «del vescovo» (con splendidi mobili Boulle) riservato esclusivamente all’alto prelato il quale, per tradizione, vi si reca in visita durante il soggiorno dei nobili signori.
Nelle piccole antiche torri si conserva ancora inalterato il suggestivo aspetto dell’epoca ed è interessantissima, tra l’altro, una stanza con alcova, dove si vuole abbia dormito Bianca di Navarra quando, al tempo del suo vicariato in Sicilia, vi sarebbe stata rinchiusa dal Cabrerà che la perseguitava con il suo amore e la sua sete di potere. Ma anche da qui ella sarebbe riuscita a fuggire e da tale episodio avrebbe preso nome il castello.
Seppure leggenda è questa, tutto nella piccola camera par che ci parli di quel tempo (dalle stinte cortine del letto al consunto pavimento) suscitando l’immagine della bella regina qui realmente vissuta.
Il bellissimo castello è circondato da un grande parco contenente alcune di quelle bizzarrie tanto in voga nel XVIII secolo.

Castello di Donnafugata – Video Visto: 565
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CASTELLO DI DONNAFUGATA (Donnafugata – Ragusa)


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Castello di Biscari (Acate) Visto: 1099
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CASTELLO DI BISCARI (Acate)

Castello di Biscari – Acate – foto storica«1424 = QUISTU CASTELLO ET SITO DI LA TERRA – FICHI FABBRICARI LU MAGNIFICU SIGNURI GUGLIELMU RAMUNDU LU CASTELLU – REGIUS MILES BARUNI DI LA DICTA TERRA ET DI LA FAVAROCTA».

Questa la lapide che figura nell’androne d’ingresso, assieme ad uno stemma composto di due draghi che sostengono un castello con tre torri.
Nel lungo prospetto della bella e aristocratica dimora, sono due torri laterali di cui una mozzata da tremenda tempesta, non molti anni or sono.
All’interno nulla più di notevole. Sul grande cortile quadrato due loggette ed una piccola «angoliera» quattrocentesca. Nella cappella gentilizia, in un sarcofago dietro l’altare, è visibile un corpo che la leggenda vuole sia quello di S. Vincenzo martire il quale, partecipando ad una crociata, sarebbe stato ucciso nel sonno da un saraceno. Una principessa Biscari avrebbe, in seguito, fatto costruire il santuario per custodirvi il suo corpo, trasportato in Sicilia.
Altra versione, meno romanzata, narra invece di un Biscari morto santamente ed onorato con particolare devozione.
A Guglielmo Raimondo Castello subentrò il figlio Giovanni e attraverso altre dirette successioni, nel 1566 ne divenne proprietario Fernando Castello, signore di Biscari, che fu l’ultimo dei Castello. Da questi, morto senza figli, per linea femminile, pervenne a Orazio Paterno, con la clausola di dovere egli assumere anche il cognome e lo stemma dei Castello (1578).
Castello Biscari – AcateIn seguito divenne proprietà di un ramo collaterale della famiglia e nel 1623 Agatino Paternò Castello ottenne da rè Filippo III di Sicilia, il titolo di principe ed ebbe, per un certo periodo, le funzioni di viceré nella Valle di Noto.
Dopo successivi passaggi ereditari, (va ricordata la figura di Ignazio II, illustre studioso che donò alla sua Catania un ricco museo di rarità antiche) il castello, ricostruito dopo il terremoto del 1693- fu proprietà del principe di Biscari Roberto Paterno Castello Valery. Oggi, una parte è ancora proprietà della famiglia Biscari mentre l’altra metà appartiene ai marchesi Raddusa.

Localizzazione Castelli della Provincia di Ragusa Visto: 502
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Castello di Comiso Visto: 528
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CASTELLO DI COMISO (Comiso – Ragusa)

Castello di Comiso – ComisoDetto comunemente «palazzo del conte» questa signorile, fortificata dimora, posta al centro della piccola città che la circonda, fu innalzata sopra gli avanzi di un antico maniero che si vuole appartenuto a Giovanni Chiaramonte, per acquisto da Berengario de Lubera.
Smentendo tale ipotesi, lo Stanganelli sostiene invece, con buoni argomenti, che la Comiso appartenente ai Chiaramonte sarebbe stata quella della Val di Mazara e non questa in Val di Noto.
Approfittando infatti di tale equivoco pare che Bemardo Cabrerà, nel 1392, sarebbe riuscito ad ottenere da rè Martino l’inclusione nella contea di Modica, a lui assegnata, di questa città anziché dell’altra dei Chiaramonte spogliati dal rè di tutti i loro beni. In tal caso il Cabrerà, con l’astuzia e la frode, l’avrebbe usurpata a Federico Speciario, castellano del tempo.
Nel 1453 circa, il castello fu venduto a Pariconio Naselli, barone della Mastra, il cui lontano discendente Gaspare Naselli venne creato conte di Comiso da rè Filippo I di Sicilia, nel 1571.
In successive eredità, sul 1812, pervenne a Baldassare Naselli Galletti conte di Comiso e principe di Aragona.
Della parte più antica del castello, al quale un tempo si accedeva da un ponte levatoio, rimane oggi una torre cilindrica, chiamata «fossa», nonché due portali ogivali e la interessante porta ferrata a grosse bugne del 1400, mentre la grande torre quadrata non sarebbe anteriore al 1575.
Castello di Comiso – ComisoNei lugubri sotterranei si trova una «sinistra» porticina dalla quale venivano tirati fuori i corpi dei giustiziati che vi precipitavano dall’alto attraverso un trabocchetto.
Il terribile terremoto del 1693, che tanta distruzione arrecò alle Valli di Demone e di Noto, fece crollare il piano superiore del castello che in seguito fu restaurato.
Nel marzo del 1729, per l’annunziato arrivo del viceré Cristoforo Femandez de Cordova, che compiva un giro di ispezione alle fortezze dell’isola, grandi lavori vennero eseguiti al castello dove egli avrebbe preso dimora assieme a tutto il seguito. Al tempo dei Borboni rimase abbandonato finché, nel 1841, una parte di esso venne trasformato in teatro comunale.
Oggi vi si trovano gli uffici della pretura e nella parte bassa il carcere mandamentale.
Al castello è associata la leggenda detta «del conte assediato», la quale narra di un conte Naselli che, assediato assieme al popolo nel castello, allontanò il nemico applicando il noto stratagemma di farsi credere ricco di provviste. Una grande quantità di ricotta sarebbe giunta infatti, miracolosamente, in seguito ad una apparizione del patrono S. Biagio che in una fredda notte, mentre lo sconsolato castellano vagava per le buie sale, lo avrebbe confortato e consigliato di gettarne gran parte fuori le mura.

 

Vedi anche…

La Basilica del Murgo

Il più tipico monumento chiesastico dell’età sveva in Sicilia — nel senso che le sue forme chiaramente manifestano la loro origine borgognona-cistercense — è costituito dalle rovine imponenti della chiesa monastica della piana del Murgo (in territorio di Agnone nelle vicinanze di Lentini), la cui costruzione, avviata su un impianto grandioso, venne interrotta e del tutto poi abbandonata.

I varistiliarchitettonicidell’epoca passata ci riportaindietro.  Questi ci dannoun’ideachiara circa le divinità e ritualiprevalentiseguitiallora.  La portata di artigianianchenellerovinesonocosìmeravigliosi.  Possiamotrovareicambiamenticheeranoaccadutinelcorsodeisecolinello stile, nellecredenze, nellamodaecc.Visita la Home pageper conosceretuttiidettagli di varirepertiarcheologici.  Tornaallastoria

Il presbiterio con l’annessa zona delle absidi, i muri perimetrali di grossi blocchi accuratamente squadrati e portati quasi al livello di tré metri dal suolo, gli intagli delle porte, i segni di allineamento delle navate, le strutture predisposte per l’irradiarsi delle crociere, ed altri più particolari e minori elementi, danno ancora oggi la possibilità di ricostruire, su sicuri elementi, la pianta dell’edificio, e di intuire — ed anche per questo non mancano elementi di confronto vicini e lontani — quale, sarebbe stato il suo carattere qualora fosse stato portato a compimento.
Era in costruzione una grandiosa basilica (m. 83 x 28) divisa in tre navate, con il presbiterio in risalto su di esse, concluso da tre absidi o cappelle di forma pressocchè quadrata. Tanto per le navate (le campate della centrale son calcolate in modo da includerne due delle laterali) che per le cappelle terminali era prevista una copertura con volte e crociera costolonate.
L’impianto è dunque, per le sue ben chiare caratteristiche e sopratutto per il suo singolare assetto geometrico e la sua sobria grandiosità, quello tipico delle chiese cistercensi; ed in Italia ha il precedente — per indicare l’esempio più cospicuo e noto — della chiesa di Fossanova, consacrata nel 1208, e di quelle da Fossanova dipendenti, come la chiesa di Casamari, consacrata nel 1217.
La basilica del Murgo è però più tarda: gli indizi di cui disponiamo concordano, infatti, nel porre la fondazione intorno al 1225. Il Manriquez, storiografo dell’ordine, crede che essa sia avvenuta tra il 1220 e il 1225, e s i basa sul diploma — sottoscritto da Federico II a Siracusa nell’agosto 1224 — con il quale venivano restituiti al famoso convento di S. Maria di Roccadia, nelle vicinanze di Lentini, i beni in precedenza confiscati. Non è dubbio che il nuovo edificio monastico, che, sempre secondo il Manriquez, Federico aveva ordinato fosse costruito, come in realtà s’era incominciato a fare, «e ex magno et quadrato lapide in sinu leontinensi proximo », sia da ricollegare a quello più antico di S. Maria di Roccadia, e che anzi venne avviato perché i religiosi di quella vetusta abbazia si potessero trasferire, tra i boschi ed il mare, in una località più amena e a quel che pare ben nota allo stesso Imperatore. Pure di quest’anni, e precisamente del 1224, è — secondo l’ignoto cronista di S. Maria de Ferraria — l’iniziativa federiciana di adunare i conversi dell’ordine e impiegarli anche nelle fabbriche che stava per iniziare.
Questi, gli indizi, e sono a mio avviso assai probanti, anche perché non è dubbio che il piano della chiesa, per i suoi aspetti così tipici e per le sue particolarità, è da attribuire ad architetti dello stesso ordine cistercense.
Il Prof. Giuseppe Agnello, che per primo ha illustrato le rovine della chiesa, oggi in completo abbandono, ha messo in valore un fatto assai importante: le analogie intercorrenti tra le strutture della chiesa e quella dei castelli federiciani, come, ad esempio, Castel Maniace .in Siracusa. Se si ammette, come è assai verosimile, che le maestranze, intente ad innalzare la basilica del Murgo, vennero impiegate per la costruzione di Castel Maniace, certamente completo nelle sue strutture nel 1239, si trova la ragione della interruzione dei lavori e dell’abbandono dell’opera.
Per le mutate esigenze della sua fortunosa politica, Federico II dovette abbandonare i primitivi propositi, e realizzare rapidamente la rete dei Castelli e delle fortificazioni, non soltanto per mantenere saldo il possesso dell’Isola, ma anche come punte avanzate nel Mediterraneo.
Vedi anche…

Zeno

Fortilicium Zeno, non localizzato con esattezza ma da porsi verosimilmente presso Agira. Il fortilizio è attestato unicamente alla metà del XIV secolo.

Documentistorici ci sono molto utili.  Gettano luce suavvenimentiimportanti e fatti del passato.  Solo con l’aiuto di questistoricisonostati in grado di ricostruireilpassato.  Questidocumentirelativiallamaggiorpartedellecivilizzazioni non sonodisponibili.  Con l’aiuto di qualsiasiinformazionepocodisponibile, possiamoconoscere le guerre, ilcommercio, lo stile di vita, lo sviluppodell’arte e dellareligione.  Molti di questifattiimportantisonocollegati qui.

Da Cosentino (1886) apprendiamo che nel 1355 (nov. 3) – rè Federico IV ingiunge all’ universitas di Agira di assegnare, come già ordinato dal defunto rè Ludovico, una certa somma di denaro a Ruggero Pernici di Aidone il quale aveva restituito all’ universitas il fortilicium chiamato Zeno già occupato dai nemici della corona.

Castello di Altavilla Visto: 1238
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Il castello di Altavilla è da localizzarsi in Val di Noto, nel comune di Melilli in provincia di Siracusa.
Il castello, attestato dal 1374, subì distruzioni per i terremoti del 1542 e, soprattutto, del 1693. Dal Glénisson (1948) si apprende che nel 1374-75 sono attestati il castrum Alteville et casale Melilli con 45 fuochi solvibili. Nel 1417 rè Alfonso V concede Augusta, nel cui territorio era compresa Melilli a Diego Gomez Sandoval. Nel 1445 Pietro Busuldano, conservatore generale del regno, rivendica al demanio i territori di Augusta e Melilli; Ferdinando il Cattolico li vendette a Guglielmo Raimondo Moncada. Nel 1445 Pietro Busuldano, conservatore generale del regno, rivendica al demanio i territori di Augusta e Melilli; Ferdinando il Cattolico li vendette a Guglielmo Raimondo Moncada.Nel 1535 Salvatore Mastrantonio s’investe della baronia, terra e castello di Melilli con il mero e misto imperio, per rivendita fatta loro da Blasco Branciforte.Nel 1539 Giuseppe Mastrantonio il 7 gennaio s’investe della baronia e terra di Melilli per la morte del padre Salvatore. Nel 1540 Antonio Cuvello s’investe il 6 marzo della baronia e terra di Melilli. Nel 1568 Cesare Moncada Pignatelli s’investe della baronia, terra e castello di Melilli il 5 novembre 1568 per averli aquistati dal suddetto Covello. Nel 1644 Aloisio Moncada acquista l’8 marzo 1644 la baronia, terra e castello di Melilli da Sebastiano Tristaino. Ed infine nel 1673 Ferdinando Moncada s’investe della baronia, terra e castello di Melilli il 24 aprile 1673.
il castello sorgeva nel pianoro soprastante il paese di Melilli, in località che ancor oggi è denominata ‘Castello’ e fu sconquassato dal terremoto del 1542 e distrutto da quello del 1693. Vi era inoltre una torre, munita di artiglieria e ben capace, posta sotto il castello a difesa immediata del paese, precisamente nell’altipiano che tramanda il nome, attualmente incorporato nell’abitato tra la casa feudale dei Moncada e Cugno dei Cappuccini. (Rizzo, Storia 1990). Secondo l’Amico la fortezza sorgeva un tempo “… nella parte suprema, componevasi tutta di pietra quadre e talmente tra se ben combaciate da sembrare quasi una mole intera”. Da una lettera del 1740 del notaio Bartolomeo Albani indirizzata al monaco don Giacinto, apprendiamo, che la torre antica venne ricostruita, denominata ‘nuova’ e portava sopra la porta uno stemma.

Palici o Santa Barbara o Montagna di Marzo Visto: 1049
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Castrum Palici, Castrum Sanctae Barbarae. Non sono segnalati resti relativi ad un fortilizio medievale nell’ampia area della Montagna di Marzo del Comune di Piazza Armerina (Enna). Il Librino (1928) segnala che il castrum Palici è ricordato da un documento pisano della metà del XIV secolo. Il Cosentino (1886) riporta che nel 1356, rè Federico IV concede a Rainaldo de Gabriele di Piazza la licenza di erigere un castello nel feudo Santa Barbara (anche detto Montagna di Marzo).

Petra de Iannella Visto: 870
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Fortilicium Petrae de lannella. Non localizzato con certezza è da ubicarsi nei pressi di Piazza Armerina. Dal Cosentino (1886) apprendiamo che nel giugno 1358 Federico IV scrive al vicecapitano di Piazza ordinandogli di ingiungere a Federico Branciforti di distruggere il fortilicium di Petra de lannella, costruito presso Piazza, e in caso di rifiuto costringerlo con la forza.

 

Vedi anche…

Castello o Torre di Bonalbergo

Il Castello o Torre di Bonalbergo era ubicato in provincia di Enna, presumibilmente a sei miglia da Nicosia (Amico – 1757).
Nel 1392 l’universitas di Nicosia manifesta la volontà di distruggere il fortilizio o torre di Bonalbergo (Barbato 1919), che però è ancora ricordato nell’elenco dei feudatari del 1408 pubblicato da R. Gregorio (Gregorio 1791).
Fazello ricorda (1558), una torre e castello di Malarbergo non lontano da Agira e a cinque da Nicosia; potrebbe trattarsi della stessa torre detta nel XIV secolo Bonalbergo.

Bicocca Visto: 589
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Bicocca (arx vocata la Bicocca).
Nel 1358 truppe chiaramontane di ritorno verso Lentini da una scorreria nella piana di Catania “diruerunt quandam arcem ad expensas civium noviter constructam existentem in civitatis planicem vocatam la Bicocca”. Poco dopo la distruzione, nello stesso anno la arx di Bicocca fu però ricostruita per opera di Artale Alagona.
E’ molto probabile, vista la denominazione che la Bicocca fosse una fortificazione effimera, costruita almeno in parte in terra e legno.

Castello di Limina Visto: 93
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Castello di Limina (Limina – Messina)

Nel secolo XV (1448 e 1487) avviene il rilascio di due licenze per costruire il castello.
Nel 1448 (apr. 25) – Alfonso V concede a Tommaso de Girifalco la licenza per restaurare o ricostruire la torre antica e distrutta già esistente a Limina e di murare il casale.
Nel 1487 – il barone di Limina Bartomeo Porcu è facoltato a costruire un castello.
In assenza di resti visibili, il sito è stato localizzato nel centro urbano, nella piazza Castello

Castello o torre di Librizzi Visto: 100
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Castello o Torre di Librizzi (Librizzi – Messina)

Il castello (o meglio la torre) sorse verosimilmente nella seconda metà del XIV secolo.
Nel 1131-1140 – “… in Librizzi erano 59 greci che dovevano 256 tari…”.
Nel 1271 – “Jean e Simon de Monfort ottennero i castelli di Carini e Librizzi … si inserirono, anche nel territorio nebrodino grazie al controllo del castello di Librizzi”.
Nel 1556 – rè Federico IV ordinò di sospendere l’erezione di un fortilitium da parte dell’università di Patti e la costruzione di steccati attorno al casale di Librizzi perché non v’era timore di nemici e occorreva la regia licenza.
Nel 1556 – Patti, Librizzi, Zuppardini e Sant’Angelo di Brolo costituiscono la capitanìa a guerra di Giovanni di Patti e, subito dopo, di Vinciguerra Aragona.
Nel 1571 – in terra seu casale di Librici prelibatus Vinchiguerra quoddem fortilidum seu turrim ad hostium confusionem et stragem aptam et utilem etiam construxit.
Nel 1572 – sotto il vescovado di Umbertino I, Vinciguerra d’Aragona continuando ad impossessarsi dei beni della mensa vescovile, occupò una torre di antico diritto della chiesa nel territorio di Librizzi.
Nel 1592 – Giovanni III d’Aragona, erede del padre Vinciguerra d’Aragona, fonda dove sorgeva la torre la terra di Librizzi (terram detti Brizzi). Secondo Vito Amico, invece, la fortificazione dell’antico casale è da attribuirsi a Bartolomeo, figlio di Vinciguerra d’Aragona: “sorgendo in quel luogo una torre, di diritto vescovile, ed assegnata la città in clientela di Vinciguerra Aragona, avendo questi il tutto usurpato, edificò il di lui figliuolo Bartolomeo il paese intorno la fortezza, che per la di lui fellonia diede in dono il rè Martino ad Eleonora Centelles”.
Il sito è stato identificato in assenza di tracce visibili nella via Matrice di Librizzi.
L’ impianto planimetrico è non rilevabile.
Il fortilizio probabilmente occupava l’area su cui oggi insistono la chiesa madre e due edifici scolastici.

Il castello di Fitalia Visto: 567
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Il castello di Fitalia, castrum Fitaliae è da localizzare in Val Demone, nel Comune di San Salvatore di Fitalia in provincia di Messina.
Il castellum è citato già nel XII secolo ma è più probabile che la fonte alluda all’intero abitato fortificato piuttosto che non solo ad un castello. Il Pirri (1733) segnala che nel 1081 la località è compresa nella diocesi di Troina e che nel 1094 il castellum Fitaliae è concesso, dal gran conte Ruggero, all’abbazia di San Bartolomeo di Lipari. I. Peri (1953-56) segnala che nel 1095 nel territorio del castello ha dei beni Roberto de Aucetum, che li dona al monastero di San Bartolomeo di Lipari e che nel XII e XIII secolo con il passaggio al vescovado di Patti il fortilizio perde gradualmente valore. Principato (1988) ci informa che nel 1229 Fitalia e il castello del San Salvatore furono confermati nel dominio temporale del vescovo di Patti. Dall’Amico si apprende che 1320 ne era signore Vitale Alvisio di Messina, barone di Capri e Mirto e dal Fazello (1817) si apprende qualcosa di più sulla localizzazione nel XVI secolo il “castel di San Salvatore … posto nell’altezza del colle” tra il castello di Tortorici e il villaggio chiamato Frazzanò. L’abitato, a cui si riferiscono tutte le informazioni di età medievale, è posto a cavaliere dello spartiacque lungo il torrente Zappulla dove in località ‘Due Fiumare’ confluiscono i torrenti Tortorici e Fitalia.

In tutte le civilizzazioniantiche, ifiumihannosvolto un ruoloimportante.  Le grandicittàsono state costruitevicino ai fiumi.  Questodeveesserecertamentealloscopo di utilizzarel’acqua per l’irrigazione.  Queigiorniiltrasportodell’acquaugualmente ha svolto un ruoloimportante in commercio.  Quindiantichirestiarcheologicisitrovanovicinoalleregioni del Delta deifiumi.  Visitate questo link per saperne di più sui castelli di importanzastoricasituatovicino ai fiumi.  Tornaallastoria….

Il Castello di Mirto Visto: 581
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Il castello di Mirto, castrum Mirti è da localizzare in Val Demone, nel comune di Mirto in provincia di Messina.
Non sono certe del tutto le origini medievali del castello, documentato solo nel XVI secolo. Il Barberi afferma che nel 1396, “item peti lo dicto don Federico la confirmacioni et de novo donationi in perpetuum di tucti li casali di Mirto, li quali foro di misseri Federico di Aloysia”. Il Gregorio (1791-92) riferisce che si parla del casale di Mirto nel cosidetto ‘ruolo feudale’ del 1408 e il casale è infeudato a Angeroctus de Larcan. F. San Martino De Spucches riferisce che nel 1453 Riccardo Filangeri, conte di San Marco, ottenne conferma del castello di Pietra di Roma, con suoi feudi e dei casali di Caprisusu, Mirto, Belmonte in data 21 agosto 1453,che nel 1497 Antonio Filangeri s’investe dei casali di Mirto e Belmonte, che nel 1536 Antonio Branciforti s’investe della terra, castello e baronia di Mirto a 22 giugno 1536 e che nel 1542-1557 Nicolo Branciforti, conte di Raccuja, s’investì della terra, castello e baronia di Mirto, a 27 giugno, per donazione fattagli da Antonio, suo zio; si reinvestì nel 1557 per il passaggio della corona a Filippo II.

Vedi anche…

Castello di Sabuci

Il Castello di Sabuci (Castrum Sabuci) non è localizzato con certezza.
In Idrisi (1150 ca.) si legge “Sabuci, alto castello, ben provveduto, distante di dodici miglia da Caltanissetta”.
Dal Pirri apprendiamo: (1173) “casale quod Sabuci appellatur”, e dal Gregorio: (1296) “Petrus Lancea pro proventibus terre Nari, Caltanixetta, la delia, casali Sabuci”.
L’Amico riferisce che: (1436) Guglielmo Raimondo Moncada deve riedificare il castello di Sabuci, nel territorio di Caltanissetta.
Infine Maurici: (1438), castello in rovina e licentia populandi concessa a Guglielmo Raimondo Moncada, senza esito.

Calatabusammara Visto: 750
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CALATABUSAMMARA (Val di Mazara)

Il sito, non localizzato sul terreno, è da ricercarsi sul complesso della Rocca Busambra. (Amico 1855 – 56,1, p. 170; Maurici 1998, p. 71).
La Rocca Busambra giustifica pienamente il toponimo in qal’a di Calatabusammara, un fortilizio o abitato fortificato attestato solo a partire da età normanna. Ma la costruzione del toponimo in abù (Qal’at abù Sumrà: ‘la fortezza di abù Sumra”} testimonierebbe, secondo H. Bresc, dell’esistenza di una fortezza già in epoca musulmana (Bresc 1994, p. 66) come nel caso di Caltavuturo (Qal’at abù Thàwr. ‘la fortezza di abù Thawr).

Nei tempi antichii re costruironofortezze come mezzo per proteggere la città.  I fortieranosituati in luoghi dove l’accessibilità è dura.  Più sopra questi Forts eranoipunti di raccoltadelletasse.  Avevano un buoncontrollosullepersonechecercanoentrata e uscita.    Cliccasu questo link per conosceremaggioridettaglisullafortezza di Calatabusammara.

Notizie storiche:
1182 – il confine della magna divisa di Corleone vadit per summitatem montis et descendit ad Kalatabusamara, senza altra specificazione sulla località – Cusa 1868-82,1, p. 196. Il toponimo in qal’a permette di supporre che Calatabusammara fosse un fortilizio o un abitato fortificato.
1548 – contrada – Pergamene Calatamauro, p. 100, perg. 301 (Maurici 1998,
p.71).
1417 – feudo – Lionti 1891, p. 231.
1558 – fortezza in rovina – Fazello 1817,1, X, III, p. 620.
1571 – feudo vacato lu casali di Busammara – Nania 1995, p. 43 nota 25.
1757 – “… villaggio Calata Busammara, di cui rimangono ingenti mine … presenta un’insigne fortezza di città” – Amico 1855-56,1, p. 170.
Alla fine del XII secolo, con la prima attestazione documentaria, il sito sembrerebbe già abbandonato e diventato un semplice punto di riferimento per l’indicazione dei confini del distretto di Corleone.
Stato di consistenza: attestazione documentaria.

CALATAMATTERI Visto: 403
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Il “castrum et locum” di Lalatamatteri nel 1408 risulta infeudato a Nicolò Peralta.
La sua ubicazione è incerta.

Castello di Al-Khazan Visto: 735
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Castello di Al-Khazan

Il castello è citato al 1150 da Idrisi come castello posto “”in cima d’un monte: una delle più belle rocche”” e “”prospero paese, con poderi e casali””. Tuttavia del sito non v’è alcuna traccia e non è stato identificato con certezza.
dalla descrizione di Idrisi, si può dedurre che il castello (o l’abitato fortificato) sfruttava un sito dalla posizione elevata e favorevole per proteggere e controllare il territorio agricolo ed i casali in esso esistenti.
Si ritiene sia da da ubicarsi ipoteticamente su un rilievo montuoso presso il lago artificiale dello Scanzano, fra Marineo e la Rocca Busambra.

Castello di Mirga Visto: 437
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Al 1150 “Mirga è piccolo, ma forte castello, con un borgo e abituri”, posto ad un miglio da Alcamo.
Il sito non è identificato.

Monte Grifo Visto: 765
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CASTELLO DI MONTE GRIFO (Trapani)

L’ubicazione è ignota; è inoltre incerto se si trattava di un castello o di un piccolo abitato fortificato.
Localizzazione storica: Val di Mazara.
Notizie storiche:
1358 (ago. 9) – lettere agli abitanti di Mazara, Marsala, Partanna, Misilindi-Belice (Bilichij) e Monte Grifo, perchè prestino la debita obbedienza al nobile Giorgio de Graffeo nominato capitano di guerra di queste località, con la cognizione delle cause criminali e con facoltà di farsi sostituire da idonee persone – Cosentino 1886, p. 489.
1358 – re Federico IV volendo ricompensare i fedeli che insieme a Giorgio da Graffeo lavorarono per ricuperare Mazara, Marsala, Misilindino e Monte Grifo dalle mani dei ribelli e nemici, affida al detto Giorgio la divisione, in favore dei nominati fedeli, dei beni sequestrati ai ribelli a Mazara, Marsala e nei luoghi di Misilindino e Monte Grifo – Cosentino 1886, p. 489.
Stato di consistenza: attestazione documentaria.

MOTTA SANT’ANGELO Visto: 427
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Nel 1355 la Motta Sant’Angelo (Mocta Sancti Angeli), che sembrerebbe potersi ubicare nell’attuale territorio della provincia di Trapani, viene recuperata al re dalla famiglia Abbate.
Ubicazione incerta.

 

Vedi anche…

CASTELLO DI CACCAMO (Caccamo – Palermo

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Castello di Caccamo Visto: 1710
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CASTELLO DI CACCAMO (Caccamo – Palermo)

Castello di Caccamo (Caccamo – Palermo)Maestosamente bello, turrito e merlato, può considerarsi uno dei più grandi castelli d’Italia ed il più notevole di quelli esistenti in Sicilia.
La sua prima origine pare assai remota ma le sicure notizie che ne abbiamo non sono anteriori al tempo dei normanni, quando fu trasformato e rafforzato, sotto Guglielmo I detto il Malo, da quel Matteo Bonello che tanta parte ebbe nella storia dell’isola.
Nel 1160 questi si rifugiò nel suo forte maniero dopo avere ucciso l’ammiraglio Majone, perfido confidente del rè, ed in seguito vi si riunirono tutti i ribelli a Guglielmo.
Ogni loro sforzo fu però vano. Il Bonello venne imprigionato e, «dopo avergli cavati gli occhi e tagliati i nervi sopra i talloni, gettato a morire in un fondo di torre». Tutti i suoi beni furono confiscati ed il castello passò alla reale giurisdizione.

La storia ha visto l’ascesa e la caduta di uominipotenti.  In queigiornipossiamotrovare la praticadellecrudelipunizionicapitali date ai prigionieri.  Uno puòtrovaremoltitaliavvenimentiattraverso le nazionifacendoriferimentoall’Enciclopediastorica ed al luogorelativosul Internet.  Questepunizionisono state date al fine di invocaresenso di paura e di disciplinanellamentedellepersone.  Tornaallanarrazionestorica.

Con la successione al trono di Guglielmo II, ancora bambino, la madre Margherita di Navarra ne concesse la signoria al francese Giovanni Lavardino. Egli però fu ben presto costretto a lasciare l’isola per la ostilità del popolo ed il castello ritornò al demanio (1169).
Sotto Federico II di Svevia (1203) ne divenne signore il genovese Paolo Cicala.
Dopo altre numerose vicende, allo scoppio della guerra del Vespro, anche qui si insorse «contro i francesi e dal castello partirono gli arcieri che uccisero, nell’ormai distrutto castello di Vicari, il famoso Giovanni di Saint-Remy, tiranno al soldo di Carlo d’Angiò.
Castello di Caccamo (Caccamo – Palermo)Con la sopravvenuta signoria dei Chiaramente fu reso inespugnabile e resistette all’assedio del 1302 da parte angioina.
Decapitato Andrea Chiaramente nel 1392 a Palermo, rè Martino assegnò il castello a Gherardo Queralt.
Da questi pervenne ai Prades (1395) che lo ingrandirono ed arricchirono notevolmente creandovi il grande salone delle armi.
Lo ereditò la figlia Violante che lo portò in dote al giovane Bemardo Giovanni Cabrera (1420).
Per linea femminile divenne in seguito proprietà degli Henriquez (1480) le cui armi si vedono scolpite sulle sue mura.
In quel tempo, sotto Giovanni Alfonso Henriquez, viceré di Sicilia, la città di Caccamo ricevette lo stemma che si vuole un tempo ebbe Cartagine (una testa di cavallo), con aggiunte le tré gambe di Sicilia.
L’Inveges narra infatti come il primitivo suo nome fosse «Caccabe» voce cartaginese che significa testa di cavallo ed antico nome della città di Cartagine poiché, a suo avviso, Caccamo sarebbe stata edificata dai cartaginesi.
Detto stemma figura tuttora nell’androne del castello.
Questo e la contea elevata a ducato, vennero acquistati sul 1660 da Filippo Amato principe di Galati e verso il 1813 tramandati per linea femminile alla famiglia De Spuches.
Più volte restaurato esso rivela inevitabili deturpazioni ma ne queste ne le offese del tempo poterono diminuirne l’imponenza.
Bellissima la larga rampa di accesso (creata sul 1600 al posto della precedente, meno grandiosa, che per altro lato conduceva al castello) svolgentesi tra le mura di cinta e sulla quale passavano le pittoresche cavalcate di un tempo…
Nell’androne d’ingresso, su una pietra murata, una volta posta sulla torre più alta ora diruti si trova la seguente breve iscrizione:

«TEMPORE FELICI ONES GAUDENITAMCI DU FORTUNA PERIT NEMO AMICUSERI».

Nella corte, sopra il grande portone, una lapide del 1665 ricorda la signoria di Antonio Amato.
Notevole il grande salone, con molte pregevoli armi alle pareti e complete armature mentre in altra stanza, dentro una specie di alcova, è ancora visibile la botola di una segreta via d’uscita.
Più nulla dei ricchi arredi del tempo dei Chiaramonte nel quale il castello ebbe il suo pieno fulgore e assai poco dei primi anni della signoria dei De Spuches poiché si vuole che uno di questi, tipo straordinariamente prodigo, vissuto nel secolo scorso, svuotasse quasi il castello del suo prezioso contenuto, del quale due magnifici arazzi siciliani a disegno orientale figurano oggi nel museo di Termini Imerese.
Castello di Caccamo (Caccamo – Palermo)Di questo nobile signore si narra anche un singolare, commovente episodio. Alla sua morte avvenuta a Termini, il popolo di Caccamo non volendo rinunziare ad avere presso di sé le spoglie del suo benefattore, vietando la legge le sepolture in chiesa, si recò di notte a rubarne la salma che seppellì nella propria cattedrale dove se ne vede tuttora la lapide.
Ancor oggi la nobile famiglia, a differenza di molte altre, cura in gran parte la difficile conservazione del grandioso e storico maniero.
Splendide le terrazze dalle quali ci si affaccia sulla grande vallata ed orrende le sotterranee prigioni.
Sopra una lastra, nel muro della rampa, un’antica incisione raffigura una mano reggente la bilancia, con le iniziali D.I.V.Q.I.T., che stava a dimostrare il potere del castellano di amministrare giustizia.
Attuale proprietario Antonio De Spuches principe di Galati, duca di Caccamo e di Santo Stefano.

Castello di Trabia Visto: 1272
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CASTELLO DI TRABIA (Trabia – Palermo)

Castello di Trabia (Trabia – Palermo)Le sue origini sono molto antiche poiché ad esso pare si riferisca Edrisi nella sua descrizione della Sicilia, fatta in lingua araba nel 1153, parlando di un’amena rocca chiamata «della Trabia», parola che significava magione.
Da un privilegio di rè Federico III d’Aragona si apprende come, al suo tempo, vi fosse un molino della regia curia dato in concessione a tale Bertino Cipolla ed alla sua morte ceduto dallo stesso rè, a Lombardo De Campo.
Nel 1408 circa divenne proprietà di Guglielmo Tricotta e poi di Bernardo Tricotta che, per testamento, lo lasciò al convento del Carmine di Palermo.
II convento lo cedette a Leonardo Bartolomeo il 21 agosto 1441 e l’atto fu poi confermato da re Alfonso con privilegio del 15 dicembre 1445.
Il Bartolomeo, protonotaro del regno, avendo come unica erede la nipote Eloisia, decise di darla in moglie a Blasco Lanza, assicurandogli la successione della Trabia, del palazzo di Palermo e di tutti gli altri suoi beni.
Con l’avvenuto matrimonio il Lanza divenne quindi «di Trabia» e da allora la rocca fu proprietà di tale famiglia.
Morta Eloisia, Blasco sposò in seconde nozze Laura Tornabene, di nobile famiglia catanese, ricuperando così altri cespiti di casa Lanza, un tempo ceduti ai Tornabene.
Antonio Filoteo da Castiglione nella sua descrizione dell’isola, scritta nel XVI secolo, narra di una forte rocca detta delta Trabia del barone di Castania di casa Lanza, dove sono i trappeti per fare i zuccheri delle cannamele» e che «questo castello è posto sul lido accanto ad una bella tonnara periciocchè in questo mare gran quantità di tonni si piglia al tempo convenevole».
Quando rè Ferdinando II d’Aragona, il 14 novembre 1509, eresse in «feudo nobile» la terra di Trabia, Blasco, fortificando il castello, vi pose sopra l’arma dei Lanza in un grande scudo del Gagini.
Successivamente i siciliani, ribellatisi al viceré Ugone Moncada (che cercava occultare al popolo la morte di rè Ferdinando finché non avesse ricevuto conferma alla sua carica dal nuovo rè Carlo V d’Austria) e volendolo sostituito da Jacopo Albata, vice giustiziere del regno, si sollevarono contro il Moncada ed i suoi partigiani.
Tra questi fu perseguitato il Lanza che, da valente uomo di legge, aveva difeso la causa di Ugone contro i suoi avversari, recandosi a Bruxelles da rè Carlo.
Dopo avergli invaso e bruciato la casa di Palermo i ribelli assalirono il castello di Trabia appiccandovi il fuoco (1517) e, nella notte, altissime si levarono le fiamme avvolgendo il superbo, turrito castello sulla scogliera.
Questi i versi del Betti:
… una notte…
al castello incantato daremo fuoco.
Da ogni finestra una fiamma ha da fiorire
e tutto come un sogno ha da svanire…
Gli assalitori furono poi costretti a riparare i gravi danni ed a Blasco, in compenso dell’onta subita, vennero assegnate alte cariche.
Nel 1535 morì il «primo Lanza di Trabia» ed il figlio Cesare fece poi ingrandire il castello ed applicare la seguente iscrizione:

«CAESAR LANCEA CONJUNCTIS SCOPULIS ARCEM HANC EXTRUXIT. MDLXXV».

Si narra che dopo il tragico «caso di Carini» Don Cesare Lanza barone della Trabia, di Castania e Santa Marina, vinto dal rimorso per avere in quella fatale notte ucciso la propria figlia Laura La Grua, abbandonando il mondo e tutti gli onori che esso largamente gli donava si sia ritirato, per volontario esilio, in questa sua rocca. Esilio che egli avrebbe interrotto per isolarsi ancor più nel solitario castello di Mussomeli.
Durante questa sua permanenza a Trabia, i cittadini di Termini, eredi di antico odio verso i vicini feudatari, gli imputarono l’uccisione di tale Simone Pisano, giurato terminese, per cui il Lanza dovette recarsi a Bruxelles ed ottenere grazia da Carlo V.
Gli successe Ottavio Lanza e nel 1582 nacque la di lui figlia Elisabetta (battezzata nella chiesa del castello da poco edificata) divenuta poi contessa di Gibellina la quale, rimasta vedova, si chiuse nel monastero di S. Vito.
Nel 1601 re Filippo II di Sicilia, concesse ad Ottavio il titolo di principe sul feudo e castello della Trabia con ordine di primogenitura ed in seguito Ottavio II, principe di Trabia, migliorò le condizioni del paese allargandone i confini (1633).
Un secolo e mezzo dopo, il principe di Trabia, Pietro Lanza, nel 1784 trasformò il castello in operoso stabilimento poiché all’industria del tonno aggiunse quella del panno, dei biscotti, dell’olio di «nozzolo» e della colla.
L’austera residenza venne così riempita dal fragore di simili imprese, certamente nobili ma tanto in contrasto con la poesia del luogo, finché questa prosaica parentesi ebbe termine con la morte del principe Pietro nel 1811.
Il castello venne poi abitato dai suoi proprietari soltanto al tempo della tonnara ed altro principe Pietro nel 1835 istituì fra le sue mura una «società filodrammatica» che vi durò alcuni anni.
Suggestivo e pittoresco sull’alta costa rocciosa, il castello conserva anche, intatta, una antica torre, un tempo adibita a carcere, che si innalza solitaria al centro del cortile interno.
Tuttora proprietà della stessa famiglia, la ricca e ospitale dimora è stata recentemente restaurata, con appassionata cura, dal principe Raimondo Lanza di Trabia.

Castello di S. Nicola Visto: 1448
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CASTELLO DI S. NICOLA (Palermo)

Sopra una bassa scogliera in riva al mare, fu edificato verso la fine del XV sec. dall’architetto Tommaso Ansalone o, secondo il Fazello, per Tommaso Crispo circa un secolo prima.
Anch’esso, come quelli vicini di Solanto e Trabia, ebbe lo scopo di proteggere quel tratto di mare dalle aggressioni dei pirati turchi che, in quei tempi, avevano preso di mira le spiagge siciliane più ricche di pesca.
Accanto vi si trova infatti ancor oggi la antichissima tonnara della quale sappiamo che sul 1361 apparteneva a Perrono Gioieni il quale, in tale epoca, si ebbe da rè Federico III un diritto sulle tonnare del territorio di Palermo.
Nel 1509 tali diritti sulla tonnara di S. Nicola pervennero ad Antonino Spadafora.
Al tempo che intercorre tra queste due date è attribuita la costruzione del castello, con le sue tre torri delle quali una, al centro, alta ed elegante, contiene tre sale rotonde sovrapposte e terrazza in alto alla quale si giunge per una interessante, strettissima scala ricavata nello spessore del muro.
Pervenuto, come si è detto, allo Spadafora il diritto di pesca, è probabile che anche il castello dovette appartenergli e che, insieme, nel 1598 siano passati per linea femminile a Vincenzo Bardi Mastrantonio Bologna la cui figlia Giulia lo avrebbe portato in dote a Giulio Pignatelli (1646 circa).
Sul 1657 lo si vuole proprietà di Antonina Ventimiglia Bardi marchesa di Altavilla dalla quale lo ereditò il figlio Giuseppe Bologna (1682).
In seguito il castello fu della famiglia Valdina e da questa pervenne ai Mantegna principi di Ganci, attuali proprietari

Castello di Solanto Visto: 1649
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CASTELLO DI SOLANTO (S.Flavia – Palermo)

Castello di Solanto – S.Flavia – PalermoEdificato al tempo di rè Ruggiero sopra una grande scogliera, era anticamente destinato, come tanti altri, a protezione di una attigua tonnara.
Questo piccolo baluardo ebbe in dono dalla sorte di divenire improvviso ed imprevisto asilo della più bella e nobile delle regine di Sicilia, in un momento della sua vita di donna e di sovrana denso di terrore.
Da una sala di esso ci balza incontro, narrato a vivi colori in una serie di dipinti, questo episodio dei tempi antichi, che non è leggenda ma storia. La romanzesca fuga di Bianca di Navarra da Palermo, avvenuta nel 1410, per sottrarsi all’accanito e potente Bernardo Cabrera che voleva a tutti i costi far suoi la donna e il regno.
Egli infatti, dopo averla assediata di castello in castello per quasi tutta l’isola, tentò sorprenderla di notte nello Steri di Palermo mentre Bianca, avuta notizia del suo arrivo, fuggì disperata con le sue ancelle e, per la gran fretta, rinunciò pensino a vestirsi.
Seminuda e con i lunghi capelli disciolti, corse verso il porto dove trovò rifugio sopra una galera ormeggiata presso la riva.
Le ombre della notte celarono il misero spettacolo della orgogliosa regina, ma pur sempre fragile donna che assieme alle sue dame, con la lunga camicia tirata fin sopra i ginocchi entrava senza esitare nelle gelide acque del mare per raggiungere la salvezza. Frattanto il vecchio Bernardo giunto allo Steri e non trovatavi la bella preda, penetrò nelle sue stanze appena abbandonate e furente di rabbia e di desiderio fece «molte cose apertamente in guisa di un matto».
Castello di Solanto (S. Flavia – Palermo)La fuggitiva navigava intanto alla ricerca di un asilo, che trovò nella piccola rocca di Solanto.
Tutte scene riprodotte nei quadri.
Cabrerà la raggiunse poi anche qui e cercò ancora, con lusinghe e minacce, di piegarla ai suoi voleri finché il 15 febbraio di quel 1412, alla presenza degli ambasciatori spagnoli, venne concluso un accordo per il quale furono convocati al castello Antonio Moncada e Calcerando Santapau per parte di Bianca, e Arcimbao di Foix e Artale di Luna pel Cabrera.
Accordo fatto tutto a vantaggio di lui e danno della regina ma che viene subito dopo violato dai partigiani di essa.
E tale storia, che a volte sembra un romanzo, continua…
Quale proprietà demaniale il castello venne assegnato da Federico III a Manfredo Layhabixa, dietro certo compenso sugli introiti della tonnara.
Successivamente re Martino, nel 1392, concesse castello e tonnara a Francesco de Casaya. Il figlio di questi nel 1415 vendette il castello a Corrado Spadafora e nel 1500 circa
apparteneva ancora a questa famiglia, nella persona di Giovanni Antonio Spadafora barone di Solanto.
In seguito esso pervenne a Gerardo Alliata, genero dello Spadafora (1517) alla cui casa rimase fino al 1660 circa con Ludovico Alliata barone di Solunto. In quell’epoca venne venduto ad asta pubblica ed acquistato da Asdrubale Termini duca di Vatticani.
Al tempo di Carlo II furono signori del castello Francesco Catena (1666) e poi Mario Antonio Ioppulo Colnago principe di S. Elia (1682).
In seguito, per linea femminile pervenne a Cristoforo Riccardo Filingeri principe di S. Flavia (1765).
Si vuole che poi Ferdinando I di Borbone vi abbia soggiornato per alcuni mesi, dilettandosi di pesca.
Interessanti, in una piccola sala del castello, gli stemmi dei signori che lo possedettero da rè Ruggiero in poi fino al 1879, anno in cui pervenne a Benedetto Mantegna principe di Gangi i cui discendenti ne sono tutt’ora proprietari.

Castello di Carini Visto: 2291
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CASTELLO DI CARINI (Carini – Palermo)

Castello di Carini (Carini – Palermo)Secondo uno scritto dell’arabo Edrisi, la sua primitiva costruzione sarebbe attribuita al tempo di Guglielmo II.
Il Pirri invece lo ritiene edificato da Manfredi Chiaramonte su opere saracene.
Comunque sia il castello venne certamente modificato dopo il XIV sec. e dal 1400 circa si sussegue senza interruzione la signoria dei baroni e principi La Grua, il cui stemma, una gru, vi figura spesso.
Cupamente suggestivo, divenne famoso quale teatro di una storica fosca vicenda divenuta leggendaria.
Il 4 dicembre 1563 la bella castellana Laura Lanza baronessa di Carini, moglie di Vincenzo La Grua, vi morì tragicamente e la fantasia popolare ne fece la romantica figura della sua leggenda.
Si narra che la bellissima dama palermitana, per la sua dissolutezza, venisse confinata in questa feudale dimora.
Qui essa continuò una relazione amorosa col cugino, Don Ludovico Vernagallo, che ogni notte «sopra un poderoso destriere» la raggiungeva al castello.
Tradita da un frate del vicino convento essa, nella fatale notte del quattro dicembre, venne sorpresa ed uccisa dal padre Cesare Lanza, uomo quanto mai geloso e spietato. Dell’orrendo episodio rimase nei secoli una strana «manata di sangue», impressa dall’uccisa sopra una lastra di marmo posta alla parete di una stanza (specie di cisterna) e che viene ricordata in questi versi popolari del tempo, raccolti dal Pitrè:

«Ma ceè lu sangu chi grida vinnitta
Russu a lu muru, e vinnitta nn’aspetta».

Castello di Carini (Carini – Palermo)Il castello fu privato di questa famosa impronta, che tanto interesse destava nei visitatori, con la rimozione della lastra che sembra sia stata trasportata a Parigi nella dimora degli attuali proprietari.
Dopo la tragedia, per nascondeme in parte la bruttura, si sarebbe tentato di alterarne i fatti creandone un’altra versione (smentita da successivi accertamenti) ed a tal fine sarebbero state anche alterate talune carte di famiglia.
Il 28 aprile 1564, solo quattro mesi dopo la tragedia, il La Grua passò a nuove nozze con Donna Ninfa Ruiz ed il castello venne riaperto ed abbellito.
Durante questi lavori il barone ordinò lo spostamento della porta di ingresso della corte e, ad espressione del suo animo, vi fece porre sopra la iscrizione: «ET NOVA SINT OMNIA» che vi figura tuttora. Si nota però che la prima parte di essa, che starebbe ad integrarla, e cioè «RECEDANT VETERA» si trova inspiegabilmente nella famosa stanza sopra lo spazio, ora vuoto, ove figurava la lastra con la rossa «manata».
Interessante uno stretto corridoio che conduce in basso, incassato tra grosse mura, ed attraverso il quale fuggì la sventurata Laura, premendosi il cuore trafitto a trattenerne il sangue, finché, cadendo sfinita, poggiò sulla parete la mano insanguinata, lasciandovi la favolosa impronta.
Addentrandosi nelle sale pericolanti ci si sente sempre più attratti da questa tragica storia d’amore tanto lontana e pur così viva e presente.
Con l’andare del tempo, che tutto idealizza, essa commosse poeti, musici e scrittori che ne narrarono le tristi vicende.
Giuseppe Lanza di Trabia compose una tragedia sul «caso» della sua infelice parente. Altri ne scrissero un romanzo, un poemetto anonimo in vernacolo e molti stornelli.
Gli avanzi di questa antica e funesta dimora sono oggi affidati alle cure di un custode e il raro visitatore vi può ancora ammirare nella cappella, quasi intatta, pregevoli affreschi.
Attuale proprietario il principe Lucrezio La Grua.

Castello della Zisa – Video Visto: 1239
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CASTELLO LA ZISA (Palermo)

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Castello Arabo Normanno

Castello di Castelbuono Visto: 1341
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CASTELLO DEI VENTIMICLIA (Castelbuono)

Castello di Castelbuono (Castelbuono)QUESTO CASTELLO, DAL QUALE EBBE ORIGINE CASTELBUONO, FU FONDATO DA ALDUINO VENTIMIGLIA NEL 1269.
«DIVENNE PROPRIETÀ DEMANIALE PER SENTENZA DEL TRIBUNALE DI TERMINI IMERESE DEL 10 APRILE 1920
SINDACO MARIANO RAIMONDI

In contrasto con tale iscrizione posta all’ingresso del castello, alcuni studiosi ne attribuiscono le origini al padre di Alduino, quell’Arrigo Ventimiglia che, sotto rè Manfredi di Svevia,
viceré di Sicilia.
Nel 1269 le truppe di Carlo d’Angiò si impadronirono del castello perché il Ventimiglia fedele alla casa sveva, ribellavasi al nuovo rè, ma successivamente la guerra del vespero nel 1282 lo restituì allo stesso Alduino di Ventimiglia conte di Ceraci, eroico partigiano del re d’Aragona.
Egli vi iniziò subito gli opportuni lavori di restauro e poco dopo, per la sua generosa munificenza, attorno al castello, si andò formando il borgo.
Questo nobile guerriero, dopo aver combattuto per rè Giacomo II d’Aragona nelle acque di Gaeta, sorpreso sulla via del ritorno da tremenda bufera, trovò la morte in triste naufragio (5 settembre 1289) ed i suoi beni vennero ereditati dal fratello Francesco.
Questi ampliò notevolmente la già vasta dimora facendovi anche scavare una lunga galleria sotterranea, quale segretissima uscita di sicurezza. Si narra in proposito che gli operai adibiti al lavoro sarebbero stati addirittura soppressi affinchè il segreto non venisse svelato.
Francesco dopo aver sposato Costanza Chiaramonte la ripudiò passando a nuove nozze e destando con ciò l’ira di Giovanni Chiaramonte, fratello di Costanza, che riuscì a farlo apparire quale traditore al rè Pietro II, che intanto era succeduto al padre Federico. Il Ventimiglia fedelissimo alla casa d’Aragona, venne così condannato a morte ed offeso da tanto ingiusta
sentenza, preferì uccidersi lanciandosi col suo cavallo dall’alto di un dirupo nei pressi dell’amato castello (1338).
I suoi beni vennero confiscati dal rè che li donò alla propria sposa Elisabetta, finché il nuovo rè Ludovico fece giustizia restituendoli ad Emanuele Ventimiglia e riabilitandone così il nome del padre (1354).
Dopo breve tempo il castello fu ereditato, da Francesco II Ventimiglia il quale vi custodì il giovane rè Federico III che, dopo la morte della propria sorella e tutrice Eufemia, gli era stato affidato.
Ribellatesi poi al nuovo tutore, contrario ai suoi progetti, rè Federico fuggì dal castello per unirsi in matrimonio con Costanza d’Aragona.
Dopo ciò il Ventimiglia si ritirò a vita privata in questa sua dimora finché, con la morte di Federico e la successione al trono della sua giovane figlia Maria, ad evitare nuove lotte, la Sicilia fu divisa in quattro vicariati ad uno dei quali egli fu preposto.
Enrico Ventimiglia, successore al padre Francesco II, per avere militato con i Chiaramonte contro rè Martino, ebbe confiscato il castello che gli fu poi restituito per intercessione del fratello Antonio erede del vicariato.
Il figlio di Enrico, Giovanni Ventimiglia subentrato nella signoria del castello, fu gran combattente ed ottenne investitura del primo titolo di marchese in Sicilia (1440). Di lui rimase però l’odioso ricordo del turpe inganno col quale sedò la rivolta di Siracusa del 1448.
Avendo egli scelto questo castello quale preferita residenza, il 4 Maggio del 1454 vi fece solennemente trasferire il Sacro Teschio di S. Anna. Reliquia custodita nell’altro suo castello di Geraci (ora diruto), da quando nel 1242 il conte Guglielmo Ventimiglia, alla sua venuta in Sicilia, la ottenne dal duca di Lorena in cambio di alcune terre.
Qui morì, il 20 Marzo 1473, questo Giovanni Ventimiglia tanto famoso per virtù guerriere e spietata crudeltà.
A lui successe il figlio Antonio che abbellì il castello, nuovamente confiscato dal vicere Gaspare De Spes verso il 1481 ed ancora restituito ai Ventimiglia.
Dopo numerosi altri passaggi ereditari (nel 1595 rè Filippo II concedette a Giovanni III Ventimiglia il titolo di principe) sul 1605 vi accadde un misterioso avvenimento che turbò profondamente la vita dell’intero paese: la Sacra Reliquia era sparita!
Soltanto nove anni dopo, il prezioso teschio (che era stato rubato e seppellito da un frate) fu ritrovato, ricondotto solennemente alla dimora e tra gli osanna del popolo tripudiante, la Santa venne proclamata patrona del paese.
Con la morte di Giovanni III il castello, con tutti i titoli nobiliari, pervenne al cugino Giuseppe (1619) e poi al discendente di questi Francesco Rodrigo cui si deve l’attuale ricca cappella, da lui fatta ornare dallo scultore Giacomo Serpotta, appositamente chiamato (1683).
II 15 Agosto 1860, col principe Giovan Luigi VIII si estingue la dinastia della illustre casata Ventimiglia di origine ligure e imparentata con i normanni, gli svevi, gli aragonesi e le più grandi famiglie siciliane. Con essa ebbe termine la gloriosa vita del bellissimo castello che passato al ramo femminile insieme ai titoli, per la morte della principessa Giovanna venne ereditato dal barone Fraccia di Favarotta (1905).
Questi nel 1913, con gesto munifico, «fa donazione al popolo della preziosa Urna d’argento contenente la Reliquia di S. Anna e di tutti i diritti e privilegi spettanti alla cappella del castello».
Sul 1920, infine, tutto il patrimonio Ventimiglia espropriato al barone di Favarotta, venne messo all’asta pubblica ed «il vetusto castello sacro alla storia del paese» aggiudicato a quel comune e restaurato mediante una colletta popolare.
Oggi in questa che fu sì ricca e orgogliosa dimora, sono ricavate piccole abitazioni popolari.
Unico segno della passata grandezza, in mezzo a tanto squallore, la cappella. Troppo grande e troppo ricca forse, con le pareti interamente rivestite dai poderosi stucchi del Serpotta, su fondo oro, essa è la viva testimonianza dello sfarzo di cui vollero circondarsi i castellani, tra il XVII e il XVIII secolo.
Dietro l’altare, nella sua urna d’argento, è tuttora custodita la famosa Reliquia.

Cappella Palatina e Chiese di Palermo e provincia – Video Visto: 2309
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Cappella Palatina e Chiese di Palermo e provincia (Palermo)

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Castello di Castelbuono – Video Visto: 1294
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CASTELLO DI CASTELBUONO (Castelbuono – Palermo)

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Castello di Pietraperciata Visto: 1981
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Il castello di Petra Perciata, castrum Petrae Perzata era ubicato ipoteticamente in contrada cozzo Pernice o casa Perciata di Camporeale in provincia di Palermo.
La sua esistenza è attestata solo una volta alla metà del XIV secolo dal Librino (1928) che ci informa che 1555 circa il castrum Petre Periate è annoverato fra i castelli feudali siciliani.il probabile sito del castello (o piuttosto della masseria fortificata visto che nel 1409 in contrada Perciata, presso l’attuale Bivio Pernice, è attestata una masseria appartenente a tale Tobia di Tripuli) di Petra Perciata è stato localizzato a 5 km da Camporeale, nella contrada Perciata. Sulla cima del cozzo Pernice (473 m), si erge una grossa pietra verticale forata al centro, forse una tomba antica, ma non esistono tracce di strutture murarie. Ai piedi della collina, invece, la casa Perciata, una masseria fortificata moderna, ha forse sfruttato il sito del castello medievale.

Castello La Cuba Visto: 1423
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CASTELLO LA CUBA (Palermo)

Edificato da Guglielmo II, nel 1180, è l’ultimo monumento creato dai normanni a Palermo.
Dopo di essi il castello ospitò gli svevi e poi gli aragonesi mentre nei successivi, molti passaggi di proprietà figurano le famiglie Giandaidone, Del Campo, Battaglia, Gambacorta e Monroj dei principi di Pandolfina.
Il suo nome arabo significa arco o volta ed il castello che, simile a quello della Zisa, ha forma rettangolare alleggerita da quadrate «torricelle» sporgenti, è veramente il trionfo degli archi acuti ad ordini sovrapposti, che ne costituiscono il motivo architettonico dominante.
Molti si sono interessati alla difficile iscrizione cufica incisa in alto sulla fascia che lo circonda e l’illustre storiografo Michele Amari riuscì a decifrarla:
“NEL NOME DI DIO CLEMENTE, MISERICORDIOSO. BADA, QUI FERMATI E MIRA! VEDRAI EGREGIA STANZA DELL’EGREGIO TRA I RE DELLA TERRA GUGLIELMO II. NON V’HA CASTELLO CHE SIA DEGNO DI LUI NE BASTANO LE SUE SALE…”. Con la data: “È DI NOSTRO SIGNORE IL MESSIA MILLE E CENTO, AGGIUNTIVI OTTANTA, CHE SON CORSI TANTO LIETI”.
Esso fu rinomato luogo di piacere dei normanni e attraverso un’antica stampa che lo riproduce com’era in origine ci si trasporta in quel tempo e si rimane affascinati dalla sua pura bellezza.
Emergente da un vasto laghetto artificiale, chiamato «peschiera», era circondato da un immenso parco con numerose cappellette a volta, aperte da ogni lato. Una di queste, nell’attuale villa Napoli, è rimasta miracolosamente intatta attraverso i secoli, con la sua bella cupoletta rossa di classico stile arabo, e viene chiamata piccola Cuba o Cubola. Un’antichissima leggenda (arretrandone l’origine nel tempo) narra che Cuba e Zisa furono figlie di un rè saraceno il quale avrebbe edificato per loro questi due castelli, che dovevano essere degni della meravigliosa bellezza delle due fanciulle…
Legata al castello è, del Boccaccio, la sesta novella della quinta giornata del Decamerone che colloca la vicenda in quella stanza dove re Federico II d’Aragona tenne rinchiusa la bella Restituta da Ischia.
Dopo aver mantenuto la prerogativa di «regio», fino al XVI secolo, improvvissamente il suo destino mutò e durante la peste del 1575 fu adibito a lazzaretto.
Questo stupendo luogo da fiaba, che al tempo dei rè e delle loro corti fu testimone di tanta armonia di vita, divenne quindi asilo di oscuri infelici, quasi ad ammonire la vanità degli splendori terreni con la pietà delle terrene sofferenze.
E le dolci acque che avevano riflessa l’immagine delle donne più belle diedero poi ristoro alle più orrende, così ridotte dall’inesorabile male.
Isolato infine da un quartiere militare che ancora lo circonda, il castello rimase abbandonato ed oggi, non più bagnato dalle acque di un tempo e privato del bellissimo parco, vuotato, chiuso e freddo è ormai solo la tomba del suo passato.

Castello La Zisa Visto: 2246
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CASTELLO LA ZISA (Palermo)

Castello la Zisa  (Palermo)Meravigliosa dimora iniziata da Guglielmo I, «il più orientalizzato dei re normanni», e ultimata dal figlio Guglielmo II.
Fu «splendida» residenza reale chiamata, in arabo, Aziz (splendido) da cui il nome attuale.
Sull’arco interno questa iscrizione araba, tradotta da Michele Amari, ne testimoniava l’originario incanto:
«QUANTUNQUE VOLTE VORRAI, TU VEDRAI IL PIÙ BEL POSSESSO DEL PIÙ SPLENDIDO TRA I REAMI DEL MONDO, DEI MARI E LA MONTAGNA CHE LI DOMINA LE CUI CIME SONO TINTE DI NARCISO E VEDRAI IL GRAN RE DEL SECOLO IN BEL SOGGIORNO CHE A LUI CONVIENE LA MAGNIFICENZA E LA LETIZIA. QUESTO È IL MOSTA’IZZ E QUESTO PALAGIO L’AZIZ».
(Mosta’Izz, cioè «bramoso di gloria» era chiamato Guglielmo II).
Nella sua lunga e fastosa esistenza il castello fu dominio di molti signori.
Rè Alfonso ne fece dono al suo precettore Antonio Beccadelli di Bologna, detto il Panormita, famoso poeta del tempo.
Alla sua morte, secondo Giov. Luca Barberi, il castello, donategli in vitalizio, sarebbe dovuto tornare al regio demanio, ma il figlio del Beccadelli (anch’egli di nome Antonio) lo vendette al viceré Ferdinando Acugna.
Appare quindi pura leggenda che il Panormita abbia ceduto, come si narra, un simile «palagio» per uno scritto di Cicerone.
Dall’Acugna pervenne alla moglie Maria D’Avila la quale lo donò poi a Giovanni del Vio (o del Rio), bellissimo segretario del marito (1511).
Successivamente esso appartenne anche alle famiglie Spadafora, Alliata, Ventimiglia e Carretto.
Nel 1635 ne divennero proprietari i Sandoval che lo possedettero lungamente.
Dopo aver subito, nel corso degli anni, molti restauri e successive rovine, il castello, pervenuto al marchese di S. Giovanni, venne infine diviso in appartamenti ed affittato.
Alto, sul fronte, un grande stemma con due leoni rampanti ne domina il prospetto. Il sontuoso ingresso a tre arcate (di cui quella centrale sostenuta da quattro colonne con capitelli) è sovrastato da una lapide:
«BIEN REYIO TIMBRE SEPREGIA
LA ZISA DE TAL ESCUDO
SI A PALERMO OFRECER PUDO
GLORIAS DE SPANA Y DE GRECIA».
Castello La Zisa (Palermo)Sotto l’arco interno, anch’esso su quattro colonne, si trova il famoso piccolo affresco che può sembrare composto di figurine mitologiche, mentre l’antica leggenda vuole si tratti di strani diavoletti che tengono incantato uh misterioso tesoro, nascosto dai pagani nel castello perché non fosse trovato dai cristiani.
Tesoro favoloso che «se sarà trovato farà la felicità dell’isola tutta».
Si vuole pure che non si riesca mai a contarli questi neri diavoletti i quali nel giorno dell’Annunziata si agiterebbero ancora più dispettosi; e questa diceria de «i diavoli d’à Zisa» è tuttora viva nei racconti popolari.
Completamente trasformati sono gli ambienti che ospitarono le fiabesche usanze di quei rè i quali dell’oriente avevano adottato gusti e costumi.
Soltanto il ricco ed originale vestibolo conserva notevoli tracce del suo primo tempo nella bella volta a crociera, nei mosaici d’oro, nei marmi e negli affreschi.
Alla parete di centro, da una fontanella scavata nel muro ed ancora ornata con un’aquila d’oro in mosaico, l’acqua scorreva perenne ed attraverso la stanza, a cui donava frescura, finiva nel laghetto posto innanzi al castello, al centro del quale era un piccolo padiglione.
Incastrato tra successive costruzioni esiste ancora un pezzo dell’antico muro di cinta con bellissimo portale.
Un immenso parco che dal castello reale si allargava un tempo nella pianura, abbracciando la Zisa e la Cuba, costituiva con essi un sontuoso complesso, per la delizia e il riposo dei signori normanni.
Recentemente acquistata dalla Regione Siciliana, La Zisa è ora oggetto di importanti e accurati lavori di restauro che sono stati affidati al sovrintendente ai monumenti.
La sua appassionata opera se non potrà suscitare fantasmi di una vita ormai spenta, saprà certamente ridare le antiche e nobili sembianze al castello, tanto superbo da potere ispirare e ostentare, per lungo tempo, questa orgogliosa iscrizione in lingua castigliana, così tradotta:
«L’EUROPA È L’ONORE DEL MONDO;
L’ITALIA È L’ONORE DELL’EUROPA;
LA SICILIA È L’ONORE DELL’ITALIA;
QUESTA VISTA È L’ONORE DELLA SICILIA».

Castello Reale Visto: 2142
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CASTELLO REALE (Palermo)

Castello Reale (Palermo)Al centro dei destini di Sicilia esso fu un tempo il faro della civiltà europea.
Edificato dagli Emiri e chiamato in arabo EI-Kassar o Alcasar, fu dimora fastosa dei saraceni e dopo di loro del gran conte normanno.
Successivamente venne trasformato in sontuosa reggia da re Ruggiero, primo monarca di Sicilia.
In posizione dominante il castello, detto anche “palazzo dei normanni”, ancora fiancheggiato da grossi bastioni, sovrasta tutta la città al centro della famosa, dolcissima conca d’oro e deturpato dai molti successivi restauri conserva del tempo dei normanni solo la torre, detta Pisana, unico avanzo, all’esterno, delle antiche strutture.
Ad essa è legato il ricordo della tragica fine del giovane figlio di Guglielmo I, Ruggiero, il quale, a seguito della congiura ordita da Matteo Bonello che condusse alla cattura del re, dopo essere stato acclamato dal popolo, affacciatosi ad una finestra della torre fu colpito da una freccia tirata da coloro che volevano liberare il re e finito poi brutalmente da un calcio paterno.
Cappella Palatina (Palermo)Nel castello è la meravigliosa cappella Palatina nota in tutto il mondo e non è a dirsi delle sue meraviglie che molti la conoscono e per gli altri le parole forse non basterebbero. Ne potrebbero rendere la potente suggestione che da essa emana mentre sembra che dai riflessi d’oro dei suoi mosaici discendano a popolarla i personaggi di un tempo: re Ruggiero assieme ai nobili guerrieri e le dame della sua corte, velate alla foggia d’oriente di cui i profumi, usati dalle donne normanne, si mescolavano al mistico incenso…
C’era in quel tempo una fanciulla chiamata Rosalia, figlia del duca Simbaldo parente di rè Ruggiero, e per la bellissima vergine normanna che viveva al castello torneavano cavalieri sulla piazza antistante.
Ma una notte seguendo un richiamo divino, abbandonata quella splendida corte fuggì ricoperta da un semplice saio e giunse, con i nudi piedi sanguinanti, a rifugiarsi in una grotta sul monte Pellegrino. Lì visse pregando finché, ancor giovane e bella, concluse in Dio la sua vita terrena.
La santa giovanetta, le cui spoglie riposano in quella grotta, è da gran tempo la venerata protettrice di Palermo.
Nell’appartamento reale è la piccola sala detta di Ruggiero, autentica dell’epoca, con archi doppi a sesto acuto sostenuti da colonne con capitelli corinzi e le volte rivestite da mosaici d’oro, raffiguranti scene di caccia. In essa si nota un prezioso originale tavolo, fatto con un sol tronco marmificato, che ha una sua storia poiché, venuto dalla California per ornare la reggia di Palermo fu ad essa sottratto dai Borboni che lo portarono in quella di Napoli. Da lì passò al Quirinale ed infine, dopo tanto vagare per le dette corti, richiesto in restituzione dal presidente della prima assemblea siciliana (1947) tornò alla sua antica dimora. Troppe parole per una piccola cosa ma anche queste presentano, a volte, particolare interesse.
Tra i molti saloni, arricchiti nel corso degli anni, di particolare interesse quello chiamato dei viceré per i grandi ritratti di essi, che ne ornano le pareti, la sala dei Venti, un tempo cappella edificata da Roberto Guiscardo, e infine il grande salone del Parlamento, detto «Sala d’Ercole» per gli affreschi di Giuseppe Velasquez raffiguranti le fatiche del mitico eroe.
Questa storica e bellissima sala, dopo tanti secoli, è felicemente tornata alle sue antiche funzioni.
Notevoli i recenti lavori fatti nella torre Pisana per rimettere in luce una stanza, con la volta a crociera e tracce di mosaici d’oro, sin ora nascosti da varie strutture sovrapposte.
Bellissimi due grandi cortili con larghi portici e sovrastanti suggestivi loggiati voluti dal duca di Maqueda l’uno e da Antonio Colonna l’altro, nel 1500 circa mentre il largo scalone di marmo rosso fu creato al tempo di Carlo III di Borbone nel 1735.
Il castello, divenuto reggia, venne abitato nei secoli dagli svevi, dai viceré spagnoli, dai Borboni e con l’annessione della Sicilia al regno d’Italia rimase praticamente inutilizzato, servendo soltanto ai Savoia nelle rare visite da essi fatte a Palermo.
Con la caduta della monarchia questa reggia che durante l’ultima guerra mondiale, insieme al superbo giardino retrostante, fu miracolosamente risparmiata, divenne degna sede del rinato Parlamento Siciliano.
Evento memorabile per questo popolo che acquistò finalmente la tanto auspicata autonomia.
Accanto al grande portone una larga lapide:
«A PERENNE TESTIMONIANZA DEL CIVICO ESULTANTE SENTIMENTO, A SOLENNE AFFERMAZIONE DI ITALIANITÀ, A RICORDO E MONITO CHE PRIMA NEI SECOLI LA SICILIA EBBE IL SUO PARLAMENTO, PREMESSA E STRUMENTO PER CONQUISTE DI LIBERTÀ, QUESTO MARMO NEL GIORNO DELLA INAUGURAZIONE DEL PRIMO PARLAMENTO REGIONALE I PALERMITANI VOLLERO.
ADDI XXV MAGGIO MCMXLVII»

Castello Steri Visto: 2131
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CASTELLO STERI (Palermo)

Castello Steri (Palermo)Principesca dimora, il cui nome deriva dal latino «osterium», edificata nel 1300 circa, da Manfredi Chiaramonte.
Dopo molti anni essa venne completata ed arricchita da Manfredi III e ciò si rileva anche dalla data di un’antica iscrizione, esistente nel soffitto della grande sala, che trasmessaci dallo Inveges, venne poi ristudiata dal bibliofilo Francesco La Mantia e dal professor Gabrici.
«ANNO DOMINI MILLESIMO TRECENTESIMO SEPTUAGESIMO SEPTIMO INDICIONE QUENDECIMA MAGNIFICUS DOMINUS MANFRIDUS DE CLARAMONTE PRESENS OPUS FIERI MANDAVIT FELICITER. AMEN».
Successivamente subentrò nella proprietà del castello il conte Andrea Chiaramonte, vicario del regno, il quale, alla morte di Federico III d’Aragona, avendo sperato succedergli quale rè di Sicilia, si sollevò contro Martino e alla venuta di questi nell’isola, (sbarcato a Trapani nel 1392 con la moglie Maria, erede del regno ed il padre, duca di Montblanc) si rinchiuse ostilmente in questo suo munito castello.
Giunto Martino a Monreale ed assediata Palermo, che si rifiutava di riceverlo parteggiando per il Chiaramente, questi fu infine costretto ad arrendersi ed il 1° giugno 1392 il bel castello chiaramontano fu testimone della tragica fine del suo ultimo signore la cui decapitazione avvenne su di un alto palco issato nella piazza antistante, mentre rè Martino, da una finestra, assisteva all’atroce spettacolo.
Il castello venne poi confiscato e la sua storia, oscurata da tale sanguinoso episodio, si innestò da quel momento in più ampie vicende.
Esso divenne abitazione di rè Martino, assumendo il nome di «sacro regio hospitio», ed al tempo di Bianca di Navarra subì l’ignominioso assalto del Cabrerà (1410) il quale, tentando di sorprendere la bella regina, ne causò la famosa notturna fuga illustrata nei quadri del castello di Solanto. Episodio storico ma talmente romanzesco da sembrare leggenda.
Il vecchio Cabrera, che poi saccheggiò il castello di tutte le cose di lei, accorso al suo letto appena abbandonato, ebbe ad esclamare: «Se la pernice è fuggita, il covo è ancora caldo».
Castello Steri (Palermo)Dopo essere stato lungamente dimora dei viceré, nel 1516, morto Ferdinando II cui succedette il nipote Carlo di sedici anni, il castello venne assalito dal popolo insorto contro il viceré Ugone Moncada, che continuava a governare senza aver ricevuta conferma dal nuovo rè Carlo e che riuscì a fuggire, travestito da servo.
Un anno dopo il popolo si rivoltò ancora contro il nuovo viceré Ettore Pignatelli duca di Monteleone, ma egli fu risparmiato mentre vennero uccisi tutti i consiglieri fedeli ancora al Moncada.
Da allora, per misura di sicurezza, la regale residenza venne trasferita nell’antico castello a mare (ora distrutto) e nello Steri fu ospitata la dogana e la regia Gran Corte.
In questo periodo ne ebbe le funzioni di castellano Cristoforo Virzegna.
Nel 1600 Filippo II di Sicilia, concedendolo agli inquisitori del Santo Officio, conservò i locali bassi alla dogana.
Il tremendo e potente tribunale vi rimase sino alla sua abolizione, avvenuta nel 1782, per decreto di rè Ferdinando III. Divenne poi asilo dei poveri di S. Dionisio e nel 1768 vi succedette la regia impresa del lotto.
Dopo tredici anni, con i necessari adattamenti che vi apportarono inevitabili offese, si insediò il tribunale del tempo e ancor oggi vi si amministra la giustizia.
Al grande orologio del Vochi, fatto eseguire da Don Carlo d’Aragona nel 1572 e che un tempo ne ornava la torre, il Meli paragona l’occhio di Polifemo in questi brevi versi:
«Avia un occhia chi jiva pri cent’occhi
Ch’era, dici un auturi di Giudiziu,
Quantu lo roggiu di lu sant ‘uffiziu…».
Si vuole che, per secoli, sopra il famoso orologio rimanessero appese tré gabbie contenenti le teste di tré giustiziati rei di fellonia.
Durante la tremenda peste del 1575 i “ladri di robe infette”, con le mani recise, venivano precipitati dall’alto dello Steri.
Del periodo regio furono i celebri parlamenti qui convocati.
Al tempo di Filippo II vi si crearono orrende prigioni chiamate le «filippine» e di fronte al castello, dove adesso è il bel giardino Garibaldi, si collocavano i più atroci strumenti di esecuzione e di tortura: patiboli, roghi e forche.
Al secolo XVII è attribuita la costruzione del muro divisorio della grande sala e la distruzione della «scala magna lapidea discoperta».
Il terremoto del 1726 vi apportò gravi danni ed il castello venne restaurato con grossi blocchi di pietra che poi furono da taluno erroneamente attribuiti ad epoca saracena. Si conservano ancora il bel loggiato (sul quale sporgono due grandi finestre trifore) e la grande sala, dove l’attuale corte (giudiziaria), tanto diversa da quelle regali di nobili dame e cavalieri di un tempo, continua tuttora a riunirsi e mentre quelle donavano a molti delizie ed onori, questa, solenne e severa, priva molti del sole.

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CASTELLO DI ALCAMO (Alcamo – Trapani)

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Castello di Alcamo Visto: 1297
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Castello di AlcamoPosto ai piedi del monte Bonifato, venne ritenuto dal De Blasi, nel suo «discorso storico» e dal Bambina, nella sua «storia ragionata», opera di quello stesso capitano Adelkamo, primo condottiero dei saraceni in Sicilia, anche nell’anno 828 fondò sul Bonifato stesso un grande castello (del quale oggi esistono solo i resti di una torre) e diede nome alla futura città.
Sembra invece che la sua origine non sia anteriore al tempo aragonese ed a convalida di questa tesi si notava, sopra una delle torri rotonde, lo stemma con un’aquila incoronata.
Detto stemma era certamente di quel tempo poiché altrimenti l’aquila sarebbe stata senza corona, come era infatti fino a quando rè Pietro I d’Aragona vi aggiunse tale simbolo reale che fu poi mantenuto dai suoi successori.
Stabilita così all’incirca la data della sua fondazione, il castello molto probabilmente fu edificato dal conte Raimondo Peralta dato che Giovan Luca Barberi narra di rè Pietro II il quale, con privilegio dato in Messina il 23 agosto 1340, concedendo al conte la terra di Alcamo, vi aggiunse la terra e il castello di Bonifato. Sembra quindi chiaro che, in quell’epoca, il solo castello esistente fosse quello sul monte mentre questo sarebbe stato creato
(e non soltanto restaurato) dal detto conte dopo il 1340.
Lo stemma reale da lui adottato può attribuirsi alla sua parentela col rè Pietro, essendo questi fratello di sua madre.
Ai Peralta seguirono i Ventimiglia e quindi esso venne occupato da Martino quando, divenuto rè di Sicilia, nel 1392 giunse nell’isola.
Sul 1408 egli lo cedette a Giaimo de Prades, dal quale ereditò la figlia che lo portò in dote al marito Giovan Bernardo Cabrera, figlio del famoso giustiziere conte di Modica, persecutore della regina Bianca.
Successivamente confiscato, assieme alla terra di Alcamo, venne poi restituito al Cabrera da rè Alfonso con privilegio del 1446.
Castello di AlcamoNove anni dopo, fu venduto a Pietro Speciale ma i discendenti Cabrerà, esercitando un diritto di ricompra, ne rientrarono in possesso per venderlo poi a Guglielmo Aiutamicristo i cui eredi lo tennero sino al 1741.
In seguito il castello pervenne agli Alvarez de Toledo e poi alla famiglia Fitz James Stuart (1816).
Nel 1410 circa, al tempo della venuta in Sicilia degli ambasciatori del re Ferdinando di Castiglia, anche Alcamo risentì della sommossa alimentata contro Bianca di Navarra che attendeva dal re la conferma del suo vicariato.
Una violenta lotta tra il popolo che parteggiava per Bianca e le forze del castello fedeli a Violante de Prades (futura moglie del giovane Cabrerà) sfociò una notte in un furibondo scontro nel quale questi ultimi, armati di bombarde, combatterono al grido di «viva donna Violante et la capra, et cui dichi altru mojra!». Con il nome di «capra» era indicata Timbore
Cabrera (o Caprera), figlia del conte di Modica, la quale nascostamente guidava la ribellione.
Dopo la vittoria ottenuta sui partigiani della regina, grandi feste e tripudi vi furono al castello tra i Prades e i Cabrera.
Verso il 1517, sotto il regno di Carlo V, vi trovò rifugio con i suoi figli Giovanni di Luna conte di Caltabellotta quando, per avere favorito la causa del viceré Ugone Moncada, temendo la vendetta del popolo, fu costretto a mettersi in salvo.
Trasformato in carcere il castello conserva oggi all’intemo appena qualche traccia degli antichi tempi mentre assai notevoli sono le torri, due quadrate e due rotonde, alternate ai quattro angoli, delle quali tre ancora in ottimo stato.
Sulle loro sommità, ove si giunge percorrendo gli spalti, si trovano specie di «tane», dalle volte bassissime, un tempo usate come prigioni e si vuole che nella più raccapricciante di esse sia stato tenuto lungamente in catene, proprio quale bestia feroce, un pericoloso bandito del luogo.
Nella facciata due belle finestre ad archi acuti con eleganti rosoni.

Castello di Venere Visto: 1245
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CASTELLO DI VENERE (Erice)

«Dell’ombroso pelasgo Erice in vetta
Eterna ride ivi Afrodite e impera, Da lei costiera».

CARDUCCI

Il castello, con merlatura bifora del XIII sec., unito al cosidetto Balio da un ponte attribuito anticamente a Dedalo e chiamato «ponte del diavolo» per una strana credenza popolare che lo voleva edificato per magia, si innalza sui ruderi del tempio di Venere del quale esistono ancora pochi avanzi.
Tanto sono antiche le origini di questo tempio che verità, mito e leggenda si fondono in una affascinante visione che ci trasporta nella preistoria di esso.
Al tempo dei sicani vi si adorava Zeus, il Dio della folgore, col quale essi erano in costante comunione attraverso la nebbia che tanto spesso avvolge la cima del monte.
Successivamente vi ebbe inizio il culto della Dea della fecondità e dell’amore che, dolce e materna, prevalse e fu tramandata ai Fenici che la chiamarono Astarte ed ai Greci per i quali fu Afrodite.
Divenuta regina dell’isola Licasta, chiamata Venere per la sua grande bellezza, sposatasi con Buto ebbe da questi un figlio. Enee, che edificò su questo monte una città a cui diede il suo nome ed un magnifico tempio «di pietre riquadrate disposte con bellissimo artificio» dedicato a Venere, in memoria della madre Licasta.
Secondo Virgilio invece sarebbe stato Enea ad edificare sul monte un tempio alla Dea Venere.
Queste le leggendarie origini del tempio che divenne poi storicamente famoso sotto i romani, tanto che tutti i loro magistrati giunti in Sicilia dovevano recarvisi per rendere omaggio alla Dea, partecipando ai suoi sacri riti, come si vuole dovesse fare lo stesso Cicerone, già avanzato in età.
E assai nota la prostituzione sacra che in quel tempo vi esercitavano le sacerdotesse del culto, le quali ogni giorno recavano al tempio l’offerta di una coppia di candide colombe ed una bianca capra scannata.
Particolarmente suggestivo appare il volo delle colombe bianche (già da molti secoli a.C consacrate alla Dea della fecondità) il cui mito aleggia ancora sul nebuloso monte ove si continua a raccontare che uno stuolo di esse, guidate dalla antica Dea in sembianze di colomba rossa, ogni anno se ne partiva per l’Africa e dopo nove giorni ritornava al tempio.
In questo favoloso lembo di Sicilia i romani raccolsero, fra gli altri, il mito di Enea, giuntovi dal mare, celebrato nella sua immortale opera da Virgilio.
I marinai adorarono la Venere Ericina quale loro protettrice, per il sacro fuoco che ardendo sull’acropoli li guidava nella notturna navigazione.
Poche e frammentarie le notizie che ci vengono tramandate del castello, dalla forma di immenso torrione. Alla fine del 1100, epoca in cui il monte venne chiamato S. Giuliano, si parla della sua esistenza e, secondo l’Amari, sarebbe stato già abbandonato al tempo di Guglielmo il Malo (1154 circa).
Trent’anni dopo il castello sarebbe stato invece descritto da Jbn- Gjobair «tanto amorosamente vegliato».
Interessante la traduzione, fatta dall’Amari, della «relazione» di questo famoso viaggiatore saraceno il quale, pur essendo incantato della bellezza del luogo non potè vederlo che da lontano perché i gelosi normanni non ne permettevano l’accesso ai musulmani: «Assai vicino all’istmo di Trapani si eleva una grande montagna con sulla cima un picco sul quale sorge un castello unito alla montagna da un ponte. La conquista della Sicilia dipende da questa fortezza. I cristiani non permettono ai musulmani di penetrarvi e, si dice, le donne di questo luogo siano le più belle dell’isola (che Iddio le faccia divenire schiave, dei musulmani!) e al minimo rumore esse verrebbero rinchiuse nel castello e verrebbe, tagliato il ponte». Ai normanni è anche attribuita l’edificazione, dentro le mura del castello della prima chiesa cristiana in Erice, dedicata alla Madonna della Neve.
Appare molto probabile che esso sia stato poi ampiamente restaurato dagli aragonesi ed è certo che durante la guerra del Vespro vi si asserragliarono gli angioini finché non ne furono scacciati dagli insorti ericini. Rè Federico III, sul 1315, dopo la tregua conclusa con Roberto di Napoli proprio alle falde dell’Erice, vi soggiornò per un periodo di riposo.
In seguito rè Martino, nel 1392, ordinò i restauri del castello (devastato dalle ultime guerre) che dall’alto del monte era stato testimone del suo sbarco in Sicilia. Tra il XVI e il XVII sec. fu utilizzato spesso come prigione e nel 1624 divenne dimora del capitano barone Nicolo Morso.
Interessante ancor oggi, il cosidetto «pozzo di Venere» dove si vuole che belle sacerdotesse si immergessero dopo il sacro rito.
Accanto all’ingresso alcuni lavori di riempimento sarebbero stati eseguiti nel 1600 dal castellano del tempo, Antonio Palma, usando materiale dell’antico tempio.
Sotto il castello sarebbero state ritrovate tracce di un camminamento e di una sala sotteranea. Completamente abbandonato esso continua lentamente a decadere ma le superstiti mura, alte e solenni, sfidano ancora i secoli.

Il Castello di Salemi – descrizione Visto: 2060
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CASTELLO DI SALEMI (Salemi)

Castello di Salemi – foto storicaLe sue origini sono attribuite a Ruggiero il normanno che lo avrebbe fatto edificare in quel luogo al fine di potere dominare le strade di transito.
Collegato con quello di Alcamo e Calatafimi (ora diruto), rimase fortemente armato fino al XV secolo a protezione di quella zona.
Nella bizzarra leggenda del luogo il castello sarebbe invece sorto a seguito di una gara, tra due fratelli ed una sorella (rimasta vincitrice), ciascuno dei quali aveva scommesso di edificare il proprio più in fretta degli altri. Sopra due alture circostanti, chiamate una «Sette soldi» e l’altra «Mokharta» sarebbero infatti gli avanzi degli altri due castelli mai completati.
Nel XIII sec. vi soggiornò il grande Federico II di Svevia ed in seguito (1296), quando Federico II d’Aragona alla morte del padre erasi fatto acclamare rè di Sicilia (ed il fratello Giacomo, rè d’Aragona, non volendo riconoscergli tale sovranità si unì col rè di Napoli e col figlio di questi, Roberto, per muovergli guerra), Salemi fu la prima città ad essere assalita dagli angioini i quali tentarono di espugnare il forte castello che però, molto ben difeso, resistette valorosamente.
Successivamente, nel 1359, sotto Federico III, essendo la città divisa fra due partiti dei quali l’uno era per il rè e l’altro per Luigi (figlio di Roberto nuovo rè di Napoli), i partigiani di Federico si impossessarono del castello mentre gli altri vi posero un forte assedio.
A seguito della vittoria di questi ultimi, giunse a Salemi lo stesso rè Federico, insieme al conte Francesco Ventimiglia e molti fedeli baroni, e riconquistò il castello.

Molti di noisarannosorpresi di sentire come gliantichi re hannocombattutocoraggiosamente per riconquistare le cittàperdute da loro.  Nel mondo di oggi ci sonocosìtantiprogressitecnologici.  Ancora ci sonopersonecherinuncianofacilmenteanchementreaffrontano le difficoltàminori.  Essidovrebberoandare a quest iragazzie imparare come ripetutisforzi e la pianificazionepuòportare la vittoria. Tornaallepaginedellastoria di nuovo.

Sul 1375 esso fu assegnato dallo stesso rè al gran giustiziere Artale Alagona e successivamente appartenne al conte Moncada.
Tornato poi alla corona vi dimorò rè Martino con la sposa Maria, quando nel 1392 sbarcato a Trapani si dirigeva a Palermo per la incoronazione.
L’11 Novembre 1411 si riunirono al castello i rappresentanti di Trapani, Mazara del Vallo,
Marsala, Monte S. Giuliano, Castelvetrano e Partanna, città parteggianti per Bianca di Navarra, allora vicaria del regno, (contro il famigerato Bemardo Cabrerà) e vi firmarono un accordo in favore della regina.
Due secoli dopo circa (1629) esso fu nuovamente sede di altra importante riunione fra gli esponenti della città, con a capo il barone Antonino Drago ed il conte Girolamo Tagliavia, i quali consegnarono solennemente ad appositi incaricati la somma di quattordicimila scudi, in gran parte da essi stessi versata e destinata a rè Filippo III di Sicilia, affinchè la città (e relativo castello) non fosse venduta per sopperire alle ingenti spese del reame in quel tempo (come avvenne per altre città demaniali).
Infine nel 1860 Garibaldi, recandosi da Marsala a Trapani, dovette sostare al castello, minaccioso guardiano del valico, e qui il 12 maggio egli issò il tricolore ed assunse la dittatura in nome del rè Vittorio Emanuele II.
Ancora imponente esso conserva, nella sua torre principale, ambienti dalle belle volte a spicchio mentre nel rustico cortile interno sporgono deliziose, piccole finestre bifore e la scala, che si svolge nelle grosse mura della torre, conduce alla terrazza da dove lo sguardo riposa nella ammirata visione del vasto panorama.
Il castello di proprietà comunale è attualmente sede di una pregevole biblioteca civica.

Castello di Partanna Visto: 1809
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CASTELLO DI PARTANNA (Partanna)

Castello di Partanna – PartannaFu edificato verso il 1400 da Vignato da Graffeo barone di Partanna, forse sui ruderi di un precedente castello della stessa famiglia.
Il Graffeo, dopo aver dato in pegno i suoi beni al mercante trapanese Francesco Benintendi, diseredò il figlio e fece donazione di tutto il patrimonio alla figlia Manna alla condizione che il ricco genero, Cristoforo da Perino, dovesse abbandonare il proprio cognome assumendo per sé e discendenti quello dei Graffeo e riscattando i beni pignorati.
Anche lo stemma con il motto: «Noli me tangere» passò al nuovo Graffeo. In seguito Onofrio Graffeo vi pose in salvo i figli di Federico Perollo (famiglia tristemente ricordata nella storia del castello di Luna), coinvolti nei tragici «casi di Sciacca», e successivamente anche lo stesso Federico.
Quasi nulla rimane della primitiva costruzione e delle preziose sculture di Francesco Laurana che a lungo vi soggiornò, sul 1468, per ornare con la sua arte la lussuosa dimora. Dell’illustre scultore si conserva ancora sul cortile lo stemma dei Graffeo e nella chiesa maggiore del paese una pila marmorea. Altri lavori attribuitigli, nella stessa chiesa, pare debbano invece ritenersi opera di artisti locali che lo hanno imitato. Del Laurana si vuole vi fossero anche, un tempo, nel giardino del castello, tredici piccole statue di marmo delle quali una raffigurava Giovanni Graffeo (o Grifeo), capostipite della famiglia, e le seguenti i dodici mesi dell’anno.
Il bel castello pur trasformato e restaurato nei secoli, con la ricca merlatura, il bel cortile interno ed il giardino sul retro, ebbe certamente sorte migliore di tanti altri immuni da recenti sovrastrutture ma abbandonati e cadenti.
Nel vasto salone è un grande affresco del XVII sec. raffigurante tré cavalieri cristiani in battaglia e sullo sfondo il castello di Partanna e il mare. Sullo scudo di uno dei cavalieri è scritto che Giovanni Grifeo I fu investito della baronia di Partanna nel 1132 per servizi resi a Ruggiero il normanno contro i saraceni; come ricordato in un privilegio di Federico II. In una parete dello stesso salone si nota uno sportellino che si apre su una piccolissima stanza chiamata «la cella della monaca», e si racconta che un tempo vivesse rinchiusa lì dentro, per voto, una religiosa della famiglia.
Interessante, sotto il castello, una fossa scavata nel tufo e fatta per conservare il grano. Durante l’ultima guerra essa venne prolungata in un lungo cunicolo sotterraneo, quale rifugio antiaereo. Nel 1941 il castello fu onorato della visita del principe ereditario Umberto di Savoia.
Attualmente proprietà della famiglia Adragna esso è confortevole e signorile dimora.

Castello di Salaparuta Visto: 2183
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CASTELLO DI SALAPARUTA (Salaparuta)

Castello di Salaparuta – SalaparutaLe poche notizie che ne abbiamo risalgono alla fine del XIII sec., epoca nella quale appartenne alla famiglia di Errigo Abate, assai celebre in Trapani, dalla quale pervenne a Domenica Alvira de Aversa. Da lei prese il nome di «Sala di Madonna Alvira», che conservò sino al XV sec.
Nel 1392 ne divenne proprietario Antonio Montecateno (o Moncada) ed in seguito alla sua ribellione, rè Martino, confiscato il castello, lo donò al proprio maggiordomo Michele de Imbo (1397). Questi verso il 1400 lo vendette a Ferrario de Ferreri e pochi anni dopo pervenne a Marco Plaia.
Sul 1462 ne era signore Geronimo Paruta, nipote di quel Ruggiero Paruta che nel 1436 fu viceré di Sicilia, e da questa famiglia il castello nel 1500 circa, prese il nome di «Salaparuta».
Successivamente la loro discendente Fiammetta Paruta nel 1561 lo portò in dote a Giuseppe Alliata di Villafranca e verso il 1605 pervenne al loro primogenito Francesco Alliata Paruta il quale, nel 1625, ottenne da rè Filippo III di Sicilia, l’elevazione a ducato della baronia di Salaparuta.
Nel 1727 vi morì Giuseppe Alliata Colonna, grande benemerito del paese ove, tra l’altro, edificò una chiesa ed un convento. Il castello rimase ancora nella stessa famiglia sino al 1900 circa ed oggi è proprietà comunale.
Sotto la signoria degli Alliata vi furono fatti molti restauri tra i quali, nel 1716, quelli della grande torre quadrata mentre nel 1722 fu ricostruita quella più piccola e rotonda con merlatura bifora.
Del 1763 è l’incisione che figura tuttora sulla trave di legno posta sotto l’arco della grande porta bugnata: «ANNO D.NI 1763 XX.MO SERVITUTIS D. SANCTORI CORSALE GUBER. M. ROS. MANGOGNA FECIT». Sopra un balconcino, ancora visibile uno stemma del XV sec. di casa Paruta.
Notevolissimi furono i ricchi arredi, fra cui preziosi dipinti del Van Dyck, che ornarono il castello nei suoi lunghi secoli di splendore, come risulta da un interessante inventario compilato nel 1630.

Castello del Balio Visto: 965
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CASTELLO DEL BALIO (Erice)

Sul luogo ove forse le bellissime sacerdotesse di Venere intrecciavano le sacre danze dei riti, il castello è ancora circonfuso dalla eterna leggenda della Dea, che qui in Erice fu particolarmente adorata, e si compone di un gruppo di torri create al tempo dei normanni quali propaggini e difesa del grande castello da loro edificato sulle rovine del tempio.
Nel XIV sec., regnando Federico III e poi Martino, la castellania di Erice apparteneva alla famiglia trapanese Abate, celebre per aver segnato, attraverso suoi uomini illustri, numerose pagine di storia siciliana. Essa divenne famosa anche per aver dato vita a un santo, quel S. Alberto degli Abate (del XIII sec.) che forse ebbe a scegliere a sua dimora una di tali isolate torri dove, circondato da tante memorie sacre e pagane, avrebbe dedicato la sua vita a Dio.
Dette torri poi, con atto stipulato nel 1872, furono cedute al trapanese Agostino Sieri Pepoli, il quale, avuta questa concessione dalla amministrazione comunale del tempo, ebbe però l’onere di restaurarle e crearvi attorno un grande giardino per utilità pubblica. Nacque così il bellissimo parco detto «Balio» poiché creato su quel piano che immetteva al castello nel quale, un tempo, risiedeva il «Baiolo» e cioè colui che amministrava la giustizia civile.
Le belle torri restaurate e collegate, pur senza il fascino degli antichi tempi, si presentano oggi con l’aspetto di un vero e proprio castello medioevale, emergente con la sua agile struttura dalla nebbia (che in ogni stagione tanto spesso lo avvolge) quale favolosa visione che svanisce e riappare…
E’ proprietà delle famiglie Adragna, Sieri Pepoli e Serraino.

Castello di Castellammare del Golfo Visto: 1001
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CASTELLO DI CASTELLAMMARE (Castellammare del Golfo)

Castello di Castellammare del Golfo – foto storicaDi origini molto antiche, poiché sarebbe stato il cosiddetto «Medarez» degli arabi, venne abitato dai normanni, fortificato dagli svevi, occupato dagli angioini e dopo aver subito la quasi completa distruzione da parte di Federico II d’Aragona fu da lui stesso ricostruito e assegnato a Federico di Antiochia.
Alla ripresa delle ostilità questi, militando con i francesi, ne permise l’occupazione a Roberto d’Angiò finché i siciliani, fedeli a Federico, con eroici assalti riconquistarono il castello (1316 circa).
Pietro II d’Aragona lo destinò poi a Raimondo di Peralta al quale subentrarono gli eredi Guglielmo e Nicolo.
Nel 1399, rè Martino lo assegnò a Giovanni Perollo ma lo restituì poi alla famiglia Peralta, nella persona di Calcerando.
Divenuto in seguito proprietà di Pietro Spadafora Ruffo, che lo assegnò in dote alla figlia, pervenne a Sigismondo di Luna. Egli lo vendette a tale Nicolo Afflitto dal quale lo ebbe il genero Giacomo Alliata, cancelliere del regno.
Successivamente esso tornò alla famiglia Luna e ne fu castellana la famosa Luisa di Luna Vega chiamata «la bella signora di Castellammare» (1595).
Essa sposò un Moncada la cui famiglia, sul 1649 vendette il castello a Francesca Balsamo Aragona principessa di Roccafìorita.
Lo ereditò il figlio Pietro Balsamo e dopo di lui, in successivi passaggi Diego Aragona Tagliavia, Giovanni Ventimiglia conte di Geraci, Baldassare Naselli (1698).
Castello di Castellammare del GolfoEdificato proprio in cima alla lingua di terra che forma quel piccolo delizioso porto, era anticamente unito al sobborgo da un ponte levatoio (oggi in muratura) che lo rendeva inaccessibile alle insidie nemiche.
Sulle antiche larghe mura di cinta sono adesso numerose casette di pescatori ed ai piedi della torre, posta sull’estremo lembo di roccia, si vede ancora la leggendaria «vasca della regina», piccolo specchio di mare chiuso da scogli, dove una bellissima regina usava dilettarsi di pesca,
Si narra che essa amasse anche bagnarvisi in mezzo ai pesci più strani, per forma e colore, che i pescatori catturavano per lei.
Tra la gente del luogo vive, tramandata da secoli, la pietosa storia di questa regina che, per disinganni d’amore, si sarebbe uccisa gettandosi dall’alto della torre in questa «sua» vasca, da lei tanto amata.
Interessante la piccola porta ancora visibile alla base della torre, dalla quale, per mezzo di gradini tagliati nella roccia, si scendeva direttamente in acqua.
Del 1537 circa è un importante fatto d’armi verificatosi tra il popolo ed il pirata rais Sinam, chiamato comunemente «il giudeo», il quale terrorizzava tutta la costa depredandola. In un antico scritto si legge che «tra le altre petri di ferro colate» se ne trovava allora nel castello una più grossa «chi tirau lu judeo quanu vinni cun la sua armata in castellu».
Attuale proprietario Giuseppe Cassarà.

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CASTELLO DI CASTELVETRANO (Castelvetrano)

Castello di CastelvetranoDel primitivo castello, di epoca aragonese, sappiamo soltanto che venne assegnato a tale Tommaso Leontino e successivamente a Bartolo Tagliavia, cameriere della regina Eleonora (1296).
Dopo alcuni secoli esso pervenne a Giovanni Vincenzo Tagliavia il quale, verso il 1538, ricevette il titolo di conte di Castelvetrano ed il cui nipote Carlo Tagliavia Aragona, che ereditò il castello, ebbe conferito da rè Filippo I di Sicilia, il titolo di principe e per le sue alte cariche fu appellato «magno siculo».
Con Giovanna Tagliavia Aragona Cortes, che sposò Ettore Pignatelli, il castello passò a questa nobile famiglia la quale acquistò anche il titolo principesco di Castelvetrano. Dal 1912 al 1930 ne fu signore il principe Diego Pignatelli dal quale pervenne alla figlia principessa Anna Maria Pignatelli Cortes, attuale proprietaria.
Nel 1613 grandi feste vi si tennero per il trionfale arrivo di Ottavio d’Aragona, reduce della vittoria contro i turchi. Egli vi giunse accompagnato dal viceré del tempo duca d’Ossuna e seguito dai cristiani liberati e dai prigionieri in catene.
Qualche anno dopo, nel 1622, il castello nuovamente in festa si accinse ad accogliere il maestoso corteo di Don Giovanni Tagliavia Aragona, il quale, avendo già preso possesso del regno di Sicilia a nome del nuovo rè Filippo III di Sicilia, tornava dalla Spagna con la sposa Giovanna Mendoza.
L’aristocratica e ricca dimora divenne però assai nota nei primi anni del sec. XIX poiché ad essa è legata una pagina della complessa vita di Maria Carolina, la famosa regina austriaca (sposa di Ferdinando I di Borbone rè delle due Sicilie) tanto discussa e forse troppo calunniata, la quale vi rimase confinata per 84 giorni che segnarono la fine della sua permanenza in Sicilia.
In attesa del suo arrivo molti lavori si fecero al castello sotto la direzione dell’architetto Cardona e tutti i cittadini furono tassati per sopperire alla spesa, mentre il fausto arrivo
(assai nefasto invero per la regina) venne molto ritardato per la riluttanza di Maria Carolina ad abbandonare gli affari di stato.
Infine, costrettavi dal famoso Plenipotenziario inglese Lord Bentinck, il 13 Marzo del 1813 essa fece il suo ingresso al castello, accompagnata dal figlio Leopoldo e da numeroso seguito di dame e cavalieri.
Le festose accoglienze tributatele dalla popolazione furono in gran parte sincere, poiché essa aveva il ruolo della vittima e per il popolo, buono e generoso, era pur sempre la propria regina.
Durante questa sua residenza Maria Carolina si diede con fervore alle pratiche religiose ed alle opere di bene, facendosi molto amare da tutta la povera gente che presso la regale dimora trovava assistenza e conforto.
Essa però non era donna da arrendersi facilmente ai colpi della sorte e si vuole che tenesse pratiche occulte con segreti messaggeri, che di notte si recavano al castello, e che tentasse di organizzare una sollevazione contro gli inglesi. Anche della sua vita amorosa si è molto discusso e persino in relazione a questo periodo senza tener conto che essa aveva allora ben 61 anni di età e molti affanni come, dal castello, ebbe a scrivere a Lord Bentinck: «Mon àge et ma sante detruites par vingts années de peines de chagrins et de persecution…».
Molti illustri personaggi si recarono a rendere omaggio alla regina durante la sua forzata permanenza in Castelvetrano, e fra essi il principe Diego Pignatelli, il marchese Giacomo di Saint-Clair, Don Giuseppe Lanza Branciforti principe di Trabia il conte di Sommatino.
Anche il rè si recò al castello per trovarvi la moglie, soffermandosi qualche giorno.
Infine l’inflessibile Bentinck costrinse la regina a lasciare la Sicilia ed il 14 Giugno di quell’anno essa, abbandonato Castelvetrano col figlio Leopoldo, partì per l’Oriente.
Interamente cancellato il primitivo aspetto del castello dalle successive modifiche, esso, nella sua attuale struttura, non è più che un bel palazzo dalle linee severe. Nel primo piano ospita gli uffici comunali.

Castello La Colombaia di Trapani Visto: 1787
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CASTELLO LA COLOMBAIA DI TRAPANI (Trapani)

Castello La Colombaia di Trapani – TrapaniInnalzato sopra una piccolissima isola al centro della rada di Trapani, trae il suo nome dalla deliziosa leggenda dell’Erice (il favoloso monte sovrastante la città)poiché si vuole che le mitiche colombe, nel loro volo verso l’Africa, posassero su questo isolotto da dove, con supremo sforzo, superavano il mare.
La sua antichissima origine sarebbe attribuita ad Amilcare Barca al tempo della prima guerra punica. Si narra poi che il console romano Numerio Fabio, nell’assedio della città, conquistò la Colombaia assaltandola di notte ed uccidendone il presidio cartaginese.
I romani avrebbero occupato la rocca anche sotto il consolato di Lucio Metello. Da simili vetuste origini, vere o leggendarie, nasce il famoso detto popolare: «cchiù vecchiu di la Culummara di Trapani». L’attuale castello del tempo aragonese fu anche dimora della regina Costanza, sposa di Federico III, quando, venuta a Trapani dalla lontana Aragona, non le fu consentito di raggiungere subito il rè. Successivamente esso venne ampliato da rè Martino che, in occasione dell’arrivo della giovane sposa Maria, fece eseguire la costruzione di un apposito pontile. Nel 1586, sotto il regno di Filippo d’Austria, I di Sicilia e II di Spagna, il castello, su progetto dell’architetto Camillo Camilliani, venne ancora ingrandito ed abbellito.
Infine, al tempo di rè Carlo II, essendo la Sicilia in pericolo per una probabile invasione turca, il viceré principe di Ligny, avuta dal Parlamento Siciliano la somma di duecentomila scudi per le fortificazioni marittime, si recò subito a Trapani ove fece rafforzare il castello e costruire sulla sponda opposta, all’estremo lembo dell’insenatura, una grossa torre che prese il suo nome (1670 circa).
All’esterno del castello, una lapide posta tra due grandi stemmi del Ligny:
«AUSPICE CAROLI SECUNDI HISPANIARUM ET SICILIAE REGIS MARIAE ANNAE REGINAE GUBERNATRICIS CLAUDIUS LAMOTALDUS PRINCEPS DE LIGNE DAMBLIZI ET SACRI ROMANI IMPERII SIVERANUS DE FAGNOLLES S. SICILIAE PROREX VIGILANTISSIMUS ISTIUS REGNI SECURITATI HOC PROPUGNACULUM EREXIT MDCLXXI»
All’interno, tra lo stemma del viceré Paceco e quello di Filippo II di Sicilia e III di Spagna, altre lapidi precedenti (1607).
Dall’alto della sua torre, che ancora internamente conserva tracce di architettura trecentesca,si scorge l’intera città con le sue caratteristiche saline e, verso il mare aperto, lo sguardo spazia all’orizzonte, dove la misteriosa Africa si profila nelle terse giornate mentre nelle notti serene appare il faro di Capo Bon.
Il castello è da lungo tempo trasformato in carcere e la vastità del panorama di cui anche i detenuti possono godere (data l’eccezionaiità del luogo circondato dal mare) dona loro una illusoria libertà che tanto contrasta con la triste clausura.

Localizzazione Castelli della Provincia di Trapani Visto: 976
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Vedi anche…

PLATANO (Cattolica Eraclea – Agrigento)

Ubicazione: con buona probabilità è da identificarsi con il sito archeologico di monte della Giudecca, raggiungibile in automobile da Cattolica Eraclea
Localizzazione storica: Val di Mazara.
Cronologia delle principali fasi storico-costruttive:

Repertiarcheologicieffettivamenteservire come un indice per lo stile di vita antico.  Possiamochiaramentecapire e apprezzareillivello di brillantezzadegliantichiesseriumani.  Soprattuttoquandosivedonoaltecostruzionianticheanchequandositrovano in una condizioneabbandonata.  Il metodo di costruzione ed imaterialisonocosìprudenticheduranoanchedopoisecoli.  Sono eco-friendly ma sopravvivonocosìtantestagioni.

la fortezza è attestata fin da eta bizantina; il sito fu probabilmente abbandonato nel corso delle guerre antimusulmane di Federico II.
Notizie storiche:
839-840 – la fortezza bizantina di Iblatanu si arrende ai musulmani – Ibn al-Athfr, in Amari 1880-81, I : 372; An-Nuwayrf, ivi, II, p. 119. 860-861 – Iblatanu, insieme ad altre fortezze della Sicilia occidentale, rompe l’aman stipulate una ventina di anni prima, si ribella, viene assediata dai musulmani e presumibilmente espugnata o costretta nuovamente alla resa – ivi, p. 381.
939-940 – la località è assediata durante un episodio delle guerre civili musulmane del X secolo – Cronaca di Cambridge, in Amari 1880-81, I. p, 288; Ibn al-Athir, in Amari 1880-81, L p. 415; An-Nuwayri, ivi, II, p. 192.
1086 – Platanum, insieme ad altre fortezze musulmane dell’area agrigentina è conquistata da Ruggero I – Malaterra. p. 88.
1150 ca. – Idrlsi la descrive come sito incastellato ed ulteriormente protetto da un fortilizio: hisn e ruqqah. “Platano, superbo fortilizio in alto sito”; “il castello di Platano è abitazione in sito alto, dominato da un’eccelsa rocca’ -Idrlsi, in Amari 1880-81, pp. 91, 94.
1206 – è ricordato come centro della ribellione musulmana – H.-B., I, 1. p 118.
1211 – è menzionato il tenimento di Platani ed i suoi casali – ivi, p. 194.
XIV (prima metà) – è ricordato fra le fortezze siciliane da un geografo arabo che certamente attinge però a fonti precedent! – Amari 1880-81,1, p. 262.
E’ probabile che nella prima meta del XIV secolo Platano fosse gia abbandonata, molto verosimilmente fin dagli anni della repressione federiciana della grande rivolta islamica.
Stato di consistenza: resti fuori terra visibili che non consentono una lettura ricostruttiva; resti interrati.
Impianto planimetrico: non rilevabile.
Rapporti ambientali: monte della Giudecca (m 322) si erge completamente isolate su un’ampia ansa del fiume Platani. II rilievo, di altezza modesta, presenta pero caratteristiche di vera e propria fortezza naturale. E’ infatti protetto su tutti i versanti da alte pareti rocciose ed era accessibile, prima dell’apertura di una moderna stradella, solo grazie a due o tre sentieri. La sommita del monte presenta un vasto piano inclinato ed un’ulteriore altura isolata che costituisce la cirna vera e propria. Il piano inclinato appare sbarrato a quota 250 da un lungo muro orientate in senso sud est – nord ovest che protegge l’accesso meno disagevole al sito. La cima è difesa da mura sui lati nord, ovest e sud che racchiudono i resti di un edificio: potrebbe trattarsi della ruqqah ricordata da Idrisi.
Su tutta l’area si raccolgono abbondanti frammenti di tegolame (sono present! tanto tegole a superficie striata, normalmente definite tardo-romane o bizantine, che coppi ad impasto misto con paglia) e ceramica tanto acroma che invetriata. I reperti suggeriscono un’intensa frequentazione del sito fra il XII e la prima meta del XIII secolo.
Sul monte della Giudecca sono stati rinvenuti, inoltre, due frammenti di stele tombali islamiche a forma prismatica orizzontale.
Proprietà attuale: pubblica (Demanio Forestale).
Uso attuale: l’area di monte della Giudecca è attualmente abbandonata e saltuariamente utilizzata per pascolo.

 

Vedi anche…

MOTTA SANTO STEFANO (Santo Stefano Quisquina – Agrigento)

E’ ubicato sul monte Castelluzzo (da Agrigento, strada statale 189 per Palermo; uscita Cammarata per Santo Stefano Quisquina; prima dell’abitato, strada comunale per monte Castelluzzo),  nel comune di Santo Stefano Quisquina.

La cittàdi Santo Stefano ha essenzialmente un posto con il distrettodi Motta diLivenza, nelterritoriodiTreviso, Area Veneto. La cittàdi è 276 chilometrididistanzadallacittà simile di Motta diLivenza a dove è situato. Continua a leggere questo per scoprireche l’area di Santo Stefano sale a circa 8 metrisopra il livellodell’oceano.

Cronologia delle principali fasi storico-costruttive:
XIV (prima meta) ? – fondazione del castello.
Notizie storiche:
1170 – chiesa – White 1984, p. 425, doc. XXXI.
1240 ca. – casale e chiesa – Collura 1961, p. 64, doc. 27.
1320 – casale – Bresc, D’Angelo 1972, p. 401.
1320 – Giovanni Caltagirone e titolare di Santo Stefano – Tirrito 1873, p. VIII.
1355 ca. – la terra Sancti Stephani cum castro e annoverata tra le terre feudali – Librino 1928, p. 209.
1371 – la famiglia Sinisio č titolare di Santo Stefano – Barberi, Magnum Capibrevium, pp. 469-470.
1374 – Manfredi III Chiaramonte e possessore di Santo Stefano – Glénisson 1948, p. 246.
1375 – casale in quo reperte fuerunt domus coperte palearum, habiles ad solvendum, LXVII – ivi, p. 257.
1402 – loco Sancti Stephani – ASP A, Regia Cancelleria, reg. 39, c. 244v. (Maurici 1993, p. 68).
1433 – si autorizza lo spostamento del casale in un luogo migliore e piu difendibile detto castilluzzo – ACA, Cancilleria 2821, c. 311r-v. (Maurici 1993, p. 68).
1500 – terra sive casale Motte Sancti Stephani – Barberi, Magnum Capibrevium, p. 465.
I resti fuori terra visibili consentono una lettura ricostruttiva parziale dell’impianto, torre quadrangolare e cinta perimetrale.
L’identificazione topografica della Motta Santo Stefano č stata facilitata dal documento del 1433 che prevedeva lo sposta­mento del casale in un luogo piu difendibile, presso un castello chiamato castilluzzo.
Una ricognizione sulla vetta del mon­te Castelluzzo, situato a pochi chilometri da Santo Stefano di Quisquina, ha permesso di ubicarvi il castello trecentesco.
Questo monte (1.011 ml), situato in una zona gia boscosa, presenta pareti molto ripide con un solo versante di accesso.
La salita, piuttosto lunga e faticosa, soprattutto nella parte finale, e resa ancora piu difficile dalla violenza dei venti che soffiano quasi in continuazione.
La stretta piattaforma sommitale del monte č occupata dalle vestigia di una torre quadrangolare e di un muro di cinta.
Della torre rimane solo qualche allineamento di pietre, mentre la cinta, meglio conservata, percorre ancora una lunghezza di ca. 11 m, ai limiti del dirupo.
I muri hanno uno spessore medio di 0,75 m e sono costruiti in pietre grossolanamente sbozzate e spianate nella loro superficie a vista e legate con abbondante malta. Non ci sono tracce dell’abitato.
Lo stato di conservazione delle strutture, in disfacimento totale, non permette di approfondire la descrizione.
Proprieta attuale: pubblica (Demanio forestale).
Vedi anche…