CASTELLO MANIACE (Siracusa)

C’era una volta in Ortiglia una bellissima ninfa che aveva nome Aretusa. Seguace di Diana, ella amava più la caccia che le lusinghe d’amore e quando Alfeo, figlio di Oceano, gran cacciatore anch’egli, la vide e se ne invaghì, Cerere, per liberare la ninfa sua protetta da quell’amore tenace ed impetuoso, la tramutò in limpida fonte.
Alfeo pur di non perderla si cambiò a sua volta in fiume e traversando il mare (avendo cura li non confondere le sue acque con quelle salse di esso), dopo lungo cammino, apparì presso le rive d’Ortigia e si congiunse con le acque d’Aretusa.

Alcunisostengonocheimitisonototalmentefittizi.  Ma quandovediamoirestiarcheologici, non possiamoignorarlicompletamente come storie.  I mitihanno un sacco di valorieticicheimpartononellamentedellarazzaumana di volta in volta.  Sui siti Web, è possibilevisualizzareorafacilmente.  Torniamo al mito.

«Amore, amar, sussurrati l’acque; e Alfeo
Chiama ne’ verdi talami Aretusa
Ai noti amplessi»
(CARDUCCI)
In questa terra di miti e di leggende ove è raccolta forse la storia più antica e affascinante dell’isola nel 1038, proprio dove pare sorgesse il tempio dedicato a Giunone (quasi ad esprimere fra tanta poesia la brutale forza degli uomini), fu edificato dal generale bizantino, Giorgio Maniace, il rude castello, tanto spesso teatro di insidie e di guerra. Venne poi ricostruito da Federico II di Svevia e poi durante la rivoluzione dei Vespri, i siracusani lo assalirono scacciandone i francesi che vi si erano asserragliati (aprile 1282). In seguito vi soggiornò rè Pietro d’Aragona con la regina Costanza.
Castello Maniace – SiracusaNel 1414 Bianca di Navarra, allora vicaria del regno, vi dimorò anch’essa.
Molte sono le vicende svoltesi tra le sue mura, ma l’episodio che lo rese tragicamente famoso fu l’atroce inganno ordito dal capitano generale Giovanni Ventimiglia, marchese di Ceraci, ad un gruppo di nobili siracusani.
Questo spregiudicato condottiero, inviato da rè Alfonso di Castiglia per domare la rivolta della città (1448), approfittando della stima che i siciliani gli accordavano, riuscì ad indurre venti esponenti dei rivoltosi a recarsi al castello per «un allegro banchetto» ed avutili tutti riuniti li fece aggredire e massacrare senza pietà.
Atterrito da tanta infamia e privato dei suoi capi, il popolo fu costretto a cedere e la sedizione venne domata.
Si vuole che il Ventimiglia, prima di lasciare la città, si sia anche appropriato dei due arieti che si trovavano sulle mensole ai lati del portale del castello.
Secondo altra versione, forse più attendibile, gli sarebbero stati invece donati dal luogotenente di rè Alfonso, in premio delle sue gesta.
Tali famosi arieti di bronzo, capolavori dell’età classica, che la tradizione considerava unici avanzi dell’antico tempio di Giunone, subirono poi molte altre vicende poichè il Ventimiglia li trasportò nella sua rocca avita in Castelbuono e non volendosene separare neppure da morto, (forse in memoria della «gloriosa» impresa di Siracusa), li destinò ad ornamento del proprio sepolcro.
Confiscati poi i beni del suo discendente Arrigo Ventimiglia, gli arieti pervennero alla reggia di Palermo da dove passarono al Castello Steri e quindi altrove. Infine uno di essi fu ignobilmente fuso durante la rivoluzione del 1848 e l’altro donato, da rè Vittorio Emanuele II, al Museo Nazionale di Palermo dove si ammira tuttora.
Nel 1618 il castellano del tempo, Giovanni da Rocca Maldonato, ottenne dal viceré marchese di Vigliena che il castello prendesse nome da S. Giacomo e le quattro torri dai santi Pietro, Caterina, Filippo, Lucia.
Questa concessione venne incisa, in lingua spagnola, sopra un grande busto di Poseidone (rinvenuto secoli prima durante uno scavo) che si trovava nel castello e che oggi figura nel museo di Siracusa.
Malgrado ciò venne sempre chiamato col nome del suo primo fondatore.
Il terremoto del 1693 gli apportò notevoli danni e successivamente lo scoppio delle polveri, ivi conservate, ne completò l’opera demolitrice (1704).
Venne resaturato nel 1806 dal generale inglese Stuart ed infine il 3 settembre 1860 ebbe termine la sua lunga storia di imprese militari.
Oggi, di proprietà demaniale, esso appare ancora quasi intatto nella sua struttura esterna, col bel muraglione di cinta proteso nel mare che lo circonda per tré lati, ma all’interno più nulla rimane delle antiche vestigia.
Si narra, tra l’altro, che vi fosse un sontuoso bagno detto «della regina» posto in ambienti sottostanti al castello e tutto rivestito di marmo con una fontana zampillante «freschissima acqua».
Stupendo dovette essere il grande cortile che conserva ancora alcune arcate a sesto acuto sostenute da mezze colonne e capitelli.
Sull’arco della bellissima porta, in marmo variopinto con eleganti strutture, è uno stemma spagnolo e su una lapide la seguente iscrizione:
“CARLO V EMPERADOR REG. DE ESPANA 1545 – TRASLADOSE ESTE ESCUDO EN TIEMPO DE D. PHELIPE III DEI GRACIA DE ESPANA Y DE SICILIA SIENDO YOAN DE ROCA MALDONATO ANNO 1614”.
Sulle due mensole che la sostengono si legge:
«EGO INTERIFICIAM OMNES QUI AFFLIGENT».

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CASTELLO DI AUGUSTA (Augusta)

Castello di AugustaCostruito da Riccardo da Lentini per Federico II di Svevia, il castello, che presenta oggi l’aspetto di grande caserma, conserva (in mezzo al complesso di nuovi fabbricati) parte di una preesistente torre del tempo normanno.
A ricordo della sua fondazione sembra che in origine vi fosse la seguente iscrizione così decifrata da storici locali:

«AUGUSTAM DIVUS AUGUSTUS CONDIDIT URBEM ET TULIT, UT TITOLO SIT VENERANDA SUO, THEUTONICA FRIDERICUS EAM DE PROLE SECUNDUS, DOTAVIT POPULO, FINIBUS, ARCE, LOCO».

Secondo una antica leggenda Federico, verso il 1229, spinto da una violenta tempesta, trovò rifugio con il suo battello nella rada di Augusta ed incantato della bellezza del luogo, progettò di crearvici una dimora che fece poi edificare attorno all’antica torre di difesa.
Il poderoso castello, che fu tra i più importanti dei grandi monumenti fridericiani, dopo avere ospitato l’augusto imperatore, vide anche quel Giovanni di Cocleria che osava spacciarsi per Federico stesso.
Con l’avvento angioino il mastio cadde in mano del sanguinario Guglielmo Estendard il quale vi compì ripetute stragi.
Nella rivoluzione dei Vespri il popolo scacciò il presidio francese ed invase il castello saccheggiandolo. Successivamente, con la elezione di rè Pietro, vi si innalzò la bandiera d’Aragona (1282).
Dopo alcuni anni Rinaldo del Balzo, con audace colpo di mano, si impadronì del castello ed i francesi tornarono ad insediarvisi ma nel 1287, dopo un lungo assedio, furono costretti ad arrendersi a Ruggiero di Lauria e Giacomo d’Aragona.
In seguito esso venne strenuamente difeso dall’eroico Blasco Alagona che riuscì a sventare una nuova insidia angioina.
Nel 1378 il castello divenne asilo e prigione di Maria d’Aragona.
La giovanissima fanciulla infatti, unica erede del regno di Sicilia, che veniva custodita dal reggente Artale Alagona nel castello Ursino di Catania, venne rapita e quivi rinchiusa da Guglielmo Raimondo Moncada conte di Augusta, al fine di sottrarla alle mire politiche dell’Alagona.
Questi, per riprenderla, assediò il castello ma fu costretto a desistere dall’arrivo della flotta aragonese. Attraverso altre vicende la giovane regina andò poi sposa in Aragona a Martino, figlio del duca di Montblanc.
Nella seconda metà del 1500, a difesa degli angoli del castello, vennero eretti quattro bastioni chiamati S. Filippo, S. Giacomo, Vigliena, S. Bartolomeo.
In quell’epoca si procedette al taglio dell’istmo ed il chersoneso divenne una piccola isola congiunta alla terra da un ponte.
Castello di AugustaNel 1675 un audace tentativo della flotta di Luigi XIV ridiede ai francesi il castello (mal difeso dagli spagnoli) ma la tenace opposizione trovata in Sicilia li costrinse a rinunziarvi e il generale Le Feuillade, prima di abbandonarlo, tentò distruggerlo.
Ingenti furono i danni subiti e tré anni dopo, sotto il regno di Carlo II, il viceré di Sicilia Benavides conte di S. Stefano si rivolse ai cittadini per poterlo restaurare. Ottenne un cospicuo aiuto (trentamila scudi) ed il castello potè così risorgere a nuova vita.
Sulla porta del grosso muragliene di cinta, chiamata «spagnola», in mezzo a tré grandi stemmi, una lapide ne ricorda il lavori con la data: MDCXXCI.
Il terremoto del 1693 danneggiò gravemente il castello ed in seguito lo scoppio di una polveriera provocò un violento incendio, mentre il crollo di  una parte di esso seppellì il castellano con la sua famiglia e quaranta monache che vi si erano rifugiate.
Il viceré Francesco Giudica, nel 1700, ne curò il ripristino e vi trascorsero senza rilievo i successivi anni fino alla unificazione del regno d’Italia.
Dal 1890 è destinato a casa di pena ed oggi quasi nulla si scorge, all’interno, delle prime strutture.

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