CASTELLO DI PATERNO’ (Paternò – Catania)

Edificato in pietra lavica dal gran conte Ruggiero verso il 1072, restaurato nel 1300 e poi ancora nel 1900 ma senza più merlatura, con la sua massiccia struttura di alto torrione si innalza solitario sopra un piccolo colle dominante la città e di fronte all’Etna maestosa.
Rinchiusa alle spalle l’unica porta, ad arco acuto, il castello, oggi vuoto e silente, eccita la fantasia del solitario visitatore che non può sottrarsi alla malinconica suggestione del luogo poiché «dans le plus beau palais du monde on veut trouver à qui parler».
Al  piano terra trovasi una piccola mirabile cappella con tracce di antichi affreschi. Al piano superiore, notevolissima, una grande sala con quattro finestre bifore e sedili ricavati nello spessore del muro, sui quali sembra di vedere ancora le donne normanne intente al fuso nella lunga attesa dei loro uomini spesso in guerra.
Sopra ancora, altro grande salone aperto ai due lati da immense finestre, anch’esse bifore, e su tutto il castello una vasta terrazza.
Il gran conte Ruggiero lo avrebbe assegnato alla figlia Flandrina che sposò Enrico di Lombardia. Da essi sarebbe pervenuto al loro figlio Simone e successivamente, per linea femminile, a Bartolomeo de Luce conte di Paternò (1193 circa).
In seguito per concessione di rè Federico II di Svevia, sul 1198, pervenne a Galvano Lancia, suo parente.
Poco dopo, tra il 1200 e il 1234, lo stesso rè Federico avrebbe tolto a Galvano il castello per farne dono a Beatrice (o Bianca) Lancia che lo elesse a sua preferita dimora.
Anche lo stesso Federico vi soggiornò più volte, negli anni 1220-1223.
In seguito Manfredi, figlio di Federico, dopo la morte del fratello Corrado (e sparsasi la falsa voce della morte anche del di lui figlio Corradino, di appena tré anni), si fece incoronare rè di Sicilia ed esaudendo un desiderio del padre, reintegrò nel possesso del castello Galvano Lancia conferendogli poi anche la carica di vicario generale (1256). Manfredi si ebbe però la scomunica del Papa che offrì il regno a Carlo d’Angiò, rè di Francia, il quale sconfitto Manfredi nella battaglia in cui questi cercò e trovò la morte, fece poi decapitare il giovane Corradino insieme ai suoi fidi, tra i quali il fedelissimo Galvano. Ed ebbe così fine in Sicilia il dominio della casa sveva (1268).
A seguito di tali avvenimenti si vuole che il castello sia pervenuto a tale Bonifacio e poi a Manfredi Maletto il quale nel 1299, dopo aver subito un solo giorno di assedio, vi accolse Roberto d’Angiò che avanzava in Sicilia in nome del padre rè Carlo.
Con l’avvento aragonese, rè Federico II, privando il Maletto dei suoi beni, lo concesse ad Ugone di Ampurias conte di Squillace (1300), che nei fatti d’arme seguiti tra Federico e Roberto d’Angiò aveva riportato numerose vittorie, ma ben presto il castello ritornò alla corona.
Conclusa finalmente la pace detta «di Caltabellotta», nel 1302 Federico, come stabilito nei patti, prese in moglie Eleonora figlia di Carlo d’Angiò, che fu signora del castello.
In seguito, salito al trono il giovane Federico III, «il semplice», venne condotto al castello ed ivi custodito da Artale Alagona (figlio di Blasco) per sottrarlo alle mire della regina Giovanna di Napoli i cui seguaci, capeggiati dal conte Enrico Rosso, decisero di uccidere Artale.
Questi, avvisato del pericolo, fortificò il castello accingendosi alla difesa ed il Rosso non potendo attaccarlo incrudelì contro il borgo, devastandolo e fortificandosi poi nel castello di Motta (1356).
Frattanto Federico, passato dalla custodia di Artale a quella di Francesco Ventimiglia, in Castelbuono fuggì per sposare Costanza, figlia di Pietro d’Aragona, che condusse qui in Paternò dove furono celebrate le nozze (1360).
Il castello, assegnato alla regina, venne abitato dai sovrani ed alla loro morte, ne fu castellano Artale Alagona forse quale tutore della giovane regina Maria erede al trono (1377).
Successivamente, dopo avere sposato il cugino Martino, essa vi soggiornò a lungo e da qui usava emanare le sue così dette «consuetudini» a favore della città. Dopo la sua morte e successive nozze di Martino con la figlia del rè Navarra, il castello passò alla nuova sposa Bianca, quale facente parte della famosa “camera reginale” (specie di appannaggio delle regine di Sicilia). Di questa regina è l’approvazione di nuove «consuetudini» favorevoli al popolo «Datae in Turri Terrae nostrae Paternionis anno incarnationis Domini 1405».
Durante il vicariato di Bianca poi e relativo suo dissidio col Cabrerà, per acquetare costui in attesa della elezione del nuovo rè, nella storica riunione tenutasi al castello di Solanto tra la regina, il Cabrerà e una ambasceria mandata dal parlamento spagnolo (1412), si decise di concludere una pace dando al vecchio giustiziere il governo di tutti i luoghi (città e castelli) del demanio e reginali, compreso quindi questo di Paternò.

Quandoiparlamentihannoassunto la regola in varienazioni, la monarchia è stataabolita.  In poche tradizioni, ilsistema di controlloparzialenellaregola è statoconcordatodallefamigliereali.  Qualunquesianoi termini dell’accordo, ireali non sonostatitotalmenteprivatideilorobeni.   La maggiorpartedeilorobenireali, castelli, e tesori con restituitoindietro a loro.  Controllarequestositoper idettagli.

Al Cabrerà succedettero gli Henriquez e poi, assegnando rè Alfonso alla moglie la ripristinata «camera reginale», esso tornò ad appartenere ad una nuova regina Maria. Questa però con la sua signoria fece solo risaltare e rimpiangere le grandi doti e le virtù di Bianca.
Nel 1431 rè Alfonso stesso distogliendo il castello e la terra dalla «camera reginale» cedette a Nicolo Speciale in ricompensa di servigi ricevuti nel governo dell’isola e, per la terza volta, lo nominò viceré di Sicilia.
Da Pietro Speciale, figlio di Nicolo, il castello pervenne nel 1456 al conte Guglielmo Raimondo Moncada, maestro giustiziere e confidente del rè, il quale furbamente riuscì a trattenerlo anziché riportarlo al demanio come il sovrano desiderava. Nel 1531 questa nobile famiglia si arricchì anche del titolo di principe, che venne conferito a Francesco Moncada Luna da  Filippo I di Sicilia, ed ebbe fino ai primi del ventesimo secolo la signoria del castello che divenne poi di proprietà comunale.

Castello Ursino Visto: 611
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CASTELLO URSINO (Catania)


Castello Ursino – CataniaSuperbo edifizio costruito dall’Arch. Riccardo da Lentini per Federico II di Svevia tra il 1230 e il 1250 e più precisamente, sembra, sul 1240 poiché, come dottamente scrive l’Agnello, nella sua pregevolissima opera: L’architettura sveva in Sicilia, «nessuna delle costruzioni imperiali ha avuto la fortuna di trovare, nell’evidenza delle date, una determinazione cronologica così specifica come quella relativa al nostro castello». Qui più che altrove forse, il grande Federico lasciò luminoso ricordo di sé in questa opera che egli volle edificata negli ultimi anni della sua turbinosa e gloriosa vita (due volte scomunicato ma poi assolto, prode in guerra e fecondo di nobili attività ed opere insigni nelle terre del suo impero) conclusasi in Puglia nel 1250.
Egli personalmente seguì la costruzione del castello con vero amore, se pur da lontano, apportandovi il contributo del suo elevato senso artistico (come testimoniato da un lungo carteggio intercorso tra l’imperatore e l’architetto Riccardo) ma non sappiamo se prima dell’improvvisa sua morte potè ammirarne il compiuto splendore.
Sulle origini del nome «Ursino» vi sono ipotesi molto contrastanti ma esso risale comunque ad epoca molto remota poiché nel 1255 era già così chiamato dal vescovo catanese Ottone Capoccio.
La versione più logica, se pure mancante di prove, lo attribuisce alla famiglia Orsini la quale sarebbe stata accolta nel castello quando venne espulsa da Roma per le sue idee ghibelline, mentre altra lo fa provenire dalla presunta esistenza di un precedente «castrum» chiamato Arsinio da Arsinius console romano che governò la Sicilia prima del 359 d. C.
Questo famoso mastio fridericiano fu sede di molti rè e parlamenti e la sua lunga storia è ricca di memorabili episodi fin dalla rivoluzione dei Vespri, durante la quale vi si asserragliarono gli angioini di Catania assediati dal popolo.
Lo stesso anno 1282 rè Pietro d’Aragona convocò al castello i rappresentanti di tutte le città della Val di Noto incitandoli a resistere all’angioino e nel 1283, vi riunì il parlamento generale di Sicilia.
In seguito, dopo essere stato dimora del successore rè Giacomo (il quale, si vuole usassse tenere ordinanza nel cortile del castello) divenne sede del fratello, rè Federico II, che lo arricchì notevolmente e poi, nel 1337, qui morì (o in Paternò come taluno afferma), circondato dall’affetto di tutto il popolo che con lui perdeva uno strenuo difensore delle proprie libertà.
Pietro II conservò al castello la sua eccezionale importanza e quivi nacquero i suoi figli: Ludovico (1338) e Federico, detto poi «il semplice», (1341).
Nell’anno 1347 vi si firmò la pace tra la regina Giovanna di Napoli ed il reggente Giovanni duca di Atene.
L’epidemia del 1355 portò gravi lutti al castello ed a tutta la corte. In pochi giorni vi perirono Federico, figlio del duca di Atene e Blasco Alagona. Vi fu anche trasportato il giovane rè Ludovico, morto nel castello di Aci.
Con la successione al trono di Federico III, la rocca catanese risorse a nuovo splendore ed egli, con la moglie Costanza, vi soggiornò a lungo. La loro figlia Maria, rimasta erede del regno nel 1377 a soli quindici anni, venne custodita dal reggente Artale Alagona il quale, avendo deciso di darla in isposa a Galeazzo Visconti di Milano, la tenne gelosamente rinchiusa nel castello.
Raimondo Moncada, in opposizione a tali disegni, con abile manovra riuscì a rapirla e la condusse nel castello di Augusta.
Questa giovane regina, oggetto di contrastanti mire politiche, andò poi sposa al cugino Martino, figlio del duca Martino di Montblanc, ed i nuovi sovrani presero dimora nel munito castello dove, nel 1397, nacque l’erede al trono, Federico, la cui prematura morte fu seguita da quella della madre.
Il 21 maggio 1402 vi si celebrarono, per procura, le seconde nozze di Martino con Bianca di Navarra mentre questa si trovava ancora nella dimora paterna.
La nascita del loro figlio riempì il castello di grande letizia che presto però ebbe a mutarsi in cordoglio per la morte dello stesso infante.
In Sardegna poi, nel 1409, moriva rè Martino.
Ne ereditò il reame il padre che dinasticamente divenne in Sicilia Martino II e del quale Bianca rimase vicaria nel regno.
Castello Ursino – CataniaEssa fu però costretta a fuggire dal castello, per sottrarsi alle note insidie del potente Bernardo Cabrerà, ed ebbe così inizio per la bella e nobile regina il suo governo nell’isola sempre minacciato dalle persecuzioni del vecchio giustiziere.
Poco dopo non ritenendosi sicura in alcun luogo, essa tornò a rifugiarsi nel fido castello catanese, in quel tempo sotto il comando del castellano Luigi Baudiello, e nel 1414 vi tenne lungamente presso di sé la giovane sposa di Nicolo Peralta, Isabella di Luna.
Succeduto al vecchio Martino Ferdinando di Castiglia, detto «il giusto», nei regni di Aragona e di Sicilia, questa divenne provincia degli Stati di Aragona ed i viceré posero la loro sede nel castello Ursino.
Nel maggio del 1416 vi si convocò l’assemblea dei sindaci di Sicilia per giurare fedeltà ad Alfonso, figlio e successore di Ferdinando.
Molti parlamenti furono qui riuniti, e tra i più importanti quelli del 1470 – 1478 – 1494.
L’anno 1550 il castello si preparò a ricevere con tutti gli onori rè Filippo d’Austria (I di Sicilia e II di Spagna) e l’appartamento reale venne rimodernato ed abbellito.
Molto dopo, la tremenda eruzione dell’Etna del 1669 alterò completamente la topografia circostante ed il castello, che si trovava su di un promontorio roccioso dominante la spiaggia, venne circondato dalla lava che, prolungandone la scogliera, ne allontanò il mare mentre la successiva rottura della crosta lavica, in prossimità della sua porta, bruciò il ponte levatoio distruggendone le catene.
I terremoti del 1613 e 1818 misero a dura prova la sua forte struttura e nel 1831 Ferdinando di Borbone lo trovò in tali condizioni da cancellarlo dalla lista dei grandi castelli siciliani.
Nel 1860 venne avvilito a caserma militare e finalmente, nell’anno 1931, ebbero felicemente inizio i grandi lavori di restauro che restituirono alla magnifica opera sveva quasi il primitivo splendore.
All’interno, sul grande atrio, tutto un complesso di vastissime sale (con volte a crociera sostenute da mezze colonne, ricchissimi capitelli e mensole) racchiudono mirabilmente l’attuale museo civico.

Castello di Aci Visto: 731
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CASTELLO DI ACICASTELLO (Acicastello – Catania)

Castello di ACI – Acicastello”Nel cui sereno mar Galatea, vive
E su’ monti Aci”

(CARDUCCI)

Nero, maestoso e suggestivo castello costruito in pietra lavica sopra una altura rocciosa a picco su quel mare dei ciclopi e di Ulisse che sembra mormori il racconto delle sue tante leggende e che, come dice il Verga, «è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare».
Esso ha così remota storia che se ne attribuisce l’origine favolosa a Saturno e nella primitiva antichissima rocca si narra trovasse rifugio il mitico Aci; il giovane pastore che amato da Galatea fu odiato e ucciso dal geloso Polifemo ed il cui sangue, convertito in fresche acque avrebbe formato il fiume che dolcemente scorre in quei luoghi.
Preesistente comunque ai normanni, che lo restaurarono, per concessione del gran conte Ruggiero, nel 1091 pervenne al vescovo Ansgerio di Catania. Donazione convalidata poi con una bolla del papa Urbano II.
Nella sua lunga vita esso ebbe sempre grande importanza per l’abitato di Aci poiché i vari passaggi di dominio feudale avvenivano con la consegna delle sue chiavi.
Nel 1169 la lava dell’Etna, nella sua corsa infernale che tutto travolge e distrugge, potè solo lambirne le forti basi e l’alto castello si trovò come superbamente sospeso tra cielo mare e fuoco.
Durante la guerra del Vespro tutti i francesi che vi si trovavano furono trucidati ed in quel tempo esso venne donato a Ruggiero di Lauria, grande ammiraglio del regno. Successivamente, nel 1325, fu in gran parte bruciato dal conte di Canosa, Beltrando del Balzo. Odiosa vendetta contro gli acesi che avevano insultato e schernito la sua flotta la quale, inviata da Roberto rè di Napoli contro la Sicilia, era approdata sotto il castello.
Sul 1357 Luigi rè di Napoli profittando della inettitudine di Federico III rè di Sicilia (successo al fratello Ludovico, quivi morto nel 1355) fece invadere la borgata dai suoi armati i quali, sfondate le porte del castello dove avean trovato rifugio quasi tutti gli abitanti, uccisero gli uomini e offesero le donne. Gli invasori vennero scacciati da Artale Alagona, gran giustiziere del regno, che fece poi del castello la sua roccaforte contro il duca Martino di Montblanc ed il di lui figlio rè Martino (nuovo sovrano dell’isola), i cui continui soprusi inasprivano fortemente l’animo dei siciliani.
Infine l’Alagona, schieratosi apertamente contro i Martini e rafforzatesi nel castello, conquistò Catania (1392) che successivamente però dovette abbandonare, pur continuando la resistenza nella rocca acese.
Il 17 giugno 1393 il vecchio duca di Montblanc (che di fatto era il vero rè di Sicilia), dopo aver cercato invano di radunare intorno a sé i baroni siciliani, mosse con il suo esercito all’assedio del castello inviandovi Berengario Cruyllas per tentare di persuadere l’Alagona alla resa.
Castello di ACI – AcicastelloQuesti però temporeggiava sperando aiuto dai genovesi e da Galeazze Visconti di Milano (che egli invano aveva tentato di far sposare con la giovane regina Maria) il quale gli aveva già inviato una flotta in Sicilia. Infine, posto l’assedio al castello. Artale Alogona fu costretto ad arrendersi con l’accordo che avrebbe ceduto i suoi castelli di Aci, e Paterno e sarebbe partito per i luoghi santi. Tale promessa non venne mantenuta e fu posto nuovamente l’assedio al castello dallo stesso rè Martino al quale l’orgoglioso castellano fu costretto a chiedere perdono ed a promettere ancora i due castelli predetti.
Non avendoli però prontamente ceduti, per la terza volta il rè assediò il castello (nel quale erano la moglie ed il figlio Artale mentre questi incrociava quel tratto di mare tentando di porli in salvo) che, dopo essere stato valorosamente difeso, avendo avuta diroccata la cisterna da parte degli assedianti, rimasto senza acqua venne definitivamente conquistato.
Qui fu raggiunto un accordo ma altrove perdurò la sommossa dei nobili, del popolo e della chiesa contro i Martini, dominatori scismatici, che infine riuscirono a vincere ogni ostacolo rendendo vana la lunga lotta ed il sacrificio di tanti eroi.
Il favoloso castello, che aveva anche ospitato le sacre spoglie di S. Agata nel loro viaggio di ritorno dalla Turchia alla patria Catania (quelle reliquie che il condottiero bizantino Giorgio Maniace lasciando la Sicilia, sull’anno 1040 circa, avrebbe portato con sé), divenne infine carcere per i prigionieri politici del governo borbonico.
Oggi di proprietà comunale, benché semidistrutto come tanti altri, è tuttavia uno dei più notevoli monumenti storici di Sicilia e le sue preziose rovine ospitano, a volte, interessanti mostre d’arte.

Castello di Adrano Visto: 584
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CASTELLO DI ADRANO (Adrano – Catania)

Castello di AdranoIl gran conte Ruggiero, nel 1070 circa, lo fece costruire su ruderi saraceni, nella terra del dio Adrano e forse nello stesso posto del famoso tempio che esisteva già quattrocento anni prima di Cristo, come ci narra Diodoro siculo.
Fu destinato poi, dallo stesso Ruggiero, alla nipote Adelasia che, dedita ad opere benefiche, si fece infine monaca entrando nel monastero di S. Lucia da lei fondato in Adrano. Pochi anni dopo, verso il 1185, ne sarebbe divenuto castellano il conte Gualtiero Parisi.
Al tempo aragonese il castello pervenne a Pietro Luca Pellegrino e poi alla famiglia Sclafani, per concessione di Federico II.
Da Matteo Sclafani, primo conte di Adernò sul 1300, in successive eredità e per intreccio di parentele, passò ai Moncada (1500) e poi ai Peralta.
Castello di AdranoPer linea femminile, nel 1754, vi succedettero gli Alvarez di Toledo conti di Adernò e nel 1797 Giovanni Luigi Moncada Ventimiglia Aragona principe di Paterno, in virtù di una sentenza in suo favore contro un discendente degli Alvarez.
Ed il vecchio castello tornò così alla famiglia Moncada alla quale appartenne sino al 1920 anno in cui ne fu signore Pietro Moncada Starabba, principe di Paternò e conte di Adernò.
Alto su formidabili mura, un tempo coronato da merli e cinto alla base da un poderoso bastione con i quattro angoli a forma di basse torri scanellate, è oggi all’interno in pessime condizioni e mancante della volta centrale ma vi si ritrovano stile e struttura dei due castelli di Paternò e Motta, con i quali fu collegato per creare un sistema fortificato che facilitasse al normanno il dominio di Catania.
In questo la cappella trovasi al primo piano miracolosamente quasi intatta. Piccolissima e di preziosa fattura, con tracce di affreschi e tutto intorno mirabili colonnine, incastrate nel muro, con capitelli a sostegno della piccola volta in croce. Nella sala accanto una nicchia conteneva l’antico fonte battesimale. Due leoni in pietra sostengono gli stemmi dei Moncada e degli Sclafani ai lati della larga scala d’ingresso i cui gradini, bassi e profondi, un tempo consentivano di accedere, anche a cavallo, ai piani superiori.
Sopra il portone del muro di cinta trovasi un busto che si vuole rappresenti Ruggiero mentre pare si tratti di un principe Moncada.
Di proprietà comunale, il piano terra viene oggi adibito a carcere.

Castello di Motta S.Anastasia Visto: 629
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CASTELLO DI MOTTA S.ANASTASIA (Motta S. Anastasia – Catania)

Castello di Motta S. AnastasiaAlto e severo esso è l’unico dei tré castelli normanni della stessa struttura ed epoca che conserva intatta la bella merlatura di coronamento.
Il gran conte Ruggiero dopo averlo edificato, nel 1070 circa, lo concedette ad Ansgerio primo vescovo di Catania (1091).
Rimase in possesso della curia sino a quando ne divenne signore Enrico Rosso nel 1250.
Successivamente appartenne a Rinaldo Perollo e poi all’ammiraglio Sancho Ruys de Lihori (1408).
Questi, fedele amico di Bianca di Navarra, catturato verso il 1411 l’odiato nemico della regina, il giustiziere del regno Bernardo Cabrerà, lo condusse nel castello e rinchiuse in una vuota cisterna dove l’acqua, alzandosi pian piano, gli avrebbe dato sicura morte.
Il superbo e potente Cabrerà, che aveva osato aspirare al regno di Sicilia, bagnato e tremante implorò pietà a Sancho il quale concessagli la vita lo rinchiuse nella più orrenda prigione del castello dove il vecchio Bernardo dovè subire una atroce beffa da parte del suo guardiano.
Motta S. AnastasiaQuest’ultimo, fingendo di aderire alle insistenti richieste di liberazione, dopo essersi fatto consegnare mille scudi d’oro, lo calò da un’alta finestra appeso ad una fune ed avvolto in una rete, lasciandovelo sospeso tutto un giorno e una notte esposto allo scherno del popolo.
Ricondotto in prigione egli venne poi prelevato dai vicereggenti che lo trasferirono prima nel castello Ursino di Catania e poi in Catalogna.
Rè Ferdinando di Castiglia lo assolse, gli restituì i gradi e nel 1420, il Cabrerà tornò ad imperversare in Sicilia al seguito di rè Alfonso.
Tre anni dopo questo famoso «giustiziere», che mai conobbe la vera giustizia, terminò la sua torbida vita e fu sepolto in Ragusa.
In seguito l’ammiraglio Sancho vendette il castello a rè Alfonso dal quale fu ceduto a Lodovico de Perellos (1455). Poco dopo i suoi discendenti lo misero all’asta e venne acquistato da Aloisio Sanchez nel 1514.
Successivamente lo comprò Antonio Moncada conte di Adernò che nel 1526 ottenne investitura del castello e baronìa di Motta S. Anastasia.
Nel 1900 il castello era ancora in possesso di questa famiglia, nella persona di Pietro Moncada Starrabba principe di Paterno.
Attualmente è proprietà comunale.

Castello Noce Visto: 1288
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CASTELLO NOCE (Caltagirone)

Castello Noce – CaltagironeNon conosciamo le origini di questo castello (un tempo posto al centro di un vasto territorio feudale) del quale rimane la torre del XV secolo. E nulla sappiamo della sua storia fino a quando verso il 1700 i proprietari del tempo, baroni Chiarandà di Friddani, non aggiunsero alla torre un edifizio attiguo per loro comoda abitazione.
Esso presenta, nelle belle loggette e negli affreschi, le caratteristiche dell’epoca e Michele Chiarandà, dopo averne curato personalmente ogni dettaglio, amava alternare ai suoi lunghi soggiorni in Francia brevi e riposanti parentesi in questa signorile dimora.
Di questo signore si racconta che durante la rivoluzione sanfedista del 1789, essendo sospetto di infedeltà al rè a causa della sua amicizia con la Francia, venne perseguitato e costretto a sostenere un breve assedio da parte del popolo capeggiato da tale Marronchio.
Rinchiuso nella torre egli tenne testa ai suoi assalitori ma infine fu costretto a fuggire attraverso un sotterraneo del castello e, raggiunto poi il mare, si pose in salvo nella sua carissima Francia.
Poco chiara la figura di questo italiano del quale è nota la grande amicizia con Napoleone III.
Nel 1861 il castello fu acquistato da Giuseppe Milazzo, signore caltagironese, ed il suo discendente On. Silvio Milazzo, attuale proprietario, ne cura i pregevoli restauri con quell’amore che tutti i siciliani dovrebbero avere per queste loro antiche dimore.
Oggi, nel suo armonioso insieme, con la bella terrazza alla sommità della torre e circondati dal verde intenso di una folta vegetazione (tanto più suggestiva dell’elegante e curato giardino di un tempo cinto di alte mura merlate e con colonne a sostegno delle caratteristiche pergole) il «Noce» ci appare quale delizioso luogo di soggiorno e di pace.

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CASTELLO DI MANIACE (Bronte – Catania)

Castello di Maniace – BronteNegli antichissimi tempi era in quei pressi un «casale» fondato dal famoso generale bizantino Giorgio Maniace (primo fondatore del castello omonimo di Siracusa) e dal quale prese nome tutta la borgata (1038 circa).
La interessante attuale dimora fu edificata sugli avanzi della antica Abbazia Benedettina di : Maniace (voluta dalla regina Margherita, vedova di Guglielmo I il normanno, sul 1173) ; dagli eredi dell’ammiraglio inglese Lord Orazio Nelson, vincitore di Abukir, che nel 1799 ricevette la terra e il ducato di Bronte, da Ferdinando I, rè delle due Sicilie, quale segno di gratitudine per il determinante aiuto prestategli.
Alla morte del detto ammiraglio, avvenuta nella famosa battaglia di Trafalgar, feudo e titolo pervennero al fratello Guglielmo (1806) e poi agli eredi di questi.
Breve ma tragica è la storia del castello poiché esso fu testimone, ed in parte causa, delle tremende giornate dell’Agosto 1860 nelle quali la feroce repressione di Nino Bixio insanguinò il paese.
Ciò accadde perché durante la rivoluzione italiana di quel tempo (alla quale tanti illustri siciliani sacrificarono anche la vita) all’annuncio della vittoria franco-italiana nel nord, anche la Sicilia volle scuotere il così detto giogo borbonico, invocando Garibaldi. A Bronte, come altrove, sorsero comitati segreti mentre si attendeva dalla rivoluzione che la immensa «ducea» donata al Nelson dal Borbone, con la caduta di questi, venisse restituita alla comunità.
Castello Maniace (Bronte)Molto preoccupato per tali notizie, il console inglese di Catania richiese a Garibaldi, il quale dopo la battaglia di Milazzo si trovava a Messina, un pronto aiuto di soldati per proteggere dalla furia del popolo il castello e gli altri beni inglesi a Bronte. Ed il dittatore, per le buone relazioni tra Italia e Inghilterra, inviò sul luogo il generale Bixio con l’incarico di soffocare la rivolta e salvare il castello dal saccheggio altrimenti inevitabile.
La missione venne compiuta ed anche la castellana, duchessa Nelson fu salva ma… la repressione, sanguinosa e spietata, rimase tristemente viva nella storia del luogo.
Il castello, col suo giardino ben curato e circondato dal grande parco selvaggiamente suggestivo, conserva all’interno numerosi interessanti cimeli del glorioso ammiraglio.
Molto antiche sono due piccole torri, sotto una delle quali il vecchio muraglione di cinta viene a volte aggredito dalla furia delle acque del grande torrente che lo lambisce.
Interessante la piccola chiesa con il meraviglioso intatto portale arabo-normanno che tanto ricorda quelli assai noti della cattedrale di Monreale.
Attuale proprietario Lord Bridport duca di Bronte, discendente del Nelson.

Localizzazione dei Castelli della Provincia di Catania Visto: 615
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