CASTELLO MONTECHIARO (Palma di Montechiaro)

Alto in superba solitudine, sopra un colle roccioso nella brughiera, è uno dei tanti bei castelli chiaramontani ma il solo di essi edificato sul mare che si infrange sulla scogliera sottostante.
Costruito da Federico Chiaramonte nel XIV sec., fu di grande importanza nella storia della lotta contro i pirati.
Dopo la tragica morte di Andrea Chiaramente nel 1392 e relativa confisca di tutti i suoi beni, il castello pervenne a Guglielmo Raimondo Moncada e fu chiamato “di Montechiaro” con una inversione di nome certamente dovuta all’intento di cancellare anche il ricordo dei precedenti signori.
In seguito lo ebbe Giovanni de Grixo ed alla sua morte, per concessione di rè Martino (1400), Palmerio Caro alla cui famiglia rimase per oltre due secoli.
Verso il 1638 passò, per linea femminile, alla famiglia Tomasi un componente della quale, Carlo Tornasi Caro, venne onorato da Filippo III di Sicilia, del titolo di duca di Palma.
Questi, fattosi poi frate, cedette i suoi beni al fratello che fu anche il primo principe di Lampedusa.
Ben poco di notevole rimane all’interno di questo castello nel quale si notano caratteri catalani e successive opere del 1600 e che appare, da lungi, quale fiabesca dimora.
Assai interessante è la leggendaria storia della Madonnina che trovasi nella cappella, venerata quale Maria di Montechiaro.
Di questa famosa statua, che il dotto studioso palmese G. Caputo attribuisce ad opera di A. Gagini, si narra sia stata un tempo rapita dai vicini abitanti di Agrigento con i quali il popolo di Palma, andato a riprenderla, dovette sostenere una furibonda lotta.
Castello di Montechiaro – Palma di MontechiaroDa qui l’usanza di custodire gelosamente la Madonna affinchè non venga mai più sottratta alla sua gente e poiché ogni anno essa viene trasferita per un mese nella cattedrale di Palma, durante il rituale trasporto è seguita da numerosi spari in memoria del bellicoso episodio.
Ad avvalorare la tramandata preoccupazione popolare si vuole che già verso il 1553, al tempo in cui il famoso corsaro Drahut sacheggiava le coste di Sicilia, questa Madonnina abbia subito un altro rapimento da parte dei turchi i quali però sarebbero stati poi costretti a gettarla in mare, per un miracoloso straordinario aumento del suo peso, cosicchè i castellani del tempo poterono recuperarla. Sul piedestallo della statua, di mirabile fattura si vede scolpito, assieme a leggiadri serafini, lo stemma dei Caro inquartato, per reale privilegio, con quello d’Aragona.
Nel 1913 furono eseguiti al castello alcuni lavori di restauro che, come bene auspica il Caputo, dovrebbero essere ripresi per salvarlo da completa, inevitabile rovina.

Il restauro e la manutenzione di strutture di importanzaarcheologica è un compitochedovrebbeesserefatto con estremacura.  Trattareimanufatti con sostanzechimichedurepuòdanneggiare le strutturefragili.  Si tratta di un lavorocostoso da fare con granderesponsabilità di proteggere la cultura antica. Clicca qui per maggioridettagli.  Continuando con la storia.

L’attuale proprietario, Giuseppe Tomasi Mastrogiovanni principe di Lampedusa, in omaggio alla tradizione ed al sentimento popolare, assicura la costante vigilanza della sacra statuetta tuttora custodita nel castello.

Castello di Luna Visto: 125
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CASTELLO DI LUNA (Sciacca – Agrigento)

Castello di Luna (Sciacca – Agrigento)Detto anche «Castel Nuovo» fu costruito nel 1393 da Guglielmo Peralta, sposo di quella Eleonora d’Aragona il cui busto famoso, scolpito 62 anni dopo la sua morte da Francesco Laurana, ornò un tempo la tomba di lei ed ora si ammira nel Museo di Palermo.
I Luna (ai quali pervenne dai Peralta) vi si trincerarono per combattere gli odiati nemici, i Perollo, proprietari dell’altro munito castello chiamato «Castel Vecchio», del quale rimangono soltanto pochi ruderi.
I sanguinosi episodi di queste acerrime lotte tra le due famiglie più illustri del luogo, durate molti anni, passarono alla storia come «i casi di Sciacca» ed ebbero origine dall’odio di Giovanni Perollo, perdutamente innamorato della bella Margherita Peralta, per Artale conte di Luna il quale, per volere di rè Martino, l’ebbe in isposa.
La storia funesta ha inizio con la morte di Nicolo Peralta nel 1399, il quale lasciò tutori delle sue figlie, Giovanna, Margherita e Costanza, ben sette illustri personaggi, primo dei quali rè Martino.
Questi, morto Nicolo, si recò a Sciacca insediandosi da padrone nel castello e quale tutore principale decise, per ragioni di stato, di dare Margherita in moglie ad Artale di Luna, fratello della propria madre, e nel 1400 le nozze vennero solennemente celebrate nel castello alla presenza del rè.
L’odio di Giovanni Perollo, di antica nobiltà siciliana, per il rivale catalano, fu anche un odio di razza che nulla potè spegnere e si tramandò, per lunghi anni, di padre in figlio.
Alla morte del conte Artale, nel 1412, seguì, nel 1418, anche quella del Perollo, ma i loro figli Pietro Perollo e Antonio Luna ereditarono il triste retaggio e i due castelli continuarono ad essere muti testimoni di lotte ed intrighi funesti.
Il 1 aprile 1459, durante la processione della tradizionale festa pasquale «la sacra spina», Pietro aggredì il nemico e credutolo morto fuggì nascondendosi in luogo sicuro. Il Luna appena rimesso dalle ferite, ansioso di vendetta non riuscendo a trovare il suo aggressore sfogò la sua ira sui parenti e amici di lui uccidendone «più di cento».
Dopo questa tremenda strage, definita «il primo caso di Sciacca», venne inflitto l’esilio ad entrambi i nemici.
In seguito essi vennero graziati e costretti da rè Giovanni a far pace (1460).
Per più di mezzo secolo regnò nel castello ed in tutta la città una pace apparente che non era però nel cuore di quegli uòmini, ormai troppo avvelenati da profondi rancori, e che fu rotta dai figli quando nel 1529 Sigismondo Luna, che avea sposato Luisa Salviati figlia di Jacopo e di Lucrezia dei Medici, deciso a finirla col provocante avversario Giacomo Perollo, attaccò con i suoi fidi il castello vecchio e dopo aspra e lunga lotta riuscì ad espugnarlo.
Il Perollo fuggì ma raggiunto venne ucciso ed il cadavere, legato alla coda di un cavallo, trascinato a lungo ed abbandonato poi sulla via, trovò pietosa sepoltura nella tomba di famiglia. Tragico episodio detto «il secondo caso di Sciacca».
In seguito alle atrocità commesse, Sigismondo fu posto al bando e si vuole che recatesi a Roma ed avendo avuta negata la grazia, si uccise gettandosi nel Tevere.
Tutti i beni dei Luna furono confiscati e quando ai figli di Sigismondo venne restituito il castello di Caltabellotta questo di Sciacca rimase al Demanio.
I terremoti del 1727 e 1740 lo scossero fortemente ed oggi rimane di esso la cinta delle mura che ci tramandano soltanto il fosco ricordo della sua antica potenza.

Castello di Chiaramonte – Naro Visto: 124
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CASTELLO DI CHIARAMONTE (Naro – Agrigento)

Castello di NaroPer antica tradizione viene anche chiamato castello di Cocalo poiché si vuole edificato sopra una antichissima rocca del tempo di quel rè dei sicani.
Le sicure notizie che abbiamo di quello attuale risalgono alla guerra del Vespro che anche qui compì la sua strage poiché tutti i francesi che lo presidiavano, assieme al loro governatore Turpiano, furono uccisi ed i loro cadaveri appesi alle mura.
Sul 1297, al tempo della incoronazione di Federico II d’Aragona rè di Sicilia, ne era signore Pietro Lancia la cui figlia Eleonora lo portò in dote ad Artale Alagona figlio di Blasco.
Lo stesso rè Federico poi, che molto apprezzava l’incantevole luogo, vi soggiornò a lungo nel 1324.
In seguito, con privilegio di rè Federico III, nel 1366 Matteo Chiaramonte ricevette la terra ed il «castro» di Naro, che restaurò ampliandolo notevolmente.
Con la spoliazione dei beni di Andrea Chiaramonte, rè Martino lo assegnò a Raimondo Moncada suo fido partigiano (1392) ma successivamente trasformò in demaniale terra e castello imponendovi come castellano Mazziotta di Alagona (1397).
Castello di NaroUn anno dopo lo stesso rè, con la sposa regina Maria, vi si stabilì per lungo periodo durante il quale decise che gli ebrei di Naro non fossero molestati ma che dovessero «scopare e pulire una volta al mese le sale del Castello».
Al tempo del vicariato della regina Bianca e delle sue famose vicende col Cabrera questi, in odio alla città di Naro che come quasi tutta la Sicilia parteggiava per la regina, non potendo espugnare il castello molto ben difeso vi penetrò a tradimento.
Nella lotta che ne seguì il castellano del tempo, Lop di Leone, perì nel nome della sovrana ed il Cabrera, dopo averne fatto «tagliare a pezzi il cadavere» fece anche murare viva nel castello una abadessa, solo colpevole di essere parente del castellano (1411).
Sotto rè Filippo III di Sicilia, nel 1645 circa, pervenne in proprietà alla «Università» di Naro.
Oggi la parte bassa viene adibita a carcere.
Isolato sopra una piccola altura il bel castello conserva intatto il grosso muraglione e mentre è vecchissima la torre cilindrica l’altra, quadrata e di molto posteriore alla prima, sarebbe stata edificata da Federico II d’Aragona nel 1330. All’interno notevole una porta trecentesca ed un salone altissimo diviso da un costolone ad arco acuto sorretto da mezze colonne e capitelli.
Nel cortile un’ampia cisterna usata, a volte, anche quale prigione.
Al tempo normanno è attribuita la romantica storia di Madonna Giselda, la castellana dalle chiome nere e gli occhi color del mare, che invaghitasi del proprio paggio, Bertrano, ebbe un assai triste destino. In una notte lunare mentre egli le cantava sul liuto il suo amore, sorpresi dal geloso marito, Pietro Calvello, il giovane amante fu ucciso e gettato dall’alto della torre.
Giselda, rinchiusa in una fredda cella, si lasciò morire di dolore e la commossa fantasia popolare narra di un bianco fantasma di donna che, nelle notti chiare, vaga perdutamente per la terrazza fatale.
Sul suggestivo castello, detto chiaramontano da colui che per primo gli dette l’attuale imponente aspetto, incombe tuttora questa tragica storia d’amore ed il viandante, che a notte vi passa accanto, si segna e affretta il passo…

Castello di Caltabellotta Visto: 150
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CASTELLO DI CALTABELLOTTA (Caltabellotta – Agrigento)

Chiamato in arabo «Qal at al ballut» (la rocca delle querce) venne riedificato dai normanni nel 1090 e fu al centro di lunga e notevolissima storia.
Nel 1194, morto rè Tancredi a cui successe il figlio Guglielmo III ancora fanciullo, la regina madre Sibilla cercò di organizzare la resistenza dell’isola contro lo svevo Arrigo VI avanzante alla conquista del regno di Sicilia. Per prima cosa si preoccupò di mettere in salvo il giovane rè e le altre tré figlie, in questa sicura ed inaccessibile rocca. Successivamente anch’essa dovette fuggire da Palermo e seguita dai fedeli baroni riuscì a raggiungere i figli.
Di queste vicende il poeta Pietro da Eboli (fine XII sec.), avverso ai normanni e riferendosi alla presenza del giovanissimo rè in Caltabellotta, così scrisse: «RADICEM COLUBRI CATABELOTTUS URBEM ALIT» (Caltabellotta alimenta questa radice di serpente).
Tornati a Palermo dopo un trattato con l’usurpatore svevo, il 29 Dicembre 1194 Sibilla e i suoi figli vennero arrestati e poi condotti in Germania dove, quattro anni dopo, il piccolo Guglielmo fu barbaramente accecato, martoriato ed ucciso.
Secondo alcuni storici si vuole che nel Novembre del 1270, sia stato tenuto al castello un famoso banchetto da Guido di Dampierre conte di Fiandra il quale, di ritorno dalla crociata fatta con rè S. Luigi IX di Francia (che in quella impresa trovò la morte), volle festeggiare i suoi compagni d’arme, assieme a rè Carlo d’Angiò; tutti sbarcati a Trapani. Ed il solitario castello avrebbe così vissuto poche ore del fasto di quei cavalieri e della poesia dei menestrelli che ne allietavano la mensa.
In una novella del Boccaccio (Decamerone giom. 10, nov. 7) è narrato che, verso il 1282, la giovane Lisa Puccini invaghitasi perdutamente di rè Pietro d’Aragona, quasi a morirne, pregò un valente trovatore di raccontare in versi la sua pena al rè ed eccone le prime rime:
«Muoviti, amore, e vattene a Messere,
E contagli la pena ch’io sostegno:
Digli che a morte vegno,
Celando per temenza il mio volere».
Rè Pietro commosso da tanto amore si recò da lei (che dalla gioia fu subito guarita) e le diede in sposo il nobile giovane Perdicene e in dote il castello e le terre di Caltabellotta.
Dopo meno di un secolo dalla uccisione dell’ultimo rè normanno, la subentrante dominazione sveva era scomparsa e le armi di Aragona e di Francia si scontravano da tempo per la conquista della Sicilia.
E qui, nel castello, il 19 aprile 1302 venne firmata la famosa «pace di Caltabellotta» tra Federico II e Carlo di Valois.
Pace memorabile poiché concluse la guerra del Vespro lasciando la Sicilia a Federico. In quel tempo era signore del castello tale Abate Barresi e poi, sotto Pietro II, lo divenne Federico d’Antiochia il quale ne fu spogliato per la sua adesione alla causa angioina.
Ebbe quindi la concessione del castello Raimondo Peralta, ammiraglio del regno, che ottenne da rè Pietro il titolo di conte di Caltabellotta (1338).
Da Nicolo Peralta che nel 1396 ebbe da rè Martino confermata la signoria sul castello, questo pervenne alla figlia Margherita moglie di Artale di Luna.
In seguito il loro figlio, Antonio Luna, temendo a Sciacca una aggressione da parte del suo acerrimo nemico Pietro Pèrollo, venne a rifugiarsi in questa sua munita dimora finché se ne dovette allontanare in occasione delle feste pasquali che, per tradizione di famiglia, lo richiamavano a Sciacca dove fu dal Perollo aggredito e ferito. Un discendente del Luna, Sigismondo, al suo matrimonio con Luisa Salviati (1523) ricevette dal padre la contea di Caltabellotta.
Egli di natura tranquilla e malinconica ma, rivelatesi poi capace di eccezionale ferocia, amava moltissimo soggiornare in questo isolato castello piuttosto che in quello, tanto più sfarzoso ed animato, di Sciacca sua residenza abituale.
Nel 1528 circa, vi si tenne una adunanza fedeli con a capo il vecchio Giovanni Luna padre di Sigismondo, per tendere a Sciacca un agguato all’odiato nemico Giacomo Perollo. E qui tornò Sigismondo, autore della strage (secondo caso di Sciacca) per raggiungere il padre e prepararsi alla fuga.
Dopo questi fatti, che tanto cupamente gravarono su tutta la Sicilia, la rocca caltabellese venne confiscata alla famiglia Luna ed attribuita al regio demanio, ma successivamente rè Carlo V la restituì ai figli di Sigismondo, innocenti delle colpe paterne.
Nel 1673 ne era castellano Ferdinando d’Aragona Moncada e per successive eredità passò ad Antonio Alvares Toledo duca di Bivona (1754).
Il castello oggi è interamente distrutto.
Ma salendo per l’erto sentiero scavato nella roccia, verso la rupe altissima ove esso sorgeva, in un paesaggio dantesco irto di picchi troviamo in piedi «quasi a miracol mostrare» un pezzo di alto muro nel quale si conserva intatto il particolare più significativo di tutto il castelli: LA PORTA.
Con il suo bell’arco (sul quale, dal lato interno, è ancora visibile una nicchia), essa rappresenta ormai la sola viva e preziosa testimonianza di così grande e palpitante storia.

Castello di Chiaramonte – Favara Visto: 126
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CASTELLO DI CHIARAMONTE (Favara – Agrigento)

Castello di FavaraFondato da Federico II Chiaramente nel 1270, questo elegante castello, dopo alcuni passaggi ereditari, divenne proprietà di Luchina Chiaramonte che andò sposa ad Arrigo II Rossi.
Nel 1355, essendo questi dichiarato ribelle e spogliato di tutti i suoi beni, il castello tornò ai suoi primi proprietari e verso il 1390 ne fu signore Andrea Chiaramonte.
Ancora una volta ritroviamo qui notizia di questo discendente della nobilissima stirpe chiaramontana, così barbaramente ucciso dinanzi al suo castello Steri di Palermo e la cui morte segnò la fine della grande potenza di una tra le più illustri famiglie dell’isola.
Questo suo bene venne confiscato insieme a tutti gli altri da rè Martino e assegnato a Guglielmo Raimondo Moncada (1392) quale premio alla sua impresa di Catania dove liberò da Castello Ursino la giovane regina Maria, futura moglie di Martino stesso.
Pochi anni dopo, nel 1398, essendo stato il Moncada dichiarato a sua volta ribelle, il castello tornò alla corona.
Nello stesso anno, per concessione del rè, ne fu signore Emilio Parapertusa e venne elevato a baronia in virtù della decisione presa dal rè e della regina, nel Parlamento tenutosi a Siracusa il 3 ottobre 1398, per cui i feudi e relativi castelli venivano costituiti in baronìe.
Dopo alcune successioni, nel 1486, il castello venne venduto a Guglielmo Aiutamicristo ma poco dopo il Parapertusa, valendosi di un diritto di ricompra, ne ritornò in possesso.
Castello di FavaraSuccessivamente nel 1509 con investitura reale pervenne ai Marino e poi alle famiglie Silva, Aragona, Tagliavia, Pignatelli e nei primi del 1800 ne fu ultimo feudatario Diego Pignatelli.
Dei mirabili pregi di un tempo si conservano all’esterno deliziose finestre, bifore e dal quadrato cortile ha inizio la bella scala, in parte scoperta, che conduce ad un vasto pianerottolo con grande finestra bifora dalla grossa colonna centrale e sedili ai lati.
Notevolissimo il ricco portale della cappella, divisa da un arco acuto con colonne e capitelli.
Nel primo androne d’ingresso del castello una strana iscrizione, su lapide, appare assolutamente indecifrabile, tanto che da una credenza popolare è stata considerata la misteriosa chiave di un nascosto tesoro.
Con molta pazienza è stato possibile decifrarne il seguente testo:
«CUI LEGI SI VOLIA VANTARI DI GLORIOSO.
A LI XX DI GINARO VII INDICIORE 1488 FORO FATI LI SUPRARI PER MAGISTRU BIRNARDU SITINERI,
PER COMANDAMENTO DI NON PERPERIUS».
(E chiaro che essa vuoi ricordare i lavori fatti, nel piano superiore, dal Parapertusa quando egli rientrò in possesso del castello).
Purtroppo però nessuna indicazione di… «tesoro», anche se ancora si narra che una lunga galleria sotterranea si partisse un tempo dal castello ed al termine di essa dovesse trovarsi la famosa leggendaria «chioccia coi pulcini d’oro»…

Castello di Menfi Visto: 120
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CASTELLO DI MENFI (Menfi)

La poderosa torre ancora esistente basta da sola a darci l’idea dell’imponente complesso del tempo in cui il castello fu costruito. (Da Federico II di Svevia, 1239 circa, o forse prima ancora dai normanni).
Di forma irregolare, rivela impronte di stile saraceno e fu chiamata «Torre di Borgetto» da Burgio Millusio antico nome di Menfi.
Re Manfredi di Svevia, al tempo della sua incoronazione (agosto 1258), trovandosi al castello, confermò in favore dei palermitani alcuni privilegi precedentemente concessi dal fratello Corrado.
Verso il 1287 rè Giacomo I d’Aragona ne creò signore Coraldo Emmanuele, venuto al seguito di rè Pietro. In eredità pervenne poi ad Eufemia Emmanuele ed al suo matrimonio con Francesco Ventimiglia conte di Geraci, il castello pervenne a questa nobile famiglia (1408 circa) ed ancora, quale dote della loro figlia Pina, alla casa Tagliavia.
Dopo qualche secolo, verso il 1663, divenne proprietà di Ettore Pignatelli, conte di Borello, per matrimonio con Giovanna Tagliavia.
Gli angioini, nell’aprile del 1313, al tempo di Federico II d’Aragona, tentando di riprendere la Sicilia, sbarcarono a Castellammare del Golfo al comando dell’ammiraglio Tommaso Marziano conte di Squillace.
Dopo aver saccheggiato Salemi e Castelvetrano, recandosi a Sciacca, l’otto Agosto si trovarono a dover combattere contro questa munitissima rocca (in quel tempo della famiglia Emmanuele) i cui difensori, malgrado fossero in pochi, rifiutarono di arrendersi e subirono con eroismo il forte assedio del nemico.
Dopo alcuni giorni questi fu costretto a desistere dalla impresa e da allora, in susseguenti invasioni, nessuno osò più attaccare l’imprendibile castello rimasto così inviolato. Sul 1638 Diego Tagliavia Aragona, facendosi riconoscere un antico privilegio del 1536, al posto del diruto castello edificò un palazzo contiguo alla vecchia torre la quale, da quel tempo, venne adibita a carcere cosiddetto «baronale».
Ad essa è legato il racconto di una raccapricciante vicenda: nel 1748 tale Pietro Calia di diciannove anni e Maria Amoroso di trenta vennero condannati alla forca per avere egli ucciso su istigazione della donna, la propria madre che si opponeva al loro illecito amore. Rinchiusi nella torre e giustiziati, la testa e le mani di lui furono recise ed appese alle mura quale terrificante esempio.
Il vetusto torrione, con varie stanze sovrapposte, delle quali una dalla bella volta ad «ombrello», è assai originale con il suo interessante cornicione che, staccato e sostenuto da grosse mensole, appare costituito da un susseguirsi di archetti.
Dal 1869 è destinato a carcere mandamentale mentre nel palazzo adiacente (che successivamente deturpato non conserva più nulla dello stile secentesco) sono la pretura e l’abitazione dell’attuale proprietario Nicolo Aragona Cortes principe Pignatelli.

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