CASTELLO DI BONIFATO (Alcamo – Trapani

La costruzione impegna la vetta dell’omonimo monte, da dove si domina l’hinterland tra Alcamo e Partinico che si apre a cavea sul golfo di Castellammare.
Il lato maggiore del castello affaccia, a settentrione, sull’abitato di Alcamo; il sito è in rapporto visivo con Castellammare, Alcamo, Calatubo, Terrasini, Partinico, Montelepre, Borgetto, Iato, la Rocca Busambra, il Castellazzo di Poggioreale, Gibellina, Salemi, Calatafìmi, Segesta, Erice e monte Inici.
La vetta del monte ed il suo castello sono stati, nel tempo, sede di un abitato cintato da mura nei quali si riconoscono i resti di una porta.
L’abitato ha avuto fasi di vita che sono state ipotizzate alterne con quelle di Alcamo. Fasi di vita di cui rimangono vestigia che si fanno risalire alla presenza elima.
Nel 1182 – si descrivono i limiti delle divisae di Bonifato.
Nel 1228 ca. – Bonifato è citata da Yaqùt come città interna dell’isola.
Nel 1243 – Federico II obbliga i ribelli musulmani abitanti a Bonifato a scendere ad Alcamo.
Nel 1328 – è menzionata l’ universitas della terra di Bonifato.
Nel 1332 – Federico III concede il privilegio di ripopolamento.
Nel 1337 – il castello viene concesso ai Peralta.
Nel 1397 – Enrico Ventimiglia dichiara di essere stato lui a costruire il castello.
Castello di Bonifato – AlcamoNel XV secolo il castello sarebbe esistito in feudo non abitato
Il castello, dalla parte meridionale, affaccia su un ciglio precipite lungo il quale si ipotizza sia stata la porta di accesso, oggi probabilmente sostituita da una piccola chiesa, apparentemente della fine del XVI secolo.
Nella sua interezza il complesso racchiude una corte con tratti rettilinei alternati a torri, seguendo uno schema ascrivibile a tipi svevo-federiciani. Ai vertici del perimetro murato e lungo il lato settentrionale si trovano due delle maggiori torri, mentre due torri minori si trovano, una nel centro del lato settentrionale ed una affacciata a sud-est, sul precipizio.
Le torri che mostrano i segni architettonici più cospicui sono quella di nord-ovest, la maggiore, oggi quasi integralmente in piedi, e quella, fra le piccole, di sud-ovest. La prima elevata sino a circa 19 m, era scandita all’interno in tre piani con solai lignei e copertura terminale con volta a botte; ha una struttura articolata con muri cavi, ed ipotetica cisterna al piano terra, ciò che la caratterizza come dongione abitabile.
Lungo il fronte a settentrione rimangono delle mensole di uno sporto che corrispondeva alla seconda elevazione. La seconda torre, di cui rimane soltanto il piano inferiore seminterrato accessibile attraverso una scala ricavata nel muro cavo di settentrione, è coperta da una volta a botte.
Tecnologicamente tutte le parti murarie risultano eseguite in pietra locale spaccata e posta in opera con malta di calce. Qualche elemento fra gli stipiti, archi ed architravi è realizzato con pietra di Castellammare.
Il complesso è solo parzialmente conservato; i resti esistenti consentono la ricomposizione ideale ed è stato recentemente oggetto di interventi di restauro conservativo.
La proprietà attuale è pubblica.
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CASTELLO DI BELLUM REPARUM (Campobello di Mazara – Trapani)

L’identificazione di Belripayri con il toponimo Birribaida citato, alla fine del XIII secolo, per designare la foresta che si estendeva nell’area della foce dei fiumi Modione e Belice (Bresc 1986,1, p. 94) ha permesso di individuare due probabili siti per il castello di Bellumrepar.
La sua ubicazione nella riserva di caccia imperiale del basso Belice e il suo toponimo, tratto dalla chanson de geste arturiana in cui Belripayre è il castello della Fata Morgana (Bresc 1988, p. 244; Maurici 1995, p. 56), fanno ritenere che il castello fosse una residenza fortificata per i soggiorni venatori dell’imperatore (Maurici 1997, p. 187).
Nel 1239 – il castrum Bellumreparum è annoverato fra i castra exempta.
Nel 1355 ca. – il castrum Berruparie è annoverato in un elenco di terre e castelli siciliani.
Nella prima metà del XV secolo, Birribaida è annoverato fra i castelli situati in feudi disabitati.
Nel 1558 il Fazello parla di rocca di Birribaida
Nessuna traccia del castello nella zona delle case Birribaida, mentre sul monte Cozzo o Santo Monte, alla periferia di Campobello di Mazara, sono state segnalate strutture interrate.

 

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CASTELLO DI BAIDA (Castellammare del Golfo – Trapani)

A ca. 12 km da Castellammare del Golfo si trova il castello di Baida, costruito su una piccola elevazione (290 m) che domina l’odierna frazione di Balata di Baida.
In questo territorio, sono stati rinvenuti vari insediamenti fortificati di epoca medievale (prima metà dell’ XI secolo-prima metà del XIII secolo) la cui fine potrebbe essere legata alle drammatiche vicende della guerra antimusulmana di Federico II.
Si suppone che il toponimo del castello sia una sopravvivenza toponomastica araba (al bayda = ‘la bianca’) di uno degli insediamenti dell’XI e XII secolo, in particolare quello ai margini di Rocche Bianche. Il nuovo insediamento, spostato quindi più a valle, si è però limitato ad un castello isolato in un feudo spopolato, lasciato al pascolo e alla cerealicoltura estensiva.
Nel 1296 si ha notizia che: “Bernardus de Passaneto pro Castro Baide”.
Nel 1355 ca. – il castrum Bayde è annoverato nella lista di terre e castelli siciliani e nel 1392 – Matteo Moncada riceve Baida che però nel medesimo anno torna al demanio.
Castello di BaidaNel 1393 – Allegranza Abbate (vedova di Matteo Moncada) ritorna in possesso del feudo e del castello.
Infine nel 1396 – la concessione viene revocata.
Nel 1399 – il feudo e il castello sono concessi ad Antonio del Bosco – per passare quindi nel 1404 a Guglielmo del Bosco.
Nel 1440 – l’ universitas di Monte San Giuliano godeva gli usi civici sul feudo di Baida.
Nel 1500 ca. è citato come – castro sive feudo Bayda – dal Barberi.
Nel 1565 – Giovanni Corbino Torres riceve il titolo di barone di Baida.
Il castello è caratterizzato da un muro di cortina che delimita un cortile rettangolare. Lo spazio interno è occupato da vari edifici addossati alle mura (cappella, dipendenze, ma anche case, magazzini e stalle).
Lungo il muro di cortina si vede ancora una scala in muratura che conduceva sicuramente ad un cammino di ronda.
Per quanto riguarda le torri, rimangono alcuni resti di una torre d’angolo a pianta ottagonale, mentre una torre di cortina quadrangolare è meglio conservata. Le mura (1,20 m di spessore) sono costruite con l’impiego di pietre di media dimensione, legate con abbondante malta e rinzeppate da frammenti di tegola. Gli angoli rinforzati con pietre squadrate sono un rifacimento d’età moderna, come d’altronde la facciata (XV o XVI secolo) in cui si apre il portone d’accesso ad arco ribassato.
Nell’impianto generale, il castello di Baida potrebbe essere stato influenzato dalle costruzioni federidane (pianta regolare, torre ottagonale) ma il suo pessimo stato di conservazione è aggravato dalla trasformazione di parte delle strutture medievali in ambienti di abitazione privata, in magazzini e stalle e dal parziale abbandono del complesso.
I resti fuori terra visibili consentono una lettura ricostruttiva parziale dell’impianto. La proprietà è privata.

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CASTELLO DI MUSSOMELI (Mussomeli – Caltanissetta)

Una gigantesca rupe calcarea, alta circa 80 metri e completamente isolata dai rilievi circostanti costituisce il possente basamento naturale del castello di Mussomeli, una tranquilla e solare cittadina in provincia di Caltanissetta, fondata nella seconda metà del XIV secolo da Manfredi III di Chiaramonte.
Oggi il castello di Mussomeli è di proprietà pubblica, dopo essere stato dei Chiaramonte, del demanio, e quindi assegnato a Raimondo Moncada. In seguito fù dei conti di Prades e da questi venduto a Giovanni Castellar. Ritornato di nuovo al demanio fu riacquistato dal Parapertusa quindi ceduto a Pietro Campo e nel 1549 acquistato da Cesare Lanza, signore di Trabia con il quale Mussomeli viene elevata al ruolo di contea.
Il Maniero si erge in modo insolito a circa due chilometri dall’abitato, e sembra rappresentare un vero e proprio ” nido d’aquila fuso nella rupe”, secondo la perfetta descrizione fatta dal Solinas, presidio militare autonomo, piuttosto che a difesa dell’abitato sorto quasi contemporaneamente al castello.
Ancora oggi occupa una posizione strategica dalla quale domina il territorio circostante e malgrado sorga sui resti di una fortezza araba, la sua architettura è nuovissima anche per il periodo storico nel quale è stato edificato.
Le opere murarie ricalcano lo stile militare dell’epoca ma introducono una originalissima fusione della struttura con la roccia.
La facciata esterna del Castello, ricca di decorazioni, presenta un portale e delle finestre di puro stile gotico con archi e merli, che svettano verso il cielo.
All’interno delle sue mura ospita una Cappella caratterizzata da un elegante portale in pietra, ogivale, analogo a quello che immette nella “Sala dei Baroni”.
Le stanze interne sono arricchite da colonne e fregi vari con affreschi dai vivaci colori, che raffigurano soggetti sacri o scene cavalleresche.
Particolare interesse rivestono la “Sala dei Baroni”, con portali dal pregevole stile chiaramontano e la “Camara di li tri Donni”.
Castello di MussomeliQueste stanze sono particolarmente interessanti dal punto di vista esoterico poiché la leggenda vuole che qui nel corso dei secoli siano accaduti dei fatti alquanto misteriosi. Molti visitatori affermano di aver percepito strani rumori, fruscio di vesti di seta, clangore di armi e strani sospiri da far pensare di essere attorniati da strane presenze.
I sotterranei, dove si narra siano stati custoditi meravigliosi tesori, sono anche loro al centro di avvenimenti paranormali di grande entità.
Il Castello di Mussomeli è stato da sempre un punto di riferimento per tutti coloro che si sono interessati ai fenomeni dell’occulto, essendo stato, infatti, al centro di numerosi avvenimenti tragici, basti pensare alla strana vicenda accaduta nella Stanza di li tri donni, dove sembra che tre donne, vittime di un conflitto di gelosia, vennero murate vive proprio nelle pareti della stanza in questione, o la tragica vicenda che ha avuto come protagonista Laura Lanza, Baronessa di Carini, figlia di Cesare Lanza.
Questi, Cesare Lanza, nel 1500, era l’unico proprietario del Maniero e lo abitava con la propria famiglia, la storia dice che Cesare Lanza, venuto a conoscenza che la propria figlia Laura, coniugata con il Barone Carini, aveva mantenuto dei rapporti extraconiugali con un giovane cavaliere, per difendere l’onore del Casato, si recò presso il Castello di Carini, dove dimorava Laura e cogliendola sul fatto, decise di assassinare la propria figlia, strangolandola.
Avvenuto l’infame delitto, Cesare Lanza, divorato dai rimorsi, decise di rifugiarsi nel Castello di Mussomeli per espiare.
Triste destino quello che fu riservato a Donna Laura di Carini!, andata sposa a soli 14 anni, per volere del padre, al Barone Carini che, tutto preso dagli affari legati alla sua proprietà, si disinteressò bene presto della giovane moglie, lasciandola spesso sola e triste nell’antico maniero che la ospitava.
Laura aveva un amico d’infanzia, Ludovico Vernagallo, con il quale soleva passare molto del suo tempo e ben presto molti cominciarono a pensare che ne fosse divenuta l’amante… da qui il tragico epilogo della sua vita.
Ancora oggi, sembra, che lo Spirito di questa infelice donna vaghi per il Castello di Musomelli alla ricerca del padre che l’avrebbe uccisa ingiustamente.
Alcuni testimoni affermano che la sua materializzazione è quasi perfetta, tanto che potrebbe esere confusa per una donna realmente vivente.
Laura indosserebbe degli abiti del 500, un’ampia gonna di seta, un corpetto sul quale avvolge uno scialle finemente lavorato.
Molti studiosi si sono interessati all’argomento ed hanno riportato alla luce dei documenti dell’epoca dai quali risulta che il Vicerè di Sicilia informa la Corte di Spagna che il Conte Cesare Lanza ha ucciso la figlia Laura e Ludovico Varnagallo.
Tale documento, redatto il 4 dicembre 1563, è conservato nell’Archivio della Chiesa Madre di Carini.
Non esiste, tuttavia, nessuna prova che tra Laura Lanza e Ludovico Varnagallo ci fosse un sentimento diverso da quello dell’amicizia.
Esiste anche un Memoriale presentato, a sua discolpa, da Cesare Lanza al Re di Spagna che così recita:
Sacra Catholica Real Maestà,
Don Cesare Lanza, conte di Mussomeli, fa intendere a Vostra Maestà come essendo andato al Castello di Carini a videre labaronessa di Carini, sua figlia, come era suo costume, trovò il barone di Carini, suo genero, molto alterato perché avia trovato il mismo istante nella sua camera Ludovico Vernagallo suo innamorato con detta baronessa, onde detto esponente mosso da juxsto sdegno in compagnia di detto barone andorno e trovorno detti baronessa et suo amante nella ditta camera serrati insieme et cussì subito in quello stanti furono ambodoi ammazzati.
Don Cesare Lanza conte di Mussomeli
Il conte non pagò mai per l’orrendo delitto mentre il Barone di Carini, il 4 maggio del 1565, convola a nuove nozze con Ninfa Ruiz.
Nessuno ancora oggi riesce a spiegare il motivo di tanta crudeltà verso una donna che, anche gli storici dell’epoca, hanno sempre definito ” di fascino e di grandi virtù”!
Ludovico Vernagallo, inoltre, era da sempre amico di Laura e considerato anche dal conte Lanza come uno della famiglia!
Visitando il Castello di Mussomeli non si può evitare di pensare alla Baronessa di Carini ed alla sua tragica ed eterna ricerca per conoscere, finalmente, dal proprio genitore il motivo di tanta crudeltà!

Castello di Mussomeli – Video Visto: 1863
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CASTELLO DI MUSSOMELI (Mussomeli – Caltanissetta)

Video by Enzo Barba (alias – barbae)

Castello Animato – Festa in costume al Castello Manfredonico di Mussomeli – Slide Show

Castello Animato – Festa in costume al Castello Manfredonico di Mussomeli – Video

Castello Animato – Festa in costume al Castello Manfredonico di Mussomeli – Video

La storia di Guiscardo fantasma del castello – Video

 

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Castello di Barrugeri o Birigirum (Aragona)

Castello di Barrugeri o Birigirum (Aragona)

Nel 1295 è nominato il casale Birigirum. Nel 1350-1450 Barrugeri è annoverato fra i castelli situati in feudi disabitati.
La contrada Barrugeri, nel comune di Aragona si trova in una zona agricola quasi pianeggiante. E’ probabile che il castello sia stato costruito sul luogo dell’antico casale Birigiurum.
Nessuna traccia visibile.

 

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CASTELLO DI LOMBARDIA (Enna)

La città di Enna, fu sin dall’antichità, legata soprattutto al ruolo militare e di controllo territoriale che la sua particolare posizione le conferiva, dall’alto dell’altipiano calcareo sul quale sorge la struttura storica dell’abitato, si dominano le valli circostanti e tutto il centro dell’isola di Sicilia con vedute a trecentosessanta gradi, la distanza verticale tra il fondovalle e la sommità dello stesso altipiano consente poi un controllo diretto anche di tiro delle vie di accesso alla cima e quindi all’abitato.

Delle strutture urbane monumentali e difensive della antichità classica non ci è pervenuta alcuna traccia leggibile ed ascrivibile con sicurezza, tranne i resti delle necropoli del Pisciotto, o le nuove scoperte operate all’interno del Castello di Lombardia ma non ancora pubblicate.

Prime notizie riguardanti le fortificazioni ennesi, evidentemente non riferibili alle opere che ammiriamo oggi, ma al Castrum del quale non ci è dato di conoscere l’ubicazione precisa, le abbiamo con la “Geografia” di Strabone, infatti lo studioso asiatico, nel 17 a. C., menziona il Castrum Hennensis come fulcro della linea forte che allora correva tra Siracusa, maggiore città dell’isola, ed Erice, caposaldo della costa lilibetana.

La predominanza del settore militare è, riscontrabile nella diffusione del nuovo nome di Henna, Castrum Hennae, ovverossia il Castello di Henna, laddove diviene maggiore il ruolo culturale delle fortificazioni poste sul sito della famosa ma declinata città rispetto alla città stessa.

Se si dovessero fare delle ipotesi circa l’estensione urbana e la differenziazione delle varie parti di territorio occupate, potremmo dire che nella zona detta oggi di Lombardia, e quindi nella cuspide Est della città, doveva sorgere un complesso sacro strettamente collegato al culto di Cerere e Proserpina, una Acropoli forte ma dall’assetto prevalentemente socio religioso.

Le fortificazioni romano bizantine potrebbero invece collocarsi in un Castrum posto dove oggi sorge la Torre di Federico.

L’ipotesi che ne potrebbe venire corroborata è quella di una cittadella fortificata ma essenzialmente dedita alle attività abitative sulla zona di Est dell’altipiano, circondata da alcuni piccoli nuclei abitativi sempre interni al perimetro delle rupi che guardano le valli, e gemellata da un luogo forte posto verso la punta di Sud Ovest dell’altipiano, probabilmente nel luogo oggi occupato dalla collina della Torre di Federico.

Con l’entrata degli arabi, dovuta tradizionalmente ad uno stratagemma piuttosto che alla forza delle armi, il toponimo bizantino di Castrum Hennae venne variato nell’assonante Qasr Jani, dal significato intrinseco ancora oscuro ma evidentemente legato al precedente e indicante nella sua prima parte, “Qasr” una vera e propria città murata.
Il governo emirale mise subito mano alla ricostruzione della città gravemente provata dalla guerra e privata della fortezza bizantina che era stata rasa al suolo dagli invasori, la zona di Sud Ovest rimase sprovvista della fortificazione mentre la antica acropoli di Est divenne il nucleo di una nuova fortificazione.

In età normanna il castello di Enna è documentato già nel 1145, quando si parla delle decime”de balio et de Lombardia que sunt de cappella castelli”. Il toponimo “Lombardia” risale quindi all’ età normanna ed è dovuto senza dubbio allo stanziamento di una colonia nord-italiana ad Enna ed in particolare nell’area prossima al castello.

Con l’arrivo dei normanni, Enna si trovò ancora una volta a fronteggiare gli assedianti. Nella città si era asserragliato l’emiro Ibn Hamud, uomo di grande carisma per le sue genti e di notevole valore militare oltre che strenuo difensore dell’Islam in terra siciliana.

Anche dell’assetto della città in periodo normanno nulla ci è rimasto se non la descrizione alquanto succinta che ce ne tramanda il geografo arabo Ibn Al Edrisi:”città posta nella sommità d’una montagna, racchiude un forte castello e saldo fortilizio”.

A giudicare da quello che per tutta la Sicilia ci viene tramandato sulle modalità della dominazione normanna, possiamo supporre che ben poco cambiò nell’assetto urbanistico così come in quello socio culturale ed etnico, sembra comunque che l’arrivo dei normanni comportò la stabilizzazione di una piccola colonia di Lombardo Provenzali che, se non riuscì, come a Piazza Armerina o a Nicosia, a sopraffare il substrato precedente, dovette assumere una certa importanza sia politica che culturale sino a determinare il cambiamento del toponimo della zona Est dell’altipiano, da allora detta appunto di Lombardia.
Castello di Lombardia (Enna)Sulla forma del castello utilizzato dagli arabi prima e dai normanni dopo, nulla ci è dato di conoscere mentre sembra alquanto ferrata la tradizione della presenza di una grande torre, forse un mastio, forse un dongione, che per gli arabi era detta la Torre delle Aquile, mentre per i normanni prese il nome di Pisana in quanto il suo presidio fu affidato ad un gruppo di mercenari pisani.

Questa torre non può e non deve essere confusa con quella che oggi ne porta il nome, le cui forme sono perlomeno dugentesche.

In periodo svevo le fortificazioni furono certamente restaurate e non deve essere così peregrina l’idea che la forma attuale del castello possa essere dovuta all’opera di uno degli architetti di corte di Federico II.

Questa idea soprattutto è legata ad alcune analogie costruttive riscontrabili con castelli o parti di fortificazioni sveve dell’Italia meridionale per le quali, non essendosi verificata la cancellazione degli archivi che invece avvenne durante il Vespro in Sicilia, abbiamo la assoluta certezza della paternità sveva.

E’ da rilevare tuttavia che le fortificazioni certamente sveve dell’isola sono molto più complesse e soprattutto più euritmiche di quanto non lo sia il maniero ennese che nella sua complessità è però legato fondamentalmente all’assecondare le forme dell’altipiano roccioso sul quale sorge, del resto all’esame diretto i castelli di Siracusa, di Augusta, di Catania, di Andria e di Lucera, anche laddove i loro resti sono andati superfetati o distrutti, appaiono molto più ricchi e comodi del maniero ennese.

Nel 1239 il castello di Enna (certamente il castello “di Lombardia”) è inserito nel novero dei “castra exempta” i cui castellani erano direttamente nominati e rimossi dall’imperatore.

Alla fine del regno svevo, dopo anni di lotte intestine ed un altro periodo di anarchia feudale, la Sicilia, come è noto, passò alla dinastia cadetta degli Angiò di Francia e nel 1282, vide scoppiare la rivolta dei Vespri.

Durante questo periodo il castello dovette subire danni anche gravi, infatti si ha notizia dell’attacco dei cittadini alla fortificazione tenuta dalla guarnigione angioina con grave nocumento delle strutture forti.

Con l’ascesa al trono del Regnum Siciliae di Federico III di Sicilia, figlio secondogenito di Pietro d’Aragona e con le conseguenti guerre di indipendenza del regno dalla potenza angioino papale, Enna ebbe invece un periodo di floridezza economica e politica, Federico più volte sostò con la sua corte nella città.

Certamente lo stesso castello non può essere posteriore al regno di Federico III, anche perché da allora in poi se ne possono ben seguire le vicende tra le carte dei muniti archivi storici dell’isola.

Possiamo quindi porre le date entro le quali va inquadrata la costruzione del nucleo del castello come noi oggi lo vediamo, tra il regno di Federico II Hohenstaufen e quello di Federico III d’Aragona, re di Sicilia.

Per quello che riguarda la progettazione delle opere del castello va detto che forti sono i richiami al duecento, intanto nella sobrietà delle forme, che, se certamente gotiche per la scelta dell’arco a sesto acuto, non si abbandonano mai a ricerche di preziosismi tipici del gotico catalano e visibilissimi invece nella costruzione dell’abside del Duomo.

Dall’esame comparato delle aperture superstiti e dei resti delle altre strutture similari del castello, risalta subito la quasi totale organicità delle scelte architettoniche che fa ricondurre il progetto del castello ad un anonimo ma certamente unico, Maestro del Lombardia.

La struttura basa la sua difendibilità intanto sulla posizione arroccata sulla cima rocciosa della cuspide Est dell’altipiano ennese, qui il basamento roccioso fu intagliato sino a ricavare una alta muratura a barbacane, utilissima alla difesa piombante della base del castello e, evidentemente del tutto inattaccabile da una eventuale opera di mina delle muraglie.

Le mura chiudono poi una serie di circuiti modulati secondo diverse linee di difesa sempre più strette e sempre più vicine alla zona chiave del castello stesso, il Maschio.

La prima cinta, va probabilmente immaginata come una blanda cortina muraria che doveva contenere anche la Rupe di Cerere, utilissima al controllo delle vallata del Dittaino. Di questa cortina, ci rimangono alcuni lembi oggi seppelliti sotto la strada che porta alla stessa Rupe con due torrette di rincalzo a base quadrata delle quali una sembra posizionarsi sotto la scaletta di accesso alla pizzeria posta immediatamente ai piedi della stradina e l’altra è visibile come restauro molto opinabile nella zona più alta della stessa stradina.
Castello di Lombardia (Enna)Più interna stava la cortina muraria che segue l’andamento del roccione calcareo tagliato a scarpa, quella, in parole povere, che viene oggi identificata come la cortina esterna del castello. Su questa cortina si aprivano le entrate. La prima a Sud, ancora esistente, munita di una rampa gradonata percorribile anche a cavallo e chiusa da una porta con arcata esterna a sesto acuto, rimbotto e arcata interna a tutto sesto.

Un’altra porta si apre verso la zona della rocca di Cerere, anche questa costruita secondo lo stesso modulo del doppio arco con rimbotto ed anche questa controllata da una torre aggettante dalla cortina muraria e da un camminamento di ronda.

L’entrata principale avveniva invece attraverso una grande porta posta al centro del fronte Ovest del castello, dove oggi è posta la villetta del monumento ai caduti, tale porta, in genere tenuta chiusa, era munita di un sistema con rampa esterna e ponte levatoio, come si può vedere da alcune antiche rappresentazioni e come ci ricorda la tradizione della processione pasquale detta del ponte.Complessivamente il sistema di entrata al castello dal suo lato prospiciente la città, avveniva o dalla porta minore con la rampa e poi attraverso il piccolo cortile del fronte, o attraverso il ponte levatoio e quindi attraverso il cortiletto stesso.

Sulla disposizione di questo cortile bisogna lavorare ad una ipotesi di ricostruzione che ne consideri le funzioni altamente difensive.

Ivi chiaramente non vi era alcuna traccia della porta e della rampa che oggi salgono al castello dal lato di nord e che furono aperte solo nella seconda metà del nostro secolo, al centro lo spazio del cortile, oggi tutto unico, doveva essere diviso in due dalla presenza di un corpo turrito aggettante dalla muratura interna e il cui andamento si può indovinare seguendo l’innesto della base piena e delle murature appoggiate al muro interno tra quelle che oggi sono le due porte di accesso al cortile grande di San Nicola.

L’ingresso al cortile grande avveniva quindi dalla porta che oggi campeggia al centro del cortile piccolo, anch’essa modulata secondo lo stile che va ascritto alla personalità del cosiddetto Maestro del Castello di Lombardia.

Questa porta, munita di arcatura esterna a sesto acuto, rimbotto e arcatura interna a tutto sesto, è ulteriormente interessata da due grandi nicchie laterali al vano della porta stessa, probabilmente utili alla presenza stabile di guardie armate nei suoi pressi.

Tutte le murature del piccolo cortile dovevano essere munite di camminamenti di ronda merlati utili al controllo dall’alto del delicato settore.

Certamente è da espungere la presenza della seconda porta aperta nella muratura tra il piccolo cortile esterno ed il cortile grande, tale apertura fu infatti costruita solo nella seconda metà del nostro secolo per esigenze legate alla utilizzazione a teatro del cortile stesso.

Sotto quello che sino a un paio di anni fa era l’impiantito del palcoscenico teatrale si apre una lunga cavità artificiale che alla luce delle ultime campagne di scavo sembra essere la cella segreta di un tempio dedicato alle divinità Ktonie

E’ questa una vasta galleria con pavimentazione a rampa discendente ed imboccatura ad imbuto, del tutto ricavata nella viva roccia verso una sala sotterranea con loculi per lampade e pinakoi, una sorta di sepolcro gigantesco ed una vasca di raccolta dell’acqua a probabile uso lustrale. Oggi la cavità è terminante in un piccolo cunicolo che esce al livello della strada esterna e che venne aperto per il trasporto degli apparati scenici del teatro.

Questo cunicolo ha tagliato anche un pozzo verticale controllabile dalla muratura soprastante poi utilizzato per il posizionamento del paranco.

Sempre all’interno del cunicolo compare un complesso sistema di raccolta delle acque piovane che venivano poi immesse in una canaletta esterna che portava l’acqua sino ad un abbeveratoio che doveva essere posto all’angolo di Nord Ovest del castello ove oggi è una piccola fontanella.

All’angolo di Nord Ovest del cortile si trova invece il complesso delle residenze della guarnigione, a giudicare dalla struttura oggi visibile, del tutto dissimile dalle altre opere del castello, sembra che questo settore sia stato costruito in un secondo tempo, probabilmente sotto il vicereame spagnolo.

Molto interessante è la struttura visibile al piano terreno, coperta da una serie di arcate a sesto leggermente ribassato ed impiantate su pilastri a base quadra di dimensione leggermente maggiore dello spessore della ghiera dell’arcata stessa.

Dal complesso delle guarnigioni si può accedere a due vani contenuti nello spessore della torre detta della Campana, ed utilizzati come prigione.

Questi vani sono del tutto privi di luce e sono coperti da bassi tetti.

Nel vano cella superiore gli intonaci a gessetto portano ancora i segni dei “graffiti” dei prigionieri: calendari, minacce, poesiole e firme, segnali della grama vita dei prigionieri che sino alla costruzione del nuovo carcere del Mulino a Vento, stazionarono nelle buie celle del castello.

Al periodo “moderno” del castello, appartiene anche la bella guardiola con copertura a cupoletta in pietra posta sulla muraglia tra il cortile e la zona dell’entrata.

Dalla scalinata che costeggia il complesso della guarnigione si sale al camminamento di ronda della murata ed ancora ad una scala esterna che con i gradini in aggetto su risega, portava al piano terrazzato della torre della Campana, oggi coperta da un tetto in coppi di cotto.

La torre della campana, forse rimaneggiata in un secondo momento, veniva così chiamata perché in essa era contenuta la campana che dava l’allarme alla città in casi particolari e soprattutto in caso di evasione di qualche prigioniero.

Molto bella è la finestrella probabilmente utile al posizionamento della campana, questa è ingentilita da un antepagmenta in pietra scolpita con un conchiglione sulla sommità dell’apertura.

Dal cortile grande, attraverso una scalinata che certamente e da considerarsi come una superfetazione, si accede al cortile detto delle vettovaglie.

L’ingresso di questo cortile è difeso da un’altra delle porte a doppia arcata detta della Catena.

Questa porta è controllata dall’alto di due torri, a Sud da una piccola torretta quadra a piani non comunicanti e legata ai camminamenti di ronda delle mura ed a nord dalle terrazze della vasta torre a dongione che doveva ospitare gli appartamenti reali.

La scalinata che da oggi accesso alla porta della Catena, doveva essere invece una rampa capace di dare facilità di accessi a carri e cavalli che certamente dovevano poter circolare tra le diverse parti del castello.

Nel cortile delle Vettovaglie, dove venivano ospitati i terrazzani in caso di assedio, oggi sono ben poche le opere murarie ricostruibili, si notano una torretta in corrispondenza dell’apertura di Est di cui si è già parlato, il basamento in pietra di un’altra torretta angolare su barbacane, posta a difesa dell’angolo di Sud Est del castello e della quale non rimane traccia alcuna, un’altra torretta, posta alla confluenza delle murature esterne ed interne dei due cortili del teatro e delle vettovaglie ed infine i segni degli innesti di varie murature coeve e successive alla costruzione del castello.

Si giunge quindi al terzo ed ultimo dei grandi cortili, il cuore del castello, il luogo della residenza reale e dei servizi della corte ma contemporaneamente il Maschio della difesa militare.

Questo cortile è concepito come un castello nel castello, di forma quasi quadrangolare è difeso agli angoli da torri quadre anche molto grandi.

La porta che apre il cortile sul precedente spazio delle vettovaglie è gemellare a quella della Catena, è difesa verso l’esterno da un camminamento di ronda e dai lati della torre reale e della piccola torretta che si innalza alla sua destra. Probabilmente in un primo momento questa torretta non doveva esistere e al suo posto doveva trovarsi una postierla che apriva il cortile verso la porta di Est, successivamente l’uso di questa postierla dovette risultare ridondante o addirittura pericoloso e al suo posto fu eretta la torretta quadra che oggi si vede. Questa ipotetica posteriorità mi sembra comprovata dalla presenza nella torretta di un corridoio di ingresso che presenta in entrambi i suoi lati porte con il rimbotto per la difesa esterna, ad una attenta analisi l’unica differenza che compare tra le due ghiere degli archetti è l’uso di una diversa tecnica per la chiave di volta, la ghiera che dà verso l’interno della torre, e che quindi sarebbe stata quella esterna, presenta la chiave sdoppiata in due conci così come quelle di tutto il resto del castello esclusa la Torre Pisana, quella oggi esterna, che dà verso il cortile di San Martino, presenta la chiave unica con la punta dell’ogiva esclusivamente scavata nella pietra. Interessante è notare come la dimensione delle porte di questa torre sia minima e come tale scelta sia destinata a costringere l’eventuale nemico a chinare la testa e porgere il collo alle armi dei militi.

In questo cortile, nei periodi in cui Enna veniva utilizzata come residenza militare dei sovrani del Regnum Siciliae, dovevano trovarsi tutte le strutture utili sia alla strenua difesa della famiglia reale sia, alla vita della corte sebbene in maniera spartana e militare.

La torre centrale, detta oggi erroneamente dell’Harem, è il fulcro della residenza reale, si sviluppa su due diversi piani e probabilmente doveva avere un ulteriore piano terrazzato almeno su metà del suo corpo.

Da questa torre vanno immediatamente espunti gli interventi di restauro operati negli anni cinquanta e sessanta senza alcun rispetto per la forma dell’edificio, Sono del tutto false la Porta che si apre accanto la Porta della Catena, e che laddove fosse esistita avrebbe vanificato in pieno lo sforzo difensivo del mastio, la finestra sovrastante la stessa porta, la porta di passaggio tra i vani del piano terra della torre e le due finestre basse aperte sul piano terra della torre stessa. L’imperizia o addirittura la netta ignoranza della struttura del Castello durante le operazioni di restauro si può rinvenire anche nella attuazione del tompagnamento della porta che doveva aprirsi al piano superiore della torre, nella cancellazione di ogni segnale di incardinamento murario sulle mura nord della torre, nella chiusura del vano del camino di quella che sembra essere proprio stata la sala di soggiorno degli appartamenti reali.

La torre doveva essere invece organizzata con una bassa sala buia, o forse illuminata da strette feritoie a sguancio simili a quelle che si aprono ancora sul muro esterno del mastio, da questa una scala in legno doveva portare alla sala superiore il cui livello viene demarcato dalla presenza di alcune mensole e della risega che restringe le mura fornendo l’appoggio per il soffitto in legno.

Solo dal piano superiore si doveva avere accesso alla saletta più piccola della torre, forse adibita a saletta privata, ed illuminata dalla bella finestra con ghiera a sesto acuto ribassato e piattabanda.

Dalla saletta si aveva accesso ad un corridoio voltato a botte, del quale oggi rimane solo una piccola porzione con una singola feritoia, e che probabilmente doveva essere connessa con le strutture di controllo della porta di accesso al mastio e con i camminamenti di ronda dello stesso.

Sempre dal corridoio voltato si ha l’accesso alla parte più alta della torre che presenta una doppia terrazza certamente merlata. Le coperture interne della torre sono ambedue costituite da belle volte a crociera in pietra da taglio a facciavista che dimostra la notevole perizia delle maestranze che costruirono il maniero.

L’accesso basso della Torre, avveniva attraverso un corridoietto voltato a botte ed una porta molto alta e stretta con un rimbotto ingentilito da due piccole mensoline tondeggianti che reggono l’architrave.

Questa porta, che dava accesso da parte della cosiddetta Sala del Trono, doveva essere difesa da una caditoia controllata dal corridoio soprastante e della quale sembra rimanere il foro di arrivo dei proiettili litici sovrastato da un archetto che incornicia una nicchia forse utile alle guardie di controllo agli appartamenti reali.

Quel piccolo vano scavato nella roccia sotto quella che abbiamo ipotizzato come saletta privata degli appartamenti reali, probabilmente doveva essere una buia segreta adibita o a forziere o a rifugio estremo in caso di disfatta delle difese del castello.

E’ molto verosimile che la decadenza del castello inizi nel XV secolo, quando, pacificata la Sicilia sotto la dinastia dei Trastamara, furono sopratutto i castelli e le fortiuficazioni costiere a mantenere grande importanza militare.
Nel ‘700 il castello di Lombardia è già parzialmente in rovina, e nel 1837 Ferdinando II di Borbone lo giudicò militarmente inservibile. Utilizzato in seguito come prigione, al 1887 il castello è descritto in pieno sfacelo.

Negli anni ’30 del ventesimo secolo il primo cortile fu trasformato in teatro all’aperto inaugurato nel 1938 con l’Aida, e vaste cisterne idriche furono ricavate sotto il “cortile delle vettovaglie”. Durante la seconda guerra mondiale vi furono acquartierati contingenti militari.
Nel dopoguerra a partire dal 1951 furono eseguiti pesanti interventi conservativi di ripristino, cui seguirono altri interventi nel 1959.

La proprietà del castello è pubblica, ed aperto al pubblico.

Oggi l’operato della Soprintendenza ennese sta portando alla luce strutture sconosciute del castello che ne chiariscono ulteriormente il funzionamento e strutture precedenti, a volte monumentali, pertinenti all’acropoli antica ed a fortificazioni ed abitazioni ancora tutte da studiare. Il Castello di Lombardia si appresta così a divenire un parco archeologico antico e medievale tra i più interessanti dell’intero bacino del mediterraneo.

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IL BORGO FORTIFICATO DI CASTELLAMMARE DEL GOLFO

Emporio Segestano con gli Elimi e caricatore per i grani diretti a Roma sotto Verre, il luogo ha trovato per secoli la sua ragion d’essere nel caricatore e nelle fortificazioni per difenderlo.

Citato da Idrisi con la denominazione di “Al Madarig”, fu tra i dodici importanti castelli siciliani arabi conquistati nel 1072 dai normanni Ruggero e Roberto d’ Altavilla.

Al borgo fortificato separato in origine dalla terraferma da un braccio di mare si accedeva con un ponte levatoio, sostituito in seguito da uno stretto ponte in muratura, sorretto da due arcate.

Rafforzato durante la dominazione sveva il castello venne semidistrutto nel 1316 dagli Aragonesi.

Tuttavia il borgo fortificato è l’unica sicura presenza di insediamento fino al XIV secolo quando da tale nucleo originario comincerà l’espansione che porterà alla città attuale.

Restaurato il Castello recentemente, ed avviata la musealizzazione dello stesso, appare opportuno ed urgente procedere allo studio ed al recupero del borgo fortificato.

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Il Castello Visto: 1116
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CASTELLO DI CASTELLAMMARE (Castellammare del Golfo)

Il castello fu edificato su una roccia all’estremità del porto dell’omonimo paese.
Cronologia delle principali fasi storico-costruttive:
XI (?) – primo impianto.
XV – XVI – trasformazioni.
XVI – erezione di un baluardu seu turrigluni di l’artiglaria al castello – Rocca 1885, p. 314.
XIX (ante prima metà) – stabilizzazione in muratura del ponte levatoio.
Notizie storiche:
1150 ca. – hisn, fortezza, detta in arabo al madarig (‘le scale’): “Nessun castello è più forte di questo cui cinge intorno un fosso intagliato nella montagna. Si entra nella fortezza per un ponte di legno che si leva e si rimette come si vuole” – Idrisi, in Amari 1880-81,1, p. 81.
1273 – castrum ad mare de gulfo, castello demaniale – Sthamer 1914, p. 21.
1314 – “rè Roberto [d’Angiò] si scostò da Palermo e se ne andò per mare e per terra a un castello che è tra Palermo e Trapani lunghesso la spiaggia, e che si chiama Castellammare; e qui erano circa venti uomini i quali si arresero” – Muntaner, p. 334.
1316 – il castello fu recuperato da Bernardo da Sarrià con trecento uomini inviati dall’universitas di Palermo – Gregorio 1791-92, II, p. 206; Peri 1982, p. 96.
1322 – castello – Acta Curie 6, p. 27.
1557 – i feudi e castelli di Calatubo, Borgetto e Castellammare del Golfo che già appartenevano a Federico di Antiochia ed a Margherita de Osculo furono accorpati alla contea di Caltabellotta e concessi a Raimondo Peralta-SMDS,II,p.363.
1355 ca. – castrum ad mare de gulfo – Librino 1928,p.209.
1556 – castrum – Michele da Piazza, p.376.
1375 – castro ad mare de gulfo in quo reperte fuerunt domus LIII – Glénisson 1948,p.258, n. 38.
1396 (febbraio 12) – a Guglielmo Peralta, erede di Raimondo succede il figlio Nicolo Peralta ed Aragona – SMDS, n, p. 363.
1408 – nobilis Calcerandus de Peralta prò castro Maris de Gulfo cum feudo – Gregorio 1791-92, II, p. 489.
1502 – licentia populandi alle origini dell’attuale comune – Garufi 1946-47, p.lll.
1557 ca. – erezione di un baluardu seu turrigliuni di l’artiglaria al castello – Rocca 1885, p. 314.
1554 (ott. 16) – Pietro de Luna, duca di Bivona, s’investì del feudo con suo castello e tonnara di Castellammare del Golfo, in virtù di sentenza resa dal tribunale della regia gran corte il 7 marzo 1553 contro Ludovico Alitata – SMDS, II, p. 363.
1558 – Castellammare è un piccolo abitato fortificato – Fazello 1817, I, VII, III, p. 417.
Originariamente circondato dal mare su tre lati il castello era unito alla terraferma per mezzo di un ponte levatoio, che viene stabilizzato in muratura in un periodo imprecisato, ma certamente antecedente il 1845 (Mazzarella, Zanca 1985, p. 171).
I resti fuori terra ben visibili, con parti inglobate in strutture successive, consentono una parziale lettura ricostruttiva dell’impianto poligonale con bastioni.
L’originario complesso medioevale è stato completamente alterato dalle ricostruzioni e trasformazioni di epoca moderna.
Il castello è accessibile dal paese mediante un ponticello in muratura che scavalca l’antico fossato tagliato nella roccia.
Esso presenta oggi una possente scarpata, già documentata dall’acquarello di Spannocchi del 1578 (Spannocchi, c. LXVIII), che mostra inoltre intatte le mura merlate del borgo direttamente addossate al castello. Su questa bastionatura, ulteriormente rafforzata sul lato settentrionale da un basso torrione cilindrico verosimilmente quello costruito verso il 1537, anch’esso visibile nell’acquerello di Spannocchi), si ergono gli ambienti abitativi, caratterizzati all’esterno da grandi balconi con mensole, inesistenti nella già ricordata immagine del 1578.
Una torre cilindrica con una bellissima scala interna a caracol permette l’accesso alla terrazza superiore.
Proprietà attuale: pubblica (Demanio marittimo).
Uso attuale: sede di una delegazione della Capitaneria di porto e di museo.

 

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CASTELLO MANIACE (Siracusa)

C’era una volta in Ortiglia una bellissima ninfa che aveva nome Aretusa. Seguace di Diana, ella amava più la caccia che le lusinghe d’amore e quando Alfeo, figlio di Oceano, gran cacciatore anch’egli, la vide e se ne invaghì, Cerere, per liberare la ninfa sua protetta da quell’amore tenace ed impetuoso, la tramutò in limpida fonte.
Alfeo pur di non perderla si cambiò a sua volta in fiume e traversando il mare (avendo cura li non confondere le sue acque con quelle salse di esso), dopo lungo cammino, apparì presso le rive d’Ortigia e si congiunse con le acque d’Aretusa.
«Amore, amar, sussurrati l’acque; e Alfeo
Chiama ne’ verdi talami Aretusa
Ai noti amplessi»
(CARDUCCI)
In questa terra di miti e di leggende ove è raccolta forse la storia più antica e affascinante dell’isola nel 1038, proprio dove pare sorgesse il tempio dedicato a Giunone (quasi ad esprimere fra tanta poesia la brutale forza degli uomini), fu edificato dal generale bizantino, Giorgio Maniace, il rude castello, tanto spesso teatro di insidie e di guerra. Venne poi ricostruito da Federico II di Svevia e poi durante la rivoluzione dei Vespri, i siracusani lo assalirono scacciandone i francesi che vi si erano asserragliati (aprile 1282). In seguito vi soggiornò rè Pietro d’Aragona con la regina Costanza.
Castello Maniace – SiracusaNel 1414 Bianca di Navarra, allora vicaria del regno, vi dimorò anch’essa.
Molte sono le vicende svoltesi tra le sue mura, ma l’episodio che lo rese tragicamente famoso fu l’atroce inganno ordito dal capitano generale Giovanni Ventimiglia, marchese di Ceraci, ad un gruppo di nobili siracusani.
Questo spregiudicato condottiero, inviato da rè Alfonso di Castiglia per domare la rivolta della città (1448), approfittando della stima che i siciliani gli accordavano, riuscì ad indurre venti esponenti dei rivoltosi a recarsi al castello per «un allegro banchetto» ed avutili tutti riuniti li fece aggredire e massacrare senza pietà.
Atterrito da tanta infamia e privato dei suoi capi, il popolo fu costretto a cedere e la sedizione venne domata.
Si vuole che il Ventimiglia, prima di lasciare la città, si sia anche appropriato dei due arieti che si trovavano sulle mensole ai lati del portale del castello.
Secondo altra versione, forse più attendibile, gli sarebbero stati invece donati dal luogotenente di rè Alfonso, in premio delle sue gesta.
Tali famosi arieti di bronzo, capolavori dell’età classica, che la tradizione considerava unici avanzi dell’antico tempio di Giunone, subirono poi molte altre vicende poichè il Ventimiglia li trasportò nella sua rocca avita in Castelbuono e non volendosene separare neppure da morto, (forse in memoria della «gloriosa» impresa di Siracusa), li destinò ad ornamento del proprio sepolcro.
Confiscati poi i beni del suo discendente Arrigo Ventimiglia, gli arieti pervennero alla reggia di Palermo da dove passarono al Castello Steri e quindi altrove. Infine uno di essi fu ignobilmente fuso durante la rivoluzione del 1848 e l’altro donato, da rè Vittorio Emanuele II, al Museo Nazionale di Palermo dove si ammira tuttora.
Nel 1618 il castellano del tempo, Giovanni da Rocca Maldonato, ottenne dal viceré marchese di Vigliena che il castello prendesse nome da S. Giacomo e le quattro torri dai santi Pietro, Caterina, Filippo, Lucia.
Questa concessione venne incisa, in lingua spagnola, sopra un grande busto di Poseidone (rinvenuto secoli prima durante uno scavo) che si trovava nel castello e che oggi figura nel museo di Siracusa.
Malgrado ciò venne sempre chiamato col nome del suo primo fondatore.
Il terremoto del 1693 gli apportò notevoli danni e successivamente lo scoppio delle polveri, ivi conservate, ne completò l’opera demolitrice (1704).
Venne resaturato nel 1806 dal generale inglese Stuart ed infine il 3 settembre 1860 ebbe termine la sua lunga storia di imprese militari.
Oggi, di proprietà demaniale, esso appare ancora quasi intatto nella sua struttura esterna, col bel muraglione di cinta proteso nel mare che lo circonda per tré lati, ma all’interno più nulla rimane delle antiche vestigia.
Si narra, tra l’altro, che vi fosse un sontuoso bagno detto «della regina» posto in ambienti sottostanti al castello e tutto rivestito di marmo con una fontana zampillante «freschissima acqua».
Stupendo dovette essere il grande cortile che conserva ancora alcune arcate a sesto acuto sostenute da mezze colonne e capitelli.
Sull’arco della bellissima porta, in marmo variopinto con eleganti strutture, è uno stemma spagnolo e su una lapide la seguente iscrizione:
“CARLO V EMPERADOR REG. DE ESPANA 1545 – TRASLADOSE ESTE ESCUDO EN TIEMPO DE D. PHELIPE III DEI GRACIA DE ESPANA Y DE SICILIA SIENDO YOAN DE ROCA MALDONATO ANNO 1614”.
Sulle due mensole che la sostengono si legge:
«EGO INTERIFICIAM OMNES QUI AFFLIGENT».

Castello di Augusta Visto: 936
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CASTELLO DI AUGUSTA (Augusta)

Castello di AugustaCostruito da Riccardo da Lentini per Federico II di Svevia, il castello, che presenta oggi l’aspetto di grande caserma, conserva (in mezzo al complesso di nuovi fabbricati) parte di una preesistente torre del tempo normanno.
A ricordo della sua fondazione sembra che in origine vi fosse la seguente iscrizione così decifrata da storici locali:

«AUGUSTAM DIVUS AUGUSTUS CONDIDIT URBEM ET TULIT, UT TITOLO SIT VENERANDA SUO, THEUTONICA FRIDERICUS EAM DE PROLE SECUNDUS, DOTAVIT POPULO, FINIBUS, ARCE, LOCO».

Secondo una antica leggenda Federico, verso il 1229, spinto da una violenta tempesta, trovò rifugio con il suo battello nella rada di Augusta ed incantato della bellezza del luogo, progettò di crearvici una dimora che fece poi edificare attorno all’antica torre di difesa.
Il poderoso castello, che fu tra i più importanti dei grandi monumenti fridericiani, dopo avere ospitato l’augusto imperatore, vide anche quel Giovanni di Cocleria che osava spacciarsi per Federico stesso.
Con l’avvento angioino il mastio cadde in mano del sanguinario Guglielmo Estendard il quale vi compì ripetute stragi.
Nella rivoluzione dei Vespri il popolo scacciò il presidio francese ed invase il castello saccheggiandolo. Successivamente, con la elezione di rè Pietro, vi si innalzò la bandiera d’Aragona (1282).
Dopo alcuni anni Rinaldo del Balzo, con audace colpo di mano, si impadronì del castello ed i francesi tornarono ad insediarvisi ma nel 1287, dopo un lungo assedio, furono costretti ad arrendersi a Ruggiero di Lauria e Giacomo d’Aragona.
In seguito esso venne strenuamente difeso dall’eroico Blasco Alagona che riuscì a sventare una nuova insidia angioina.
Nel 1378 il castello divenne asilo e prigione di Maria d’Aragona.
La giovanissima fanciulla infatti, unica erede del regno di Sicilia, che veniva custodita dal reggente Artale Alagona nel castello Ursino di Catania, venne rapita e quivi rinchiusa da Guglielmo Raimondo Moncada conte di Augusta, al fine di sottrarla alle mire politiche dell’Alagona.
Questi, per riprenderla, assediò il castello ma fu costretto a desistere dall’arrivo della flotta aragonese. Attraverso altre vicende la giovane regina andò poi sposa in Aragona a Martino, figlio del duca di Montblanc.
Nella seconda metà del 1500, a difesa degli angoli del castello, vennero eretti quattro bastioni chiamati S. Filippo, S. Giacomo, Vigliena, S. Bartolomeo.
In quell’epoca si procedette al taglio dell’istmo ed il chersoneso divenne una piccola isola congiunta alla terra da un ponte.
Castello di AugustaNel 1675 un audace tentativo della flotta di Luigi XIV ridiede ai francesi il castello (mal difeso dagli spagnoli) ma la tenace opposizione trovata in Sicilia li costrinse a rinunziarvi e il generale Le Feuillade, prima di abbandonarlo, tentò distruggerlo.
Ingenti furono i danni subiti e tré anni dopo, sotto il regno di Carlo II, il viceré di Sicilia Benavides conte di S. Stefano si rivolse ai cittadini per poterlo restaurare. Ottenne un cospicuo aiuto (trentamila scudi) ed il castello potè così risorgere a nuova vita.
Sulla porta del grosso muragliene di cinta, chiamata «spagnola», in mezzo a tré grandi stemmi, una lapide ne ricorda il lavori con la data: MDCXXCI.
Il terremoto del 1693 danneggiò gravemente il castello ed in seguito lo scoppio di una polveriera provocò un violento incendio, mentre il crollo di  una parte di esso seppellì il castellano con la sua famiglia e quaranta monache che vi si erano rifugiate.
Il viceré Francesco Giudica, nel 1700, ne curò il ripristino e vi trascorsero senza rilievo i successivi anni fino alla unificazione del regno d’Italia.
Dal 1890 è destinato a casa di pena ed oggi quasi nulla si scorge, all’interno, delle prime strutture.

Localizzazione Castelli della Provincia di Siracusa Visto: 632
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CASTELLO DI PATERNO’ (Paternò – Catania)

Edificato in pietra lavica dal gran conte Ruggiero verso il 1072, restaurato nel 1300 e poi ancora nel 1900 ma senza più merlatura, con la sua massiccia struttura di alto torrione si innalza solitario sopra un piccolo colle dominante la città e di fronte all’Etna maestosa.
Rinchiusa alle spalle l’unica porta, ad arco acuto, il castello, oggi vuoto e silente, eccita la fantasia del solitario visitatore che non può sottrarsi alla malinconica suggestione del luogo poiché «dans le plus beau palais du monde on veut trouver à qui parler».
Al  piano terra trovasi una piccola mirabile cappella con tracce di antichi affreschi. Al piano superiore, notevolissima, una grande sala con quattro finestre bifore e sedili ricavati nello spessore del muro, sui quali sembra di vedere ancora le donne normanne intente al fuso nella lunga attesa dei loro uomini spesso in guerra.
Sopra ancora, altro grande salone aperto ai due lati da immense finestre, anch’esse bifore, e su tutto il castello una vasta terrazza.
Il gran conte Ruggiero lo avrebbe assegnato alla figlia Flandrina che sposò Enrico di Lombardia. Da essi sarebbe pervenuto al loro figlio Simone e successivamente, per linea femminile, a Bartolomeo de Luce conte di Paternò (1193 circa).
In seguito per concessione di rè Federico II di Svevia, sul 1198, pervenne a Galvano Lancia, suo parente.
Poco dopo, tra il 1200 e il 1234, lo stesso rè Federico avrebbe tolto a Galvano il castello per farne dono a Beatrice (o Bianca) Lancia che lo elesse a sua preferita dimora.
Anche lo stesso Federico vi soggiornò più volte, negli anni 1220-1223.
In seguito Manfredi, figlio di Federico, dopo la morte del fratello Corrado (e sparsasi la falsa voce della morte anche del di lui figlio Corradino, di appena tré anni), si fece incoronare rè di Sicilia ed esaudendo un desiderio del padre, reintegrò nel possesso del castello Galvano Lancia conferendogli poi anche la carica di vicario generale (1256). Manfredi si ebbe però la scomunica del Papa che offrì il regno a Carlo d’Angiò, rè di Francia, il quale sconfitto Manfredi nella battaglia in cui questi cercò e trovò la morte, fece poi decapitare il giovane Corradino insieme ai suoi fidi, tra i quali il fedelissimo Galvano. Ed ebbe così fine in Sicilia il dominio della casa sveva (1268).
A seguito di tali avvenimenti si vuole che il castello sia pervenuto a tale Bonifacio e poi a Manfredi Maletto il quale nel 1299, dopo aver subito un solo giorno di assedio, vi accolse Roberto d’Angiò che avanzava in Sicilia in nome del padre rè Carlo.
Con l’avvento aragonese, rè Federico II, privando il Maletto dei suoi beni, lo concesse ad Ugone di Ampurias conte di Squillace (1300), che nei fatti d’arme seguiti tra Federico e Roberto d’Angiò aveva riportato numerose vittorie, ma ben presto il castello ritornò alla corona.
Conclusa finalmente la pace detta «di Caltabellotta», nel 1302 Federico, come stabilito nei patti, prese in moglie Eleonora figlia di Carlo d’Angiò, che fu signora del castello.
In seguito, salito al trono il giovane Federico III, «il semplice», venne condotto al castello ed ivi custodito da Artale Alagona (figlio di Blasco) per sottrarlo alle mire della regina Giovanna di Napoli i cui seguaci, capeggiati dal conte Enrico Rosso, decisero di uccidere Artale.
Questi, avvisato del pericolo, fortificò il castello accingendosi alla difesa ed il Rosso non potendo attaccarlo incrudelì contro il borgo, devastandolo e fortificandosi poi nel castello di Motta (1356).
Frattanto Federico, passato dalla custodia di Artale a quella di Francesco Ventimiglia, in Castelbuono fuggì per sposare Costanza, figlia di Pietro d’Aragona, che condusse qui in Paternò dove furono celebrate le nozze (1360).
Il castello, assegnato alla regina, venne abitato dai sovrani ed alla loro morte, ne fu castellano Artale Alagona forse quale tutore della giovane regina Maria erede al trono (1377).
Successivamente, dopo avere sposato il cugino Martino, essa vi soggiornò a lungo e da qui usava emanare le sue così dette «consuetudini» a favore della città. Dopo la sua morte e successive nozze di Martino con la figlia del rè Navarra, il castello passò alla nuova sposa Bianca, quale facente parte della famosa “camera reginale” (specie di appannaggio delle regine di Sicilia). Di questa regina è l’approvazione di nuove «consuetudini» favorevoli al popolo «Datae in Turri Terrae nostrae Paternionis anno incarnationis Domini 1405».
Durante il vicariato di Bianca poi e relativo suo dissidio col Cabrerà, per acquetare costui in attesa della elezione del nuovo rè, nella storica riunione tenutasi al castello di Solanto tra la regina, il Cabrerà e una ambasceria mandata dal parlamento spagnolo (1412), si decise di concludere una pace dando al vecchio giustiziere il governo di tutti i luoghi (città e castelli) del demanio e reginali, compreso quindi questo di Paternò.
Al Cabrerà succedettero gli Henriquez e poi, assegnando rè Alfonso alla moglie la ripristinata «camera reginale», esso tornò ad appartenere ad una nuova regina Maria. Questa però con la sua signoria fece solo risaltare e rimpiangere le grandi doti e le virtù di Bianca.
Nel 1431 rè Alfonso stesso distogliendo il castello e la terra dalla «camera reginale» cedette a Nicolo Speciale in ricompensa di servigi ricevuti nel governo dell’isola e, per la terza volta, lo nominò viceré di Sicilia.
Da Pietro Speciale, figlio di Nicolo, il castello pervenne nel 1456 al conte Guglielmo Raimondo Moncada, maestro giustiziere e confidente del rè, il quale furbamente riuscì a trattenerlo anziché riportarlo al demanio come il sovrano desiderava. Nel 1531 questa nobile famiglia si arricchì anche del titolo di principe, che venne conferito a Francesco Moncada Luna da  Filippo I di Sicilia, ed ebbe fino ai primi del ventesimo secolo la signoria del castello che divenne poi di proprietà comunale.

Castello Ursino Visto: 611
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CASTELLO URSINO (Catania)


Castello Ursino – CataniaSuperbo edifizio costruito dall’Arch. Riccardo da Lentini per Federico II di Svevia tra il 1230 e il 1250 e più precisamente, sembra, sul 1240 poiché, come dottamente scrive l’Agnello, nella sua pregevolissima opera: L’architettura sveva in Sicilia, «nessuna delle costruzioni imperiali ha avuto la fortuna di trovare, nell’evidenza delle date, una determinazione cronologica così specifica come quella relativa al nostro castello». Qui più che altrove forse, il grande Federico lasciò luminoso ricordo di sé in questa opera che egli volle edificata negli ultimi anni della sua turbinosa e gloriosa vita (due volte scomunicato ma poi assolto, prode in guerra e fecondo di nobili attività ed opere insigni nelle terre del suo impero) conclusasi in Puglia nel 1250.
Egli personalmente seguì la costruzione del castello con vero amore, se pur da lontano, apportandovi il contributo del suo elevato senso artistico (come testimoniato da un lungo carteggio intercorso tra l’imperatore e l’architetto Riccardo) ma non sappiamo se prima dell’improvvisa sua morte potè ammirarne il compiuto splendore.
Sulle origini del nome «Ursino» vi sono ipotesi molto contrastanti ma esso risale comunque ad epoca molto remota poiché nel 1255 era già così chiamato dal vescovo catanese Ottone Capoccio.
La versione più logica, se pure mancante di prove, lo attribuisce alla famiglia Orsini la quale sarebbe stata accolta nel castello quando venne espulsa da Roma per le sue idee ghibelline, mentre altra lo fa provenire dalla presunta esistenza di un precedente «castrum» chiamato Arsinio da Arsinius console romano che governò la Sicilia prima del 359 d. C.
Questo famoso mastio fridericiano fu sede di molti rè e parlamenti e la sua lunga storia è ricca di memorabili episodi fin dalla rivoluzione dei Vespri, durante la quale vi si asserragliarono gli angioini di Catania assediati dal popolo.
Lo stesso anno 1282 rè Pietro d’Aragona convocò al castello i rappresentanti di tutte le città della Val di Noto incitandoli a resistere all’angioino e nel 1283, vi riunì il parlamento generale di Sicilia.
In seguito, dopo essere stato dimora del successore rè Giacomo (il quale, si vuole usassse tenere ordinanza nel cortile del castello) divenne sede del fratello, rè Federico II, che lo arricchì notevolmente e poi, nel 1337, qui morì (o in Paternò come taluno afferma), circondato dall’affetto di tutto il popolo che con lui perdeva uno strenuo difensore delle proprie libertà.
Pietro II conservò al castello la sua eccezionale importanza e quivi nacquero i suoi figli: Ludovico (1338) e Federico, detto poi «il semplice», (1341).
Nell’anno 1347 vi si firmò la pace tra la regina Giovanna di Napoli ed il reggente Giovanni duca di Atene.
L’epidemia del 1355 portò gravi lutti al castello ed a tutta la corte. In pochi giorni vi perirono Federico, figlio del duca di Atene e Blasco Alagona. Vi fu anche trasportato il giovane rè Ludovico, morto nel castello di Aci.
Con la successione al trono di Federico III, la rocca catanese risorse a nuovo splendore ed egli, con la moglie Costanza, vi soggiornò a lungo. La loro figlia Maria, rimasta erede del regno nel 1377 a soli quindici anni, venne custodita dal reggente Artale Alagona il quale, avendo deciso di darla in isposa a Galeazzo Visconti di Milano, la tenne gelosamente rinchiusa nel castello.
Raimondo Moncada, in opposizione a tali disegni, con abile manovra riuscì a rapirla e la condusse nel castello di Augusta.
Questa giovane regina, oggetto di contrastanti mire politiche, andò poi sposa al cugino Martino, figlio del duca Martino di Montblanc, ed i nuovi sovrani presero dimora nel munito castello dove, nel 1397, nacque l’erede al trono, Federico, la cui prematura morte fu seguita da quella della madre.
Il 21 maggio 1402 vi si celebrarono, per procura, le seconde nozze di Martino con Bianca di Navarra mentre questa si trovava ancora nella dimora paterna.
La nascita del loro figlio riempì il castello di grande letizia che presto però ebbe a mutarsi in cordoglio per la morte dello stesso infante.
In Sardegna poi, nel 1409, moriva rè Martino.
Ne ereditò il reame il padre che dinasticamente divenne in Sicilia Martino II e del quale Bianca rimase vicaria nel regno.
Castello Ursino – CataniaEssa fu però costretta a fuggire dal castello, per sottrarsi alle note insidie del potente Bernardo Cabrerà, ed ebbe così inizio per la bella e nobile regina il suo governo nell’isola sempre minacciato dalle persecuzioni del vecchio giustiziere.
Poco dopo non ritenendosi sicura in alcun luogo, essa tornò a rifugiarsi nel fido castello catanese, in quel tempo sotto il comando del castellano Luigi Baudiello, e nel 1414 vi tenne lungamente presso di sé la giovane sposa di Nicolo Peralta, Isabella di Luna.
Succeduto al vecchio Martino Ferdinando di Castiglia, detto «il giusto», nei regni di Aragona e di Sicilia, questa divenne provincia degli Stati di Aragona ed i viceré posero la loro sede nel castello Ursino.
Nel maggio del 1416 vi si convocò l’assemblea dei sindaci di Sicilia per giurare fedeltà ad Alfonso, figlio e successore di Ferdinando.
Molti parlamenti furono qui riuniti, e tra i più importanti quelli del 1470 – 1478 – 1494.
L’anno 1550 il castello si preparò a ricevere con tutti gli onori rè Filippo d’Austria (I di Sicilia e II di Spagna) e l’appartamento reale venne rimodernato ed abbellito.
Molto dopo, la tremenda eruzione dell’Etna del 1669 alterò completamente la topografia circostante ed il castello, che si trovava su di un promontorio roccioso dominante la spiaggia, venne circondato dalla lava che, prolungandone la scogliera, ne allontanò il mare mentre la successiva rottura della crosta lavica, in prossimità della sua porta, bruciò il ponte levatoio distruggendone le catene.
I terremoti del 1613 e 1818 misero a dura prova la sua forte struttura e nel 1831 Ferdinando di Borbone lo trovò in tali condizioni da cancellarlo dalla lista dei grandi castelli siciliani.
Nel 1860 venne avvilito a caserma militare e finalmente, nell’anno 1931, ebbero felicemente inizio i grandi lavori di restauro che restituirono alla magnifica opera sveva quasi il primitivo splendore.
All’interno, sul grande atrio, tutto un complesso di vastissime sale (con volte a crociera sostenute da mezze colonne, ricchissimi capitelli e mensole) racchiudono mirabilmente l’attuale museo civico.

Castello di Aci Visto: 731
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CASTELLO DI ACICASTELLO (Acicastello – Catania)

Castello di ACI – Acicastello”Nel cui sereno mar Galatea, vive
E su’ monti Aci”

(CARDUCCI)

Nero, maestoso e suggestivo castello costruito in pietra lavica sopra una altura rocciosa a picco su quel mare dei ciclopi e di Ulisse che sembra mormori il racconto delle sue tante leggende e che, come dice il Verga, «è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare».
Esso ha così remota storia che se ne attribuisce l’origine favolosa a Saturno e nella primitiva antichissima rocca si narra trovasse rifugio il mitico Aci; il giovane pastore che amato da Galatea fu odiato e ucciso dal geloso Polifemo ed il cui sangue, convertito in fresche acque avrebbe formato il fiume che dolcemente scorre in quei luoghi.
Preesistente comunque ai normanni, che lo restaurarono, per concessione del gran conte Ruggiero, nel 1091 pervenne al vescovo Ansgerio di Catania. Donazione convalidata poi con una bolla del papa Urbano II.
Nella sua lunga vita esso ebbe sempre grande importanza per l’abitato di Aci poiché i vari passaggi di dominio feudale avvenivano con la consegna delle sue chiavi.
Nel 1169 la lava dell’Etna, nella sua corsa infernale che tutto travolge e distrugge, potè solo lambirne le forti basi e l’alto castello si trovò come superbamente sospeso tra cielo mare e fuoco.
Durante la guerra del Vespro tutti i francesi che vi si trovavano furono trucidati ed in quel tempo esso venne donato a Ruggiero di Lauria, grande ammiraglio del regno. Successivamente, nel 1325, fu in gran parte bruciato dal conte di Canosa, Beltrando del Balzo. Odiosa vendetta contro gli acesi che avevano insultato e schernito la sua flotta la quale, inviata da Roberto rè di Napoli contro la Sicilia, era approdata sotto il castello.
Sul 1357 Luigi rè di Napoli profittando della inettitudine di Federico III rè di Sicilia (successo al fratello Ludovico, quivi morto nel 1355) fece invadere la borgata dai suoi armati i quali, sfondate le porte del castello dove avean trovato rifugio quasi tutti gli abitanti, uccisero gli uomini e offesero le donne. Gli invasori vennero scacciati da Artale Alagona, gran giustiziere del regno, che fece poi del castello la sua roccaforte contro il duca Martino di Montblanc ed il di lui figlio rè Martino (nuovo sovrano dell’isola), i cui continui soprusi inasprivano fortemente l’animo dei siciliani.
Infine l’Alagona, schieratosi apertamente contro i Martini e rafforzatesi nel castello, conquistò Catania (1392) che successivamente però dovette abbandonare, pur continuando la resistenza nella rocca acese.
Il 17 giugno 1393 il vecchio duca di Montblanc (che di fatto era il vero rè di Sicilia), dopo aver cercato invano di radunare intorno a sé i baroni siciliani, mosse con il suo esercito all’assedio del castello inviandovi Berengario Cruyllas per tentare di persuadere l’Alagona alla resa.
Castello di ACI – AcicastelloQuesti però temporeggiava sperando aiuto dai genovesi e da Galeazze Visconti di Milano (che egli invano aveva tentato di far sposare con la giovane regina Maria) il quale gli aveva già inviato una flotta in Sicilia. Infine, posto l’assedio al castello. Artale Alogona fu costretto ad arrendersi con l’accordo che avrebbe ceduto i suoi castelli di Aci, e Paterno e sarebbe partito per i luoghi santi. Tale promessa non venne mantenuta e fu posto nuovamente l’assedio al castello dallo stesso rè Martino al quale l’orgoglioso castellano fu costretto a chiedere perdono ed a promettere ancora i due castelli predetti.
Non avendoli però prontamente ceduti, per la terza volta il rè assediò il castello (nel quale erano la moglie ed il figlio Artale mentre questi incrociava quel tratto di mare tentando di porli in salvo) che, dopo essere stato valorosamente difeso, avendo avuta diroccata la cisterna da parte degli assedianti, rimasto senza acqua venne definitivamente conquistato.
Qui fu raggiunto un accordo ma altrove perdurò la sommossa dei nobili, del popolo e della chiesa contro i Martini, dominatori scismatici, che infine riuscirono a vincere ogni ostacolo rendendo vana la lunga lotta ed il sacrificio di tanti eroi.
Il favoloso castello, che aveva anche ospitato le sacre spoglie di S. Agata nel loro viaggio di ritorno dalla Turchia alla patria Catania (quelle reliquie che il condottiero bizantino Giorgio Maniace lasciando la Sicilia, sull’anno 1040 circa, avrebbe portato con sé), divenne infine carcere per i prigionieri politici del governo borbonico.
Oggi di proprietà comunale, benché semidistrutto come tanti altri, è tuttavia uno dei più notevoli monumenti storici di Sicilia e le sue preziose rovine ospitano, a volte, interessanti mostre d’arte.

Castello di Adrano Visto: 584
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CASTELLO DI ADRANO (Adrano – Catania)

Castello di AdranoIl gran conte Ruggiero, nel 1070 circa, lo fece costruire su ruderi saraceni, nella terra del dio Adrano e forse nello stesso posto del famoso tempio che esisteva già quattrocento anni prima di Cristo, come ci narra Diodoro siculo.
Fu destinato poi, dallo stesso Ruggiero, alla nipote Adelasia che, dedita ad opere benefiche, si fece infine monaca entrando nel monastero di S. Lucia da lei fondato in Adrano. Pochi anni dopo, verso il 1185, ne sarebbe divenuto castellano il conte Gualtiero Parisi.
Al tempo aragonese il castello pervenne a Pietro Luca Pellegrino e poi alla famiglia Sclafani, per concessione di Federico II.
Da Matteo Sclafani, primo conte di Adernò sul 1300, in successive eredità e per intreccio di parentele, passò ai Moncada (1500) e poi ai Peralta.
Castello di AdranoPer linea femminile, nel 1754, vi succedettero gli Alvarez di Toledo conti di Adernò e nel 1797 Giovanni Luigi Moncada Ventimiglia Aragona principe di Paterno, in virtù di una sentenza in suo favore contro un discendente degli Alvarez.
Ed il vecchio castello tornò così alla famiglia Moncada alla quale appartenne sino al 1920 anno in cui ne fu signore Pietro Moncada Starabba, principe di Paternò e conte di Adernò.
Alto su formidabili mura, un tempo coronato da merli e cinto alla base da un poderoso bastione con i quattro angoli a forma di basse torri scanellate, è oggi all’interno in pessime condizioni e mancante della volta centrale ma vi si ritrovano stile e struttura dei due castelli di Paternò e Motta, con i quali fu collegato per creare un sistema fortificato che facilitasse al normanno il dominio di Catania.
In questo la cappella trovasi al primo piano miracolosamente quasi intatta. Piccolissima e di preziosa fattura, con tracce di affreschi e tutto intorno mirabili colonnine, incastrate nel muro, con capitelli a sostegno della piccola volta in croce. Nella sala accanto una nicchia conteneva l’antico fonte battesimale. Due leoni in pietra sostengono gli stemmi dei Moncada e degli Sclafani ai lati della larga scala d’ingresso i cui gradini, bassi e profondi, un tempo consentivano di accedere, anche a cavallo, ai piani superiori.
Sopra il portone del muro di cinta trovasi un busto che si vuole rappresenti Ruggiero mentre pare si tratti di un principe Moncada.
Di proprietà comunale, il piano terra viene oggi adibito a carcere.

Castello di Motta S.Anastasia Visto: 629
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CASTELLO DI MOTTA S.ANASTASIA (Motta S. Anastasia – Catania)

Castello di Motta S. AnastasiaAlto e severo esso è l’unico dei tré castelli normanni della stessa struttura ed epoca che conserva intatta la bella merlatura di coronamento.
Il gran conte Ruggiero dopo averlo edificato, nel 1070 circa, lo concedette ad Ansgerio primo vescovo di Catania (1091).
Rimase in possesso della curia sino a quando ne divenne signore Enrico Rosso nel 1250.
Successivamente appartenne a Rinaldo Perollo e poi all’ammiraglio Sancho Ruys de Lihori (1408).
Questi, fedele amico di Bianca di Navarra, catturato verso il 1411 l’odiato nemico della regina, il giustiziere del regno Bernardo Cabrerà, lo condusse nel castello e rinchiuse in una vuota cisterna dove l’acqua, alzandosi pian piano, gli avrebbe dato sicura morte.
Il superbo e potente Cabrerà, che aveva osato aspirare al regno di Sicilia, bagnato e tremante implorò pietà a Sancho il quale concessagli la vita lo rinchiuse nella più orrenda prigione del castello dove il vecchio Bernardo dovè subire una atroce beffa da parte del suo guardiano.
Motta S. AnastasiaQuest’ultimo, fingendo di aderire alle insistenti richieste di liberazione, dopo essersi fatto consegnare mille scudi d’oro, lo calò da un’alta finestra appeso ad una fune ed avvolto in una rete, lasciandovelo sospeso tutto un giorno e una notte esposto allo scherno del popolo.
Ricondotto in prigione egli venne poi prelevato dai vicereggenti che lo trasferirono prima nel castello Ursino di Catania e poi in Catalogna.
Rè Ferdinando di Castiglia lo assolse, gli restituì i gradi e nel 1420, il Cabrerà tornò ad imperversare in Sicilia al seguito di rè Alfonso.
Tre anni dopo questo famoso «giustiziere», che mai conobbe la vera giustizia, terminò la sua torbida vita e fu sepolto in Ragusa.
In seguito l’ammiraglio Sancho vendette il castello a rè Alfonso dal quale fu ceduto a Lodovico de Perellos (1455). Poco dopo i suoi discendenti lo misero all’asta e venne acquistato da Aloisio Sanchez nel 1514.
Successivamente lo comprò Antonio Moncada conte di Adernò che nel 1526 ottenne investitura del castello e baronìa di Motta S. Anastasia.
Nel 1900 il castello era ancora in possesso di questa famiglia, nella persona di Pietro Moncada Starrabba principe di Paterno.
Attualmente è proprietà comunale.

Castello Noce Visto: 1288
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CASTELLO NOCE (Caltagirone)

Castello Noce – CaltagironeNon conosciamo le origini di questo castello (un tempo posto al centro di un vasto territorio feudale) del quale rimane la torre del XV secolo. E nulla sappiamo della sua storia fino a quando verso il 1700 i proprietari del tempo, baroni Chiarandà di Friddani, non aggiunsero alla torre un edifizio attiguo per loro comoda abitazione.
Esso presenta, nelle belle loggette e negli affreschi, le caratteristiche dell’epoca e Michele Chiarandà, dopo averne curato personalmente ogni dettaglio, amava alternare ai suoi lunghi soggiorni in Francia brevi e riposanti parentesi in questa signorile dimora.
Di questo signore si racconta che durante la rivoluzione sanfedista del 1789, essendo sospetto di infedeltà al rè a causa della sua amicizia con la Francia, venne perseguitato e costretto a sostenere un breve assedio da parte del popolo capeggiato da tale Marronchio.
Rinchiuso nella torre egli tenne testa ai suoi assalitori ma infine fu costretto a fuggire attraverso un sotterraneo del castello e, raggiunto poi il mare, si pose in salvo nella sua carissima Francia.
Poco chiara la figura di questo italiano del quale è nota la grande amicizia con Napoleone III.
Nel 1861 il castello fu acquistato da Giuseppe Milazzo, signore caltagironese, ed il suo discendente On. Silvio Milazzo, attuale proprietario, ne cura i pregevoli restauri con quell’amore che tutti i siciliani dovrebbero avere per queste loro antiche dimore.
Oggi, nel suo armonioso insieme, con la bella terrazza alla sommità della torre e circondati dal verde intenso di una folta vegetazione (tanto più suggestiva dell’elegante e curato giardino di un tempo cinto di alte mura merlate e con colonne a sostegno delle caratteristiche pergole) il «Noce» ci appare quale delizioso luogo di soggiorno e di pace.

Castello di Maniace Visto: 637
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CASTELLO DI MANIACE (Bronte – Catania)

Castello di Maniace – BronteNegli antichissimi tempi era in quei pressi un «casale» fondato dal famoso generale bizantino Giorgio Maniace (primo fondatore del castello omonimo di Siracusa) e dal quale prese nome tutta la borgata (1038 circa).
La interessante attuale dimora fu edificata sugli avanzi della antica Abbazia Benedettina di : Maniace (voluta dalla regina Margherita, vedova di Guglielmo I il normanno, sul 1173) ; dagli eredi dell’ammiraglio inglese Lord Orazio Nelson, vincitore di Abukir, che nel 1799 ricevette la terra e il ducato di Bronte, da Ferdinando I, rè delle due Sicilie, quale segno di gratitudine per il determinante aiuto prestategli.
Alla morte del detto ammiraglio, avvenuta nella famosa battaglia di Trafalgar, feudo e titolo pervennero al fratello Guglielmo (1806) e poi agli eredi di questi.
Breve ma tragica è la storia del castello poiché esso fu testimone, ed in parte causa, delle tremende giornate dell’Agosto 1860 nelle quali la feroce repressione di Nino Bixio insanguinò il paese.
Ciò accadde perché durante la rivoluzione italiana di quel tempo (alla quale tanti illustri siciliani sacrificarono anche la vita) all’annuncio della vittoria franco-italiana nel nord, anche la Sicilia volle scuotere il così detto giogo borbonico, invocando Garibaldi. A Bronte, come altrove, sorsero comitati segreti mentre si attendeva dalla rivoluzione che la immensa «ducea» donata al Nelson dal Borbone, con la caduta di questi, venisse restituita alla comunità.
Castello Maniace (Bronte)Molto preoccupato per tali notizie, il console inglese di Catania richiese a Garibaldi, il quale dopo la battaglia di Milazzo si trovava a Messina, un pronto aiuto di soldati per proteggere dalla furia del popolo il castello e gli altri beni inglesi a Bronte. Ed il dittatore, per le buone relazioni tra Italia e Inghilterra, inviò sul luogo il generale Bixio con l’incarico di soffocare la rivolta e salvare il castello dal saccheggio altrimenti inevitabile.
La missione venne compiuta ed anche la castellana, duchessa Nelson fu salva ma… la repressione, sanguinosa e spietata, rimase tristemente viva nella storia del luogo.
Il castello, col suo giardino ben curato e circondato dal grande parco selvaggiamente suggestivo, conserva all’interno numerosi interessanti cimeli del glorioso ammiraglio.
Molto antiche sono due piccole torri, sotto una delle quali il vecchio muraglione di cinta viene a volte aggredito dalla furia delle acque del grande torrente che lo lambisce.
Interessante la piccola chiesa con il meraviglioso intatto portale arabo-normanno che tanto ricorda quelli assai noti della cattedrale di Monreale.
Attuale proprietario Lord Bridport duca di Bronte, discendente del Nelson.

Localizzazione dei Castelli della Provincia di Catania Visto: 615
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Vedi anche…

Castello di Piazza Armerina

Rude castello la cui attuale costruzione risale alla fine del XIV sec. poiché, in quel tempo, re Martino ordinò la trasformazione in munita roccaforte di un antico «cenobio» dei conventuali francescani ai quali fu dato in cambio un preesistente castello normanno, non ritenuto più adatto alla difesa e del quale più nulla sopravvive.
Tra le mura del nuovo edifìzio rimase in funzione la chiesa dei padri francescani ove si celebra ancor oggi la messa per i detenuti. Nel 1396 rè Martino assegnò il castello a Giovanni Suriano, priore di S. Andrea.
In seguito sotto rè Alfonso, (1416 circa), ne fu castellano Alfonso de Cardines i cui eredi ritenendosi «investiti in feudo della proprietà del castello» lo presidiarono con le loro milizie e parte di esso adibirono a prigione.
Sul 1812 infine, con l’abolizione delle «castellanie», il vecchio maniero passato al demanio fu completamente trasformato in carcere.
Castello di Piazza Armerina – Piazza Armerina – EnnaTra il tempo di re Alfonso e il 1812 nulla di esso ci viene tramandato e dobbiamo supporlo sempre di proprietà dei Cardines poiché nel 1876, con sentenza del tribunale, ne fu riconosciuta la proprietà agli eredi di detta famiglia.
Essi, riavutolo in possesso, lo affittarono al governo che continuò ad adibirlo a carcere giudiziario.
Massiccio nella sua larga e bassa struttura, con un contro muraglione che ne abbraccia la base e sul quale corre tutto un camminamento, il castello conobbe lo sfarzo della corte di rè Martino e della giovane regina Maria, che vi dimorarono a lungo ed in quel tempo di continue lotte «baronali» qui convocarono i ribelli caltagironesi ai quali diedero il loro augusto perdono. Anche in seguito spesso vi si diedero convegno esponenti della più alta nobiltà siciliana.

Castello di Lombardia Visto: 261
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CASTELLO DI LOMBARDIA (Enna)


Castello di Lombardia – Enna
Cerere prima fu, che con l’aratro
Ruppe la terra e ne cavò le biade.
…ed ogni cosa
E’ di Cerere dono…

OVIDIO


Le origini della antichissima rocca si perdono nell’oscurità della leggenda la quale narra che in quel luogo vi fosse la residenza di un rè sicano e della Dea Cerere sua moglie. E di Proserpina narra; la meravigliosa sua figlia che, dolcemente intenta a raccoglier fiori, venne rapita da Plutone e con lui sprofondò nella terra, ove per incanto si formò subito un lago, chiamato poi Pergusa.
Queste ed altre ancora le belle, antichissime leggende legate ai luoghi ed all’originario castello che invece ci tramanda solo qualche sbiadito ricordo della sua storia, lunga e misteriosa.
Alcuni studiosi ne attribuiscono il nome ai musulmani che pare chiamassero i normanni col nome di lombardi, altri vogliono che esso provenga da una colonia di gente lombarda ospitata nel castello dal gran conte Ruggiero nel 1086, mentre invece potrebbe verosimilmente aver preso nome da quell’Enrico di Lombardia che ebbe in moglie Flandrina figlia di Ruggiero.
Castello di Lombardia (Enna)Sembra accertato comunque, che furono gli svevi, nel 1233 circa, a dargli sviluppo ed imponenza, ma l’improvvisa morte di re Federico, nel 1250, ed il desiderio di libertà comunali spinsero il popolo di Enna ad assalire il castello, uccidendovi il castellano Guaimario.
Nel 1261 si vuole che abbia avuto qui termine la vita del famoso avventuriere Giovanni di Cocleria, catturato da Manfredi (figlio di rè Federico del quale il Cocleria sfruttava una straordinaria somiglianza) ed impiccato in un cortile del castello.
Verso il 1300 vi dimorò rè Federico II d’Aragona mentre, successivamente, il figlio Pietro II alternò spesso la sua residenza tra il castello Ursino di Catania e la rocca ennese.
Nel 1458 vi fu convocato il Parlamento Siciliano.
In seguito (1666) il nuovo sovrano Carlo II, di appena quattro anni di età (sotto la tutela della madre, regina Marianna), ne riconfermò simbolicamente il possesso al castellano del tempo, con solenne cerimonia.
Durante le feste per la incoronazione un imponente corteo giunse davanti al castello e il castellano, portando sopra un piatto d’argento le chiavi di esso, si avanzò offrendole al capitano il quale glie ne fece solenne riconsegna nel nome del re.
Per secoli dalle sue storiche porte, vittoriosi o sconfìtti, passarono i dominatori dell’isola sempre aspramente contesa.
Infine i Borboni vi fecero soltanto fugaci visite, amando assai più i grandi ed accoglieenti palazzi che il rude castello turrito, dalle alte e granitiche mura.
Oggi, per troppo lungo abbandono, di questo colosso architettonico rimane assai poco ma si ha notizia di vaste sale, di orrende prigioni sotterranee e di una chiesa (di S. Martino) costruita dai normanni tra le sue mura.
Delle sue venti poderose torri soltanto tré rimangono pressoché intatte e tra queste quella detta Pisana poiché si vuole che al tempo dei normanni nel presidio del castello vi fossero pisani dai quali essa avrebbe preso nome.
In uno dei grandi cortili, trasformato in teatro estivo, si svolgono ogni anno pregevoli spettacoli lirici e la divina musica par quasi una preghiera per la remota gente che qui visse e scomparve.

Torre di Federico Visto: 872
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CASTELLO DI FEDERICO (Enna)

Castello di Federico – EnnaChiamato per antica tradizione «Torre di Federico» fu per lunghi anni attribuito a Federico II d’Aragona, mentre deve ritenersi edificato da Federico II di Svevia.
Esso è l’unica opera di tale sovrano che, in Sicilia porta il suo nome.
Dalla cima di una bassa collina domina la città e simbolicamente la Sicilia tutta, dal cui centro si eleva. Vi si giunge per un bel viale attraverso il parco che circonda il nudo piazzale, dove sarebbe già stato un precedente castello abbattuto da El Abbas, nell’anno 850 circa.
L’austera nobiltà di questa grande torre ottagona (benché mancante dell’ultimo piano che ne coronava l’edifizio, oggi è tuttavia alta più di 25 metri) non si ritrova in Sicilia in altre costruzioni coeve.
Un’unica stretta porta ne consente l’accesso e la stanza al piano terra, che prende luce da tre feritoie, rimane, come scrisse l’Agnello, «anche nelle giornate luminose in una penombra che accresce la solennità del luogo».
Al centro di detta stanza una apertura circolare sarebbe stata l’ingresso di un lungo sotterraneo che lo avrebbe collegato con il poderoso castello di Lombardia.
Una bella scala a chiocciola, svolgentesi dentro le grosse mura, conduce ai piani superiori ancora in buono stato di conservazione e con bellissime volte ad ombrello, mentre l’elemento decorativo più interessante di tutto il castello sono le due belle finestre del primo piano che con la loro architettura “catalana” (in pieno contrasto col gotico dell’edificio) se, come sembra accertato, furono create insieme al castello, avrebbero preceduto di ben due secoli circa lo stile del rinascimento.
Cinto, in origine, di alte mura delle quali rimangono alcune guardiole (e che si vuole racchiudessero un vasto complesso di costruzioni annesse), il castello nel medio evo fu considerato come dimora regale il cui soggiorno era specialmente preferito durante l’estate ed un diploma del tempo di rè Martino (1398) lo appella infatti «regia domus».
La lunga storia di questo bellissimo edifizio fridericiano, oggi di proprietà demaniali rimane tuttavia quasi interamente sconosciuta.
Durante la sollevazione del 1354, contro rè Federico III d’Aragona, sappiamo che venne utilizzato quale sicuro rifugio dai partigiani del Chiaramonte.
Rè Martino poi ne creò castellano tale Filippo Polizzi che succedette ad Antonio Grimaldi ed in seguito (1457) rè Alfonso V d’Aragona lo assegnò al cittadino ennese Pietro Matrona, creandolo castellano, con tutti gli onori ed oneri della carica, ma riservandosene i diritti reali.

Castello di Sperlinga Visto: 272
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CASTELLO DI SPERLINGA (Sperlinga – Enna)

Castello di Spoerlinga (Sperlinga – Enna)«Era la rocca in cima una collina
Molto mirabilmente fabbricata
Di un pezzo sol di pietra marmorina
A forza di scalpello lavorata…».

BOIARDO

Incastrato in un’alta roccia, che sovrasta tutte le altre sulle quali è costruito il paese, vi si accedeva mediante ponte levatoio di cui si vedono ancora le mensole.
Nei superstiti avanzi di questo straordinario castello, già esistente nel periodo normanno e le cui origini sono assai remote, troviamo la eccezionale utilizzazione della viva pietra nella quale erano scavate le stalle, i posti per gli armati e le tremende prigioni, tuttora ben visibili.
Della parte «nobile» di esso, quella edificata, esiste solo qualche pezzo di muro con una finestra bifora, tracce di merlatura e gli archi di due porte.
Per una ripida scala scavata nella roccia e i cui gradini consunti dai secoli ne rendono difficilissima l’ascesa, si giunge dove era un tempo la torre della quale rimane soltanto la base con la bella porta ad arco acuto.
Reso famoso dalle vicende dei Vespri siciliani, la cui strage durò un mese (e durante la quale, come si narra, gli insorti per distinguere di notte i francesi dai siciliani, facevano ripetere la parola «ciciri» dalla inconfondibile pronuncia) il castello fu il solo dal quale non
si attaccarono i francesi. Castello di Sperlinga (Sperlinga – Enna)

Da ciò il noto motto:
«SOLA SPERLINGA NEGAVIT QUOD SICULIS PLACUIT»
(«Sola Sperlinga acconsentir non volle a quel che fé tutta Sicilia insieme»).
In seguito a questo atteggiamento di Sperlinga rè Pietro I d’Aragona (1283) avrebbe ordinato la demolizione del castello, cosa che però non avvenne o almeno non completamente.
Esso fu invece «bollato» col famoso motto di cui sopra, passato alla storia ed inciso su due piccole pietre poste sopra la seconda porta d’ingresso, dove figura tuttora.
Piccola iscrizione, densa di tanta drammaticità.
Di quelle giornate si racconta che gli sperlinghesi, chiusi nel castello con i francesi, per far credere alle squadre palermitane assedianti di avere ricche provviste, suonassero le campane delle pecore come se vi fosse ancora un armento e mungessero il latte alle loro donne per farne piccoli caci che gettavano fuori le mura.
Malgrado questi stratagemmi, usati altre volte in quei tempi, sembra che l’assedio sia stato tenuto così a lungo da farvi morire di fame siciliani e francesi.
Triste pagina di storia che non sarebbe stata scritta:
«Se mala signoria che sempre accora
Li popoli suggetti, non avesse
Mosso Palermo a gridar: “Mora, mora”».
DANTE – PAR. VIII
In quel tempo era signore di Sperlinga Russo Rosso il quale, cessata l’occupazione angioina,ne perdette l’investitura.
Successivamente divenne feudale dimora dei Ventimiglia e da questi, per linea femminile, metà del castello pervenne al Ferrara di Gragnano i cui discendenti lo abitarono sino al 1820, (anno in cui passò interamente al duca Oneto).
Nella signoria dell’altra metà, a Francesco Ventimiglia conte di Geraci (1296) successe il figlio Emanuele che la vendette a Federico suo fratello.
Il 9 agosto 1600 Giovanni Ventimiglia marchese di Ceraci la cedette (per 30.834 scudi) a Giovanni Forti Natoli il quale ottenne da rè Filippo III di Sicilia, il titolo di principe di Sperlinga.
Subentrato nella signoria di tale metà del castello il figlio Francesco questi, nel 1662, la vendette a Giovanni Stefano Oneto, trattenendo per sé il titolo di principe di Sperlinga. Poco dopo però, nel 1667, rè Carlo II concedette all’Oneto un nuovo titolo di duca di Sperlinga. Divenuta questa famiglia, come si è detto, proprietaria dell’intero castello, il suo discendente Giuseppe Oneto Lanza duca di Sperlinga, nel 1867, lo cedette in enfiteusi al barone Nunzio Nicosia ed oggi esso è proprietà dei baroni Li Destri.
Con tale concessione la famiglia Oneto si spogliò di questo suo patrimonio storico tanto importante che poi, in completo abbandono, rovinò lentamente e del quale rimane quasi soltanto ciò che il tempo non potrà mai distruggere: le naturali formidabili rocce.

Castello di Gresti Visto: 223
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CASTELLO DI GRESTI (Valguarnera Caropepe – Enna)

Castello di Gresti – Valguarnera CaropepeStrano castello emergente con un alto torrione da una grande roccia, in piena solitudine sul fondo di una valle.
Negli antichissimi tempi era quivi una rocca attorno alla quale gravitava un piccolo abitato, ora scomparso, e la presenza dei greci, dei romani e degli arabi è testimoniata da numerose monete delle rispettive epoche, ritrovate nei pressi.
Il castello fu riedificato dai normanni che gli diedero l’attuale struttura e sul XIV sec. Federico d’Aragona lo assegnò a Prandino Capizana.
Essendosi poi questo ribellato al re, il castello, confiscato, pervenne a Perrono de Juenio de Termis (1374 circa).
Rè Martino ne confermò il possesso al figlio di lui Bartolomeo (1392) ed a lungo durò la signoria di questa famiglia.
Nel 1648 ne furono proprietari i Graffeo ai quali subentrò la famiglia Caprini e verso il 1769, ne era signore Andrea Amato principe di Galati.
Sul 1772, il castello pervenne ad Alessandro Mallia, tramite Gioacchino Pomar che lo avrebbe acquistato dall’Amato.
Nei primi del 1900 fu di Mons. A. Prato e della famiglia del marchese Aldisio mentre l’attuale proprietario è il barone Ignazio La Lumia.
Il suo antico nome era Pietratagliata (così è infatti ricordato da storici del tempo) in virtù della roccia sulla quale è costruito e che, in un’epoca forse preistorica, dovette essere una specie di diga naturale che ostruiva la valle e che venne rotta dalla furia delle acque.
Essa appare infatti come spezzata al centro e sopra uno dei lati si innalza l’elegante castello, a picco sul torrente.
Attraverso una scala interna a chiocciola si giunge in cima alla torre e sotto di essa, scavata nella viva pietra, si trova una grande interessante grotta.
Castello di Gresti – Valguarnera CaropepeSopra una finestra ogivale è incisa la data del 1664 e più in alto una iscrizione latina; entrambe poste al tempo del barone Caprini.
Una leggenda narra che «chiunque leggerà l’iscrizione, purché in groppa ad un cavallo in corsa, scoprirà un favoloso tesoro nascosto nella roccia».
Il parroco dott. Magno, esimio studioso del luogo, riuscì a decifrarla, ma… non essendo egli «sopra un cavallo in corsa» nessun tesoro gli fu rivelato. Ed eccone il testo tradotto:
«A DIO, OTTIMO, MASSIMO.
O GIOVANETTO, AL QUALE QUESTO CASTELLO APPARTIENE, PER DIRITTO DI DISCENDENZA DI GIACOMO CAPRINI, IL QUALE NE È BARONE E QUI RISPLENDE COL SUO ANTICO STEMMA, TI AVANZA. TU GODRAI NON NELL’ORTO DELLE ESPERIDI, MA DEI FEUDI, DEL PINGUE ARMENTO DI LUI E DEL GREGGE PASCOLANTE. FELICE TÈ, O
GIOVANETTO, CHE TI PASCI DI AURA CELESTE NELLA CASA DEL GRANDE EROE PIENA DI ABBONDANZA.
ANNO DEL SIGNORE 1668»

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